sabato, 21 luglio, 2018
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INTERVISTA a RICCARDO BUSCARINI - di Michele Olivieri

Riccardo Buscarini. Foto Lucía Marote Riccardo Buscarini. Foto Lucía Marote

Coreografo vincitore di numerosi premi in Italia e all'estero, Riccardo Buscarini (Piacenza, 1985) è un artista che si concentra sul cambiamento costante del suo approccio creativo alla coreografia e sulle sue possibili interazioni con altre forme d'arte. Buscarini arriva a danzare a diciassette anni, avvicinandosi al balletto e alla danza contemporanea studiando all'Accademia Domenichino da Piacenza sotto la direzione artistica di Giuseppina Campolonghi, Michela Arcelli ed Elisabetta Rossi, per poi trasferirsi alla London Contemporary Dance School, The Place, dove si diploma nel 2009. Buscarini ha presentato le sue opere nel Regno Unito, Italia, Spagna, Belgio, Russia, Croazia, Germania e Svizzera, in teatri, spazi urbani, musei e gallerie d'arte. Nel 2010 ha ricevuto una borsa di studio danceWEB per Impulstanz, il Festival Internazionale di Danza contemporanea a Vienna in Austria e una delle sedici commissioni coreografiche di "The Place Prize", Londra. Nell'aprile 2011 Buscarini vince il Premio Prospettiva Danza (Padova) con "volta", frammento n. 1 della trilogia Family Tree, un progetto di Chiara Bersani. Nel 2011 Riccardo è uno degli otto Creatives in Residence presso The Hospital Club di Londra dove collabora con la stilista Brooke Roberts, per la quale dirige la sfilata (Wo)man + Machine parte di London Fashion Week. Il suo progetto 10 tracce per la fine del mondo vince il Fondo Fare Anticorpi 2012, un premio dedicato agli artisti emergenti dell'Emilia Romagna. Nel 2013 vince il prestigioso The Place Prize con "Athletes", con costumi di Brooke Roberts ed è uno dei tre coreografi britannici coinvolti in ArtsCross, London 2013, un progetto internazionale di ricerca coreografica tra Regno Unito, Cina e Taiwan coordinato da ResCen (Middlesex University) e uno degli artisti coinvolti nel progetto europeo Performing Gender durante il quale realizza l'installazione "Blur". Nel 2015 Riccardo prende parte alla residenza internazionale MAM-Maroc Artist Meeting a Marrakech durante il quale ha creato due installazioni esposte al Museo Dar Si Said. Nel 2015 crea un'opera per gli studenti della Scuola del Balletto di Toscana a Firenze e termina il quintetto "No Lander" con un tour inglese. Nel 2016 presenta "In Parting Glass", una mostra in collaborazione con l'artista visivo Richard Taylor presso Summerhall (Edimburgo) e collabora con Annarita Papeschi e Vincent Nowak di Zaha Hadid Architects/Flow Architecture per la creazione di INTERTWINED, una installazione parte del London Festival of Architecture 2016. Partecipa a i'm NOT tino sehgal' mostra inaugurale di Nahmad Projects, Londra curata da Francesco Bonami con "We All Need Fairytales" poi presentato nella variante We, Dreaming, a miart - fiera internazionale di arte moderna e contemporanea di Milano 2017. Nel novembre 2017 ha presentato, in anteprima mondiale, al PimOff di Milano la sua inedita creazione "L'età dell'horror", un duetto maschile su "L'arte della fuga" di J.S. Bach. "Silk", la sua commissione per il "Chelyabinsk Contemporary Dance Theatre" di Olga Pona, ha ricevuto due nomination alla Golden Mask di Mosca come Miglior Produzione e Miglior Coreografo della Stagione 2016/17. Dal 2011 al 2015 insegna coreografia e performance alla "Birkbeck University di Londra". Ha guidato laboratori e masterclass in Italia, Regno Unito, Croazia, Belgio, Spagna, Svezia e Russia.

Carissimo Riccardo, innanzitutto parlami della serata di cerimonia alla Golden Mask di Mosca, evento al quale hai partecipato con ben due nomination per la creazione "Silk" (miglior produzione e migliore coreografo).
Il gala si è svolto il 14 aprile scorso sul Nuovo Palco del Teatro Bolshoi di Mosca. Si può dire che la Golden Mask sia l'equivalente del nostro David di Donatello, dedicato però nel suo caso a tutte le arti sceniche. Il premio russo include anche un Festival in cui vengono presentati in vari teatri di Mosca le opere in nomination durante i due mesi che precedono la cerimonia di premiazione. Silk non ha vinto, ma le nominations sono state per me un grande traguardo e un'emozione incredibile. Mi rendo conto che ero uno degli artisti più giovani, pensa che l'ultimo premio della sezione danza è stato vinto da Laurent Hilaire! Poi Mosca è cambiata davvero negli ultimi anni, una bellissima capitale a cui è stato piacevolissimo ritornare.

Ho avuto modo di vedere "Silk" e sono rimasto completamente affascinato dalla qualità e dallo studio del movimento che vanno oltre la danza. Un movimento che soddisfa il bisogno e mediante se stesso articola un qualcosa di più profondo ed intuitivo dando così una svolta fondamentale alla poetica scenica della creazione. "Silk", a mio avviso, si potrebbe condensare come "la proposizione artistica dell'esperienza nel vissuto" in quanto tu riesci, come nel recente "L'età dell'horror", ad analizzare gli elementi come fossero una partitura totalizzante del gesto nello spazio, misurando minuziosamente ogni singolo elemento. "Silk" è un concentrato di parole di un discorso danzato! Che tipo di lavoro e di preparazione hai attuato per questa creazione?
Il mio lavoro mi porta in Siberia dal 2014. Una delle ispirazioni di "Silk" è proprio il paesaggio siberiano e un viaggio da Omsk a Yekaterinburg fatto nell'aprile 2015 sulla Ferrovia Transiberiana che attraversa sul suo percorso vastissimi territori innevati e boschi di betulle. I temi alla base di Silk sono il viaggio come comunicazione e scambio e l'attesa, interpretata come sospensione temporale. Chelyabinsk, città dove ha base la Chelyabinsk Contemporary Dance Theatre di Olga Pona si trova su una delle rotte della Via della Seta. Silk è dedicato agli incontri che negli ultimi anni mi hanno fatto ritornare in questo luogo e che hanno fatto in modo che il mio percorso professionale si intrecciasse con quello dei miei colleghi russi. Il lavoro coreografico si è articolato sul tema della sospensione fisica, sul "corpo come aria", come sostanza attraversabile. Abbiamo lavorato con una pratica fisica quotidiana che potesse creare la qualità richiesta dal concept. Per la prima volta nella mia vita ho anche "materialmente" disegnato i costumi.

Il mese scorso al Teatro Gioia di Piacenza hai debuttato con "Io vorrei che questo ballo non fisse mai", in scena in qualità di direttore artistico, regista e danzatore. Nella mia recensione per Sipario l'ho definito "un canto rituale del solstizio d'estate"...
Grazie Michele, ho amato molto questo commento che mi porta dritto alle atmosfere che più amo, e che più volevo mettere in questo lavoro. Da una parte l'eccitazione e la frenesia che derivano dalla dimensione della festa e dall'attrazione verso uno sconosciuto - di questo parla il monologo - e allo stesso tempo, il lato malinconico rappresentato dall'elemento cinematografico, dallo scorrere di immagini in bianco e nero di un tempo che non è più e che noi cerchiamo, durante e attraverso lo spettacolo, di riportare in vita. "Io vorrei che questo ballo non finisse mai" esprime già nel titolo - citazione dal Gattopardo di Visconti - il desiderio di rimanere eternamente in un sogno. E noi ci proviamo con tutti gli elementi che abbiamo a disposizione: parola, canto, corpo, musica, luce. Il "rito" che hai visto nel lavoro per me sta proprio nella commistione tra i vari elementi che compongono lo spettacolo, ma soprattutto nell'energia che viene prodotta dalla loro intersezione e nello spazio che coinvolge il pubblico a 360 gradi producendo un effetto a "vortice". La seconda sera lo spettacolo è durato quasi tre ore di ballo sfrenato.

In "Io vorrei..." viene rievocato lo spazio di una balera, che rapporto diretto hai avuto con le balere e le discoteche?
In "Io vorrei..." mi interessava l'ambiguità di uno spazio che ciclicamente si trasforma in un teatro, un cinema, una balera. La balera non è un luogo che ho mai frequentato: l'ho osservata solo attraverso le immagini a cui mi sono ispirato (foto dell'archivio Croce di Piacenza) e gli spezzoni dei film che vengono proiettati durante lo spettacolo. In "Io vorrei..." la balera "compare", viene rievocata attraverso un paio di accorgimenti scenici, tra una scena e l'altra. L'ambiente della discoteca invece lo conosco bene: è il luogo che più associo alla voglia di iniziare a ballare. Per me è il luogo contemporaneo della trasgressione dal quotidiano e della comunicazione del desiderio, in cui il movimento è "possibile", accettato, non sovversivo, anzi, linguaggio condiviso, esattamente come succede in questo mio ultimo lavoro.

Durante quest'ultimo spettacolo hai danzato molto, nel tempo muta la necessità di esprimersi mediante il linguaggio del corpo o rimane invariata?
Mi sto spostando sempre più fuori dalla scena perché voglio mettere alla prova il mio controllo da coreografo/regista. Questo però non esclude la voglia e il piacere di stare in scena, specialmente in uno spettacolo come "Io vorrei...", che ti appaga tantissimo a livello energetico. Nel mio caso l'allontanarmi dalla scena credo sia una questione di volere che la mia personale voce coreografica si affini. Il danzatore e il coreografo sono due mestieri molto diversi che richiedono capacità, e che si assumono responsabilità diversissime.

Per un coreografo quanto è importante possedere un trascorso da esecutore?
Alla parola esecutore preferisco interprete! L'esecutore esegue, io lavoro con artisti che interpretano idee. In ogni caso non credo sia fondamentale essere stati danzatori per essere coreografi ma che sia importante, se si fa un lavoro di movimento, avere una grande consapevolezza del proprio corpo e delle sue meccaniche. Il processo creativo diventa così molto più fluido e chiaro soprattutto per chi danza. L'ascolto del proprio corpo la base di tutto: quando si studia e quando si crea in sala. È attraverso l'ascolto che riusciamo ad affinare la nostra percezione, come danzatori e come coreografi. È fondamentale connettersi al corpo e al movimento per poter approfondire le meccaniche e dinamiche del movimento. Dobbiamo ricordarci che danzare è faticosissimo. Chi danza è degno di grande rispetto!

Sei stato chiamato "danz'autore", ti piace come definizione?
No, di questo tipo di neologismi "di settore" mi fido molto poco. Credo che sia un'espressione riduttiva nei confronti del mestiere sia di coreografo che di danzatore che a mio parere non eleva ma anzi in qualche modo sminuisce il valore di queste due professioni.

Quando hai iniziato la tua formazione coltivavi già l'idea di professare poi l'arte della coreografia?
Sì, assolutamente!

Com'è nata la tua passione per la danza? Hai deciso di intraprendere questo percorso da bambino?
Mi è sempre piaciuto muovermi ma sono arrivato alla danza a diciassette anni. È allora che ho iniziato a studiare danza classica e contemporanea all'Accademia Domenichino da Piacenza. Mi piace però pensare che il mio incontro con il teatro sia avvenuto quando, all'età di cinque anni ricevetti per Natale un piccolo teatro dei burattini con cui avrei raccontato di lupi e principesse per più di dieci anni... Vedo quel "giocare" come un importante momento di formazione.

La tua primissima volta in scena, dove e con che cosa?
Non ricordo! Credo in uno spettacolo teatrale amatoriale dove recitava mia madre, una versione del Flauto Magico di Silvana Trucchi, se mi ricordo bene. Ero molto piccolo, mi misero su un ramo a fare il putto. Mi ricordo bene l'odore dei vecchi costumi dell'allestimento... il teatro ha un profumo unico.

La tua formazione inizia a Piacenza presso la scuola diretta e fondata dalla Signora Giuseppina Campolonghi. Quali sono i ricordi e i momenti che custodisci gelosamente di quel periodo?
Sono stati anni di cui serbo amicizie profondissime. Un percorso alla scoperta del movimento, carico di fatica e allo stesso tempo di gioia. Ci sono molti ricordi indelebili, ma il più bello che ho dell'Accademia è quello di avere avuto la possibilità di mettermi alla prova fin da subito sulla scena. È lì che si impara davvero!

Poi hai deciso di trasferirti a Londra scegliendo la disciplina contemporanea con un occhio particolare alle arti visive. Da dove nasce quest'esigenza?
Semplicemente dal fatto che la danza è e rimane un'arte che si percepisce con il senso della vista. In quanto arte visiva sento il bisogno di curarne ogni aspetto sensoriale, in particolare quello visivo. Anche da qui nasce la missione di mettere la danza in relazione a spazi che esulino da contesti legati al concetto di "spettacolo".

Mi racconti dell'esperienza a Marrakech per le installazioni al celebre Museo Dar Si Said?
Le istallazioni al "Dar Si Said" sono state esperienze molto forti dal punto di vista artistico e umano. Durante il progetto MAM-Maroc Artist Meeting 2015 a Marrakech la mia proposta fu quella di lavorare sulla prossemica e sul comportamento spaziale, le cui variabili ho studiato in varie occasioni e che adopero durante la creazione. La mia ricerca si articolò sull'osservazione delle mappe della città e delle interazioni tra persone (a volte spiando la folla da vetrine e balconi). I risultati di questa ricerca furono due installazioni, di cui una un duetto di movimento e l'altra una scultura interattiva collocata in un corridoio di museo che era il pubblico a dover "attivare" passandoci attraverso.

E la mostra "In Parting Glass" a Edimburgo come era strutturata?
"In Parting Glass" (2015) è stata una mostra in collaborazione con l'artista visivo e scrittore Richard Taylor, un'esperienza molto interessante di compenetrazione di linguaggi completamente diversi. Tutto partì da Holly Knox Yeoman, allora curatrice del programma di arti visive di Summerhall, che mi invitò a realizzare un'opera che potesse includere l'inserimento di un corpo nelle grandi teche di vetro della Laboratory Gallery, una sala di Summerhall, uno spazio artistico polifunzionale molto affascinante ricavato in quella che era la facoltà di veterinaria dell'Università di Edimburgo. Io e Richard ci orientammo sul tema dell'autobiografia e della memoria interpretata come ricordo biografico e traccia lasciata da un atto artistico. La mostra includeva una serie di artefatti e readymade e un'installazione sonora (di Richard, nelle teche ai lati) mentre la teca intermedia era dedicata al movimento e alle tracce da me lasciate in quello spazio così piccolo. La mostra durò tre mesi, da dicembre 2015 a marzo 2016, con i giorni di apertura e chiusura dedicati a due specifiche performance di movimento e testo legate tra loro. Durante la performance di apertura presentai un assolo dentro la teca completamente piena di fumo.

Il tuo primo lavoro coreografico invece a cosa si ispirava e dove è andato in scena?
Ci sono vari lavori che considero i "primi". Primi perché era la prima volta che mettevo in scena qualcosa di mio (o in collaborazione con altri artisti) o primi perché mi trovavo a lavorarci fuori dalla scena solo come coreografo, o primi perché era la prima volta che collaboravo in un diverso contesto artistico - come l'architettura ad esempio. La mia opera che sento più "prima" di tutte è forse "Athletes", del 2012, un trio su cui ho lavorato da solo e che ancora dopo anni trovo molto riuscito. "Athletes" osserva le idee di progresso e di competizione, proprio come ci suggerisce il titolo, traducendoli in un lavoro di movimento sul corpo come macchina in una estetica retro-futurista ispirata allo sci-fi anni 50/60 - incluso 2001: Odissea nello spazio.

"No Lander" è il tuo titolo seguente, di grande successo. Per chi non lo avesse visto come condensarlo in poche parole?
No Lander (2015) è uno dei miei lavori preferiti. É un quintetto maschile sull'appartenenza, il viaggio e l'identità che si ispira all'Odissea di Omero, e che, allo stesso tempo, è il mio personale tributo ad essa. Non è un lavoro strutturato sulla narrazione del poema, ma piuttosto il suo fine è quello di disegnare un paesaggio emozionale, malinconico e meditativo che parte dall'immaginario del naufragio e dai temi fondamentali della nostalgia e alla curiosità di Odisseo interpretati, declinati come ricerca di se stessi. In una scena buia e spoglia, che si trasforma in relitto, grotta, gabbia, altare e rifugio, è il corpo - l'unica realtà a cui veramente apparteniamo e che ci appartiene - a produrre movimento, suono e a cercare un appiglio a ciò che è presente o, semplicemente, immaginato, dando vita ad una danza fortemente scultorea senza sosta, un fregio in constante movimento.

Nei tuoi lavori cosa desideri lasciare in eredità agli spettatori?
Una visione personale o uno stato emotivo che possano andare oltre alla reazione immediata e continuare nella memoria dello spettatore. Credo sia la nostra missione da artisti e persone: cercare di essere ricordati perché non sia vano quello che facciamo. In questo senso l'esperienza estetica, qualsiasi essa sia, quando è profondamente personale, può avere un valore universale e in un certo senso anche spirituale.

Cosa significa per te "bellezza"?
Avvolgimento totale.

Mentre "estetica"?
Sintesi formale.

Quanto è importante nel tuo lavoro il binomio corpo/spazio? Nel processo creativo che valore dai all'improvvisazione in sala danza con i tuoi collaboratori?
Corpo/spazio è una sinergia fondamentale dal punto di vista del mio processo creativo e del design della composizione finale. L'improvvisazione guidata è il punto d'inizio del processo di "fisicalizzazione" da idea a movimento. Da questo studio poi si articola passo dopo passo il processo coreografico. Alcune cose funzionano, altre no... così si va avanti selezionando materiale e componendo gradualmente la partitura di movimento.

Qual è il momento che più ti affascina nella creazione?
L'idea che ad un certo punto del processo non sei più tu a decidere, ma è il lavoro in sé a seguire il suo flusso creativo. Non so se è chiaro, ma a me capita spesso.

Quando cerchi nuovi danzatori, che cosa ti colpisce maggiormente in un/a candidato/a? Da dove parti? dall'interiorità, dalla sensibilità, dalla capacità di abbandonarsi al movimento, dall'originalità nel porsi?
L'ascolto, delle idee, dell'altro... è la sensibilità nell'ascolto la cosa che più sono interessato a vedere in un artista e anche in una persona. Ascoltare è difficile e nutro molta stima per chi riesce a farlo.

Com'è strutturato il tuo percorso di lavoro a contatto con gli allievi e futuri danzatori?
Non mi definisco mai insegnante: quello che faccio in sala è dare costantemente stimoli senza imporre una particolare estetica sui partecipanti. In questo senso mi propongo come coreografo e in primis come un mentore, un coach. La stimolazione creativa è al centro della mia pratica.

Cosa ha significato, per te, insegnare alla Birkbeck University di Londra? Qual è stato il punto di forza di questa celebre istituzione nella formazione artistica?
Quello alla Birkbeck era l'unico corso serale di Londra - forse anche l'unico dell'intero Paese a dire il vero - ed aveva un'offerta formativa di alto livello.

Mi racconti, a tutto campo, le tue ultime collaborazioni?
Una collaborazione di cui sono molto fiero è quella con l'amico compositore Sebastiano Dessanay di cui ho diretto l'opera "The Cry of the Double Bass" a Londra l'estate scorsa. Questo febbraio ho preso parte nella prima puntata di una docu-fiction dedicata alle Ville Medicee con "Blur", l'opera nata nella cornice del progetto europeo "Performing Gender". La prima di questa serie sarà ad ottobre, mese in cui riallestirò anche L'età dell'horror per il Festival Gender Bender di Bologna. Il duetto verrà presentato al MAMbo-Museo d'Arte Moderna in una nuova versione. Negli ultimi mesi ho seguito come occhio esterno il processo di Fall, il nuovo assolo di Lucía Marote, coreografa e danzatrice che stimo moltissimo, affiancata dalla bravissima pianista Anna Barbero Beerwald. La collaborazione con Giuseppina Campolonghi prosegue: dopo il "Don Pasquale" di Donizetti e "Il Barbiere di Siviglia" di Rossini questo settembre dirigeremo a quattro mani "Madama Butterfly" di Giacomo Puccini per l'"Associazione Amici della Lirica" a Palazzo Farnese, Piacenza. Una vera sfida, ma assolutamente importante in questa mia fase di esplorazione e crescita. Il progetto di cui sono più orgoglioso è quello dedicato a mio nonno Sergio Tagliaferri, pittore vivente su cui sto dirigendo un progetto di archiviazione e documentazione con vari collaboratori tra cui gli artisti Claudia Losi e Mauro Sargiani (EN Laboratorio Collettivo) e il regista Stefano Sampaolo che sta producendo un breve documentario su di lui. Osservare il suo modo privato, intimo di lavorare e la sua continua ricerca, durata una vita intera, mi ricorda che l'umiltà, la spontaneità e la costanza sono alla base dell'artigianalità e l'artigianalità alla base dell'arte.

Quest'anno sarai maggiormente legato allo storico teatro piacentino, il Municipale, in quale veste?
La Stagione non è stata ancora annunciata ma posso dire che sarò occupato in due produzioni diversissime: una parte della Stagione concertistica – una interessante collaborazione con l'ensemble di musica contemporanea piacentino Collettivo 21 in chiusura del loro Festival Incóntemporanea a cui vi invito calorosamente il 24 novembre- e l'altra parte di quella lirica. Non dico di più, se non grazie ancora al Teatro e a tutto il suo Staff per continuare a credere nel mio lavoro. Dopo la conferenza stampa potrò darvi più dettagli.

Tre città a te molto care: Piacenza, Londra, Madrid. Come ti piacerebbe "dipingerle a parole"?
Tutte sono casa. In ognuna di loro ho persone che amo e che mi aspettano. Di Piacenza amo la tranquillità, la cultura musicale, oltre alla cucina (le nostre due eccellenze a parer mio). Londra invece la dipingerei con un'esplosione di grigi dai contrasti forti. È una città che non si ferma mai. Madrid invece per me è una grassa signora vestita d'azzurro profondo. La carta vincente della capitale spagnola è il suo stile di vita, allegro e rilassato.

Durante gli anni della tua formazione alla "London Contemporary Dance School" quale fermento artistico hai trovato e riscontri ancora oggi nel Regno Unito?
Il Regno Unito ospita, accoglie la novità e la promuove. Questo vale per tutte le arti e tutte le loro possibili diramazioni e collaborazioni. Ci sono un'apertura e una curiosità molto forti verso l'originalità intrinseca che l'individuo porta con sé.

Mentre a Madrid com'è vissuta la scena contemporanea e la sperimentazione?
Madrid la conosco ancora poco, la frequento assiduamente da un anno. Gli amici artisti che vivono e lavorano in questa città producono opere con una forte carica emotiva e in generale hanno tutti un linguaggio molto personale.

Negli ultimi anni, ti sei imposto come una delle voci artistiche più interessanti tra i giovani italiani all'estero. Cosa significa per te il sostantivo "creatività"?
Grazie per il complimento Michele. Per me, in questo momento storico e culturale, la creatività è un giusto equilibrio tra ricerca, intuizione e gioco che richiede studio e disciplina, ma soprattutto molta onestà intellettuale.

Per un artista reputi sia necessario sapersi rinnovare o è meglio rimanere sempre fedeli al proprio stile e al proprio trascorso? Come ti piacerebbe fosse definito il tuo stile?
Non amo il concetto di "stile" come sistema di pratiche ricorrenti. Mi piace l'espressione "avere stile" nella sua accezione di "avere eleganza senza tempo", questo sì. Chi lo diceva? Uno stilista sicuramente. Vedo nella mia pratica modi di comporre ricorrenti, soprattutto alcuni temi, ma non credo questi costituiscano il mio "stile". Credo sia importante rinnovarsi costantemente, oltrepassare le proprie abitudini, esplorare linguaggi e contesti diversi per arricchirsi. Porsi domande legate al presente, e da queste esigenze fare ricerca per creare qualcosa che non si è realizzato prima. Non al fine di innovare, ma per rinnovarsi. Credo sia importante mantenere la freschezza, rimanere giovani, curiosi e anche un po' incoscienti. Mi piacerebbe che questa curiosità fosse percepita dal pubblico.

Cos'è per te la moda, Riccardo? Te lo chiedo perché hai avuto un'esperienza diretta collaborando con la stilista Brooke Roberts per la quale hai diretto la sfilata (Wo)man + Machine, durante la "London Fashion Week"...
L'esperienza di direttore/coreografo per la collezione di Brooke è stata molto divertente e mi piacerebbe poter avere un incarico simile nel futuro prossimo. Della moda mi intriga l'ambiguità tra la funzione degli indumenti di coprire il corpo e il desiderio di volerlo "trasformare". In questo senso la moda ha una qualità che la avvicina al teatro (realtà o illusione?). In generale mi interessano quegli stilisti che usano il design come architettura e il movimento come causa ed effetto del design. Hussein Chalayan è incredibile in questo gioco.

Come ti approcci all'esplorazione che intercorre tra danza e tecnologia?
Non è un campo di ricerca a cui mi sono ancora avvicinato, se non indirettamente. Ci sono tuttavia alcuni aspetti della tecnologia contemporanea che mi incuriosiscono, ad esempio quelli applicati ad una possibile interazione tra movimento e architettura d'interni.

C'è un sottile filo che lega una tua creazione all'altra?
Mi piace pensare che le questioni irrisolte di un lavoro diventino le domande su cui si basa il processo seguente.

Che tipo di evoluzione ha avuto il tuo lavoro negli anni?
Dopo il diploma ebbi un rifiuto del movimento. I miei lavori erano molto minimali e giocati molto di più su aspetti accessori (costumi, luci, suono). In qualche modo il mio processo coreografico -tralasciando le collaborazioni degli ultimi due anni - si è progressivamente capovolto negli ultimi cinque, sei anni: ora lavoro con una ricerca molto più secca, basata quasi totalmente sul movimento e poco altro. Per lavorare con il movimento devi dargli molta fiducia, devi crederci. Senza fiducia il suo potenziale comunicativo si dissolve. È nel crederci che prende senso e forza espressiva, per te artista e per il pubblico.

Per il momento sei riuscito a seguire le tue sole esigenze senza doverti strategicamente accostare a quelle dettate dal momento?
Per ora sì. La mia più grande esigenza è quella di esplorare quanti più contesti possibili ed estendere il medium della danza, sempre attraverso il corpo, a quante più forme d'arte possibili. Mi sento molto fortunato che questo è stato possibile fino ad ora. Ringrazio tutti i miei collaboratori per avermi dato questa chance.

La danza dovrebbe portare ad una reale e più profonda comprensione di chi siamo e di chi ci circonda, è sempre così per tua esperienza?
Pur non facendo "teatro sociale" o teatro come terapia, sicuramente la ricerca mi porta all'introspezione. Questa è una delle mie missioni per me stesso e per il pubblico.

Secondo il tuo pensiero, qual è il messaggio più incisivo che l'arte dovrebbe trasmettere ai giovani, anche per avvicinarli al "teatro"?
Sii te stesso, anche se il mondo ti obbliga all'appiattimento, non avere paura di affermare la tua identità. Il teatro è un luogo di dialogo che ci mette in ascolto e discussione.

Come ti poni nei confronti dell'opera lirica?
Ebbi la fortuna di partecipare a molte grandi produzioni d'opera prima di partire per Londra. Ricordo con emozione il tour della "Traviata" di Franco Zeffirelli al Bolshoi di Mosca e il bellissimo allestimento del "Flauto Magico" con la regia di Daniele Abbado e la direzione musicale del padre, il grande Claudio. In quel momento della mia vita ho imparato moltissimo su che cosa vuol dire montare un grande spettacolo. Per me l'opera, oltre a essere "teatro totale" e precursore del cinema, è in primis teatro d'emozione, luogo delle grandi passioni, del magico e del meraviglioso. Provo nostalgia per quei tempi in cui l'opera italiana era popolare - umana esattamente come i sentimenti di cui parla - e si cantavano le arie famose nelle taverne della città, ormai scomparse. Il teatro ha perso la sua originaria dimensione conviviale. Forse anche questo è uno dei motivi alla base della creazione del mio ultimo lavoro "Io vorrei che questo ballo non finisse mai".

Qual è il tratto principale del tuo carattere?
Credo l'attitudine al lavoro.

E oltre alla danza qual è la professione che senti più affine al tuo pensiero?
Il giullare.

Nel tuo lavoro quanto è importante la ricerca sulle potenzialità del corpo e della sua organicità piuttosto che sulla narrazione?
La mia provocazione è: possiamo non essere autobiografici? Non narrativi? Da qualche tempo lascio razionalmente che il luogo dove mi trovo a lavorare entri a far parte dell'opera o semplicemente ne ispiri la creazione. In generale quello che profondamente muove il mio lavoro da dentro sono il concetto di necessità cinetica e di desiderio. Da qui si sviluppano gesti e una sorta di "presenza" caratterizzati da una densità più marcata. È successo in Siberia e a Firenze con Michelangelo (in un lavoro sugli allievi del Balletto di Toscana) e con i Giardini di Boboli con la creazione sugli allievi di Opus Ballet.

Parlami dell'opera creata per gli studenti della Scuola del Balletto di Toscana...
"non finito a sei voci" (2015), questo il titolo del breve lavoro per il BDT durante il progetto Anticorpi XL Prove D'Autore prese le mosse dalle forme leggere del Rinascimento fiorentino contrapposte ai non finiti di Michelangelo custoditi nella Galleria dell'Accademia. Mi interessavano l'armonia e l'equilibrio in dialogo con la costrizione muscolare nei corpi michelangioleschi, il loro sforzo nel voler uscire dal marmo: durante il processo chiesi ai danzatori di condensare il loro movimento in uno spazio piccolissimo, 3 metri per 3. La composizione era accompagnata dai madrigali di Luca Marenzio, compositore fiorentino attivo durante il Rinascimento, contrapposti a lunghi silenzi.

Quanto ti lasci trasportare dalla partitura musicale per dar vita al gesto?
Molto poco! Creo per immagini, il suono è di solito un mezzo che uso per generare una particolare atmosfera o per manipolare un'immagine attraverso un contrasto, una giustapposizione. Nonostante arrivi dopo nel processo creativo, la musica rimane una delle mie principali fonti di ispirazione. Il mio ultimo lavoro, un duetto dal titolo "L'età dell'horror", è nato proprio in questo modo: da un'immagine di unione (i danzatori si tengono per mano per tutta la coreografia) e dal suo opposto (la fuga) sono arrivato all'uso dei contrappunti de "L'arte della fuga" di J.S. Bach, una partitura a cui da sempre mi sarei voluto avvicinare, sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista del significato (in questo caso l'ambiguità della parola "fuga" e le sue possibili associazioni).

Che cosa ascolti e cosa vedi per ispirarti? Quali autori, stili e generi ti capita spesso di ascoltare per piacere personale?
Mi guardo in giro moltissimo: viaggiando spesso mi piace dedicare un po' di tempo a ciò che un luogo ha da offrire dal punto di vista sia paesaggistico sia culturale e storico. Amo musei e gallerie ma soprattutto i mercati, i negozi di stoffe e il mare, se c'è! Stessa cosa per la musica: mi piace ascoltare di tutto, dalla musica antica all'opera al pop contemporaneo all'elettronica, soprattutto per lavoro. Nella mia vita privata invece amo molto il silenzio. Credo sia uno spazio fondamentale per la nostra mente.

La letteratura ha un ruolo predominante nella tua vita e nel tuo lavoro?
Vorrei che lo avesse di più, ma leggo sempre troppo poco! Tendo a leggere saggistica. Della narrativa italiana amo molto i classici di Italo Calvino e Dino Buzzati che in questo momento trovo molto stimolanti per il mio lavoro. Dalle atmosfere nebbiose de "La boutique del mistero" di Buzzati nasce appunto l'idea di "Dialoghi dalla boutique", lo spettacolo in collaborazione con il Collettivo 21.

Un libro di danza che hai amato e perché?
Amai molto "La sua danza" di Collum McCann durante l'adolescenza. Avevo un'ossessione per Nureyev e la sua storia.

Mentre un film sempre legato alla nostra arte?
Ricordo "The Company" di Robert Altman come un elegante e verosimile ritratto del nostro lavoro quotidiano.

Dove trovi la fonte d'ispirazione per le tue coreografie/performance?
C'è tanto di personale, il mio punto di vista sul mondo o uno stato emotivo. A volte è un concetto che attraverso un gioco di parole diventa titolo, a volte semplicemente un colore e i suoi molteplici significati. Di base ciò che mi affascina di più e prendo quasi sempre come stimolo è l'idea di conflitto e insieme di ambiguità tra elementi contrastanti.

Andando indietro negli anni e aprendo i libri di storia della danza qual è il ballerino/a del passato a cui guardi con stupore oggi e perché?
Sicuramente Rudolf Nureyev, eterna icona di stile e carisma - l'ossessione per lui mi è rimasta!

Nelle vesti di spettatore, in quale spettacolo di danza del grande repertorio e di quello contemporaneo, hai provato maggior entusiasmo?
Negli anni a Londra andavo spesso a vedere il Royal Ballet. Ricordo una serata epica con Tamara Rojo e Carlos Acosta in "Romeo e Giulietta" di Kenneth MacMillan, di cui amo in particolare "Mayerling", visto un paio di volte con Edward Watson, a cui il ruolo del protagonista calza a pennello. Lavori contemporanei a parte MacMillan ma di tutt'altro linguaggio che mi hanno segnato profondamente sono "Café Müller" e la "Sagra della Primavera", ma anche "KontaktHof", di Pina Bausch. Di William Forsythe invece ricordo un bellissimo lavoro della metà dei 2000, dal titolo "Three Atmospherical Studies".

C'è tra questi qualcuno che ha influito in maniera determinante sulla tua visione coreografica? Mentre dell'attuale scena a chi rivolgi il tuo sguardo con più interesse?
Credo proprio William Forsythe. La cosa che più mi colpisce di lui è proprio la continua evoluzione della sua poetica - una ricerca del tutto personale che parte dal balletto classico ed arriva poi all'installazione - la sua "sfida" a non pretendere mai una firma coreografica e, infine, l'aspetto umano ed emozionale velato ma sempre presente nel suo lavoro. Trovo Forsythe una persona grandissima prima che un grandissimo artista.

Come ti poni nei confronti della danza classica accademica?
Credo sia il miglior training per il corpo - insieme ad una buona dose di improvvisazione per tenersi in forma a livello muscolare e creativo. Non nascondo che mi piacerebbe molto creare per una compagnia di balletto, credo ci sia ancora moltissimo da esplorare.

Da quando ti conosco e seguo artisticamente ho apprezzato la peculiarità che ti contraddistingue e cioè che ogni tua coreografia non è mai finita, è un lavoro in perenne progressione, sempre pronto a trovare nuovi respiri per continuare nel suo cammino, o sbaglio?
Non si finisce mai di lavorare. Le idee cambiano, perché cambiamo noi. Credo sia così per la danza e per le arti in generale: il movimento - il nostro mezzo, il nostro pennello, la nostra pittura - deve essere ripetuto per essere ricordato, approfondito, perché conservi o aumenti il suo potenziale comunicativo. Non si arriva mai alla fine perché è il medium che lo richiede: lo stesso movimento non sarà mai lo stesso. Questo è l'aspetto più affascinante delle arti performative: la loro qualità effimera, irripetibile, l'unicità del momento. E questo è e dovrebbe essere un valore inestimabile per il pubblico. Credo anche che la presentazione ad un pubblico sia la parte del processo comunque: un'opera cresce attraverso le sue rappresentazioni come il tuo sguardo cresce attraverso la tua esperienza in sala e in teatro...

Riccardo, sei cresciuto respirando arte anche grazie ai dipinti di tuo nonno, ma l'aver scelto la danza come compagna di vita in quale maniera ti ha arricchito umanamente ed educato inequivocabilmente alla "bellezza"?
Mio nonno mi ha educato all'ascolto e alla sensibilità. La danza mi ha educato al rigore assoluto. I miei collaboratori mi aprono la mente e la creatività con stimoli sempre nuovi. Mi viene in mente un sentiero di montagna da cui il paesaggio diventa progressivamente più bello quanto più si sale. La bellezza la si cerca - e la si incontra? - su un cammino di impegno, non senza fatica, non da soli.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 21 Maggio 2018 12:39

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