sabato, 26 settembre, 2020
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C'ERA UNA VOLTA CONCA D'ORO di Emilia Ricotti

C'ERA UNA VOLTA CONCA D'ORO
di Emilia Ricotti

Mitico treno “Conca D’Oro”, carretta dei meridionali di ieri, Ventiquattro ore da Palermo a Milano, una tratta tempestata di emigranti in su e in giù per l’Italia, “Conca D’Oro” racconta, nelle mani che “si stringono” prima della partenza, il dolore della separazione dalle radici e, in quelle che “penzolano” al rumore sordo degli sportelli serrati e al frastuono del treno sulle rotaie, l’abbandono di chi resta.
Viaggio emblematico da Palermo a Milano in una ricerca all’interno dell’uomo e della sua doppia coscienza che quando torna deplora le occasioni mancate, ma quando è là difende “a denti stretti” la sua terra, consapevole del difficile processo di adattamento che ha compiuto al prezzo di continue rivisitazioni per vincere pregiudizi, resistenze, sono questi “i bagagli che lascia e i bagagli che trova “.
Su queste rotaie confronto serrato tra generazioni, questione femminile e meridionale e ricordi, ricordi di bisogni negati, di diritti imballati, di speranze deluse, di rivoluzioni mancate che si condensano nel grido disperato di Santino, durante il suo aspro soliloquio: “Non si risparmia nulla, squali di terra in doppiopetto, tramano, cercano inciuci.
Scoppiano scandali! Tu dici è fatta, l’hanno capito, hanno finito! Neanche per sogno! Il più fesso paga, gli altri tutti a cavallo ancora! Ma non si era detto, basta! Non si era detto cosa? Tutto finito, giustizia fatta! Come, fatta così? Questa è giustizia?
Questa è legge? Mi manca l’aria, mi turo il naso, mi chiudo gli occhi, chiudo gli orecchi, quando si cambia? Qui non cambia niente! Ed io cosa faccio? Io devo stare bene, io sono stato all’angolo, non ho rubato, ho lavorato sodo, che devo fare?
Devo guardarli ridere, ingrassarsi ancora sulla mia carne e rimanere in sella?
No, mi ribolle il sangue, mi scoppia il cuore, si torce lo stomaco, sono di paglia?
Pausa lunga. No, devo restare calmo, devo pur vivere , io non ho le ostriche, non ho poltrone, solo uno sgabello basso, queste mie mani sole, (solleva il braccio, rotea le sue mani robuste e indurite quasi a scrutarle, poi incrocia le braccia, chiude gli occhi) e un desiderio solo, stare da parte senza scossoni!
Devo capire il mondo, tutto il progresso? Troppo complesso!
Io capisco questo: mondo di fango, fatto di squali, troppe speranze perse, devo azzerare il conto, loro le ostriche, io qualche briciola, se posso fregare, frego.
No, non si fa! Lo Stato è questo? Voglio giustizia, fatta di fatti, non di parole, averli davanti agli occhi, no in girotondi finti, averli senza sensali scaltri, voglio gridargli forte la truffa delle parole finte! Democrazia cos’è, dov’è? Democrazia per me? Per te! Lo vedi come mi scoppia il cuore, non te ne frega niente, nervi d’acciaio, sai che mi passa e puoi fregare meglio, scambio di sedie, scambio di parti, ma sempre parti!
Io non preoccuparti, mi metto di lato, le mani in alto.
Tranquillo, faccio i miei fatti, fatti da poco, fatti di niente, ma tu non perdere tempo, spolpa più in fretta, prima che cambia il re, poi altri inciuci!
Perché? Perché? Non ci sono perché? La vita è questa!
Io sono l’osso, tu il mastino! Sono sbagliato, io? Pausa (china le spalle)male è non farsi gli affari propri?”

Ultima modifica il Giovedì, 06 Febbraio 2014 01:44
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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