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VITA E DESTINO - regia Lev Dodin

Vita e destino Vita e destino regia Lev Dodin

di Vasilij Grossman, regia Lev Dodin, collaborazione artistica Valery Galendeev
scene Alexei Porai-Koshits, luci Gleb Filshtinski, costumi Irina Tsvetkova, direzione musicale Mikhail Alexandrov, Evgeni Davydov
con gli attori del Maly Drama Teatr-Theatre of Europe Elizaveta Boyarskaya, Tatiana Chestakova, Oleg Dmitriev, Igor Ivanov, Oleg Gaianov, Pavel Gryaznov, Alexandre Kochkarev, Anatoly Kolibyanov, Viacheslav Korobitsin, Danila Kozlovski, Sergey Kouryshev, Alexi Morozov, Stanislav Nikolskiy, Daria Roumyantseva, Oleg Ryazantsev, Vladimir Seleznev, Elena Solomonova, Igor Tchernevitch, Stanislav Tkachenko, Vladimir Zakharyev, Alexey Zubarev
produzione Maly Drama Teatr-Thatre of Europe
al Teatro Valli, Reggio Emilia, 6 novembre 2011

www.Sipario.it, 17 novembre 2011

Ci sono registi che attirano l'attenzione più per la mitografia che li circonda che per quanto hanno ormai da dire, portatori di un fare teatro che oggi nel suo proporsi appare – quando va bene – retorico e fuori tempo. Questo è il caso di Lev Dodin di Vita e destino di Vasilij Grossmann. Il regista del Maly Drama Teatr cade sotto il peso del romanzo/mondo dell'autore russo, una sorta di Guerra e Pace del XX secolo con scenario terribile e affascinante la battaglia di Stalingrado in cui gli orrori delle dittature staliniane e nazifascista s'intrecciano con le storie di quotidiana sopravvivenza di donne, uomini, madri e figlie, padri e figli. Simbolo e centro di Vita e destino è il fisico teorico figlio di madre ebrea il cui talento è riconosciuto a livello internazionale, che al culmine delle sue ricerche, vede abbassarsi su di sé il flagello dell'antisemitismo, col rischio di essere eliminato fisicamente. Sturm è un russo ebreo e porta con sé e in sé il peso della persecuzione che Grossman conosce quando la madre è deportata nei lager nazisti. Il grande affresco di Vita e destino si traduce sulla scena in un racconto banale, retorico e alla fin fine un po' qualunquista e conformista. L'idea scenica è una rete da pallavolo che diagonalmente divide in due la scena. Quella rete è rete da gioco nei momenti spensierati di quei personaggi senza nome e senza identità - la drammaturgia di Dodin e la scarsa incisività della recitazione degli attori li rende tali – ma diventa barriera nel contesto duro della guerra, diventa reticolato dei lager o dei gulag quando si affronta il tema dello sterminio. L'invenzione registica è tutta lì, Vita e destino è poi un racconto che si fatica a seguire, è un giustapporre storie e sequenze che non portano da nessuna parte se non descrivere con banalità un dolore, un disorientamento dell'esistenza che nella sua ovvietà risulta retorico, ridondante e poco condivisibile. Il lavoro drammaturgico sul romanzo non rende giustizia all'opera di partenza, la semplifica e ne fa una sorta di collage senza né capo, né coda in cui al dire si preferisce il predicare, in cui la figura della madre che scrive lettere dal lager è un leit motive che arriva tanto prevedibile quanto stucchevole nella sua morale di vittima sacrificale. Qualche immagine ad effetto, una recitazione poco incisiva, il gioco ripetuto di una dualità che richiama le parti del palcoscenico divise dalla rete da pallavolo sono gli estremi di Vita e pensierodi Lev Dodin, spettacolo da dimenticare che sembra denunciare la stanchezza creativa del regista russo.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 13:04

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