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VERBO DEGLI UCCELLI (IL) (Mantiq At-Tayr) – regia Luigi Dadina

"Il verbo degli uccelli", regia Luigi Dadina. Foto Nicola Baldazzi "Il verbo degli uccelli", regia Luigi Dadina. Foto Nicola Baldazzi

Direzione artistica: Luigi Dadina, Lanfranco Moder Vicari
Regia: Luigi Dadina
Drammaturgia: Tahar Lamri
Direzione organizzativa e costumi: Federica Francesca Vicari
Creazione scena e supervisione costumi: Alessandra Carini, Nicola Montalbini
Ideazione costumi: Sartoria Natascia Ferrini, Stefania Pelloni, Simona Tartaull
Composizione musiche e arrangiamenti: Francesco Giampaoli
Composizione testi dei brani musicali e direzione cori: Lanfranco Moder Vicari
Coordinamento musicale: Francesco Giampaoli, Enrico Bocchini
Narrazione e cura degli spazi scenici: Massimiliano Benini con Lorenzo Carpinelli
In scena un centinaio di persone tra attori e musicisti
Visto a Lido Adriano, Ravenna, il 28 maggio 2023

www.Sipario.it, 5 giugno 2023

C’è un sapore antico di incontro tra popoli sull’orlo del mare. Elemento che allontana e insieme unisce nel ribollio superficiale delle sue leggi eterne. E dunque bisogna ringraziarlo o ingraziarselo, o provare a dirigere e farsi dirigere dalla sinfonia del mare. Un canto composto da centinaia di suoni, come centinaia di suoni e di dettagli visivi si compongono nelle voci e nei corpi diversamente segnati dagli anni o nelle linee d’infanzia dei quasi cento attori che entrano con verve popolaresca nel Verbo degli uccelli, poema persiano del XII secolo di Farid Ad Din Attar, con la regia di Luigi Dadina del Teatro delle Albe. Comincia così lo spettacolo, sulla spiaggia di Lido Adriano, testimoni le figurine di spettatori nella luce vasta e scontornante del tramonto, con un attore che entra in acqua fino alle cosce, vestito in completo nero, e come un direttore d’orchestra muove la sua bacchetta di legno sul ritmo delle onde. Lo spettacolo apre il Ravenna festival: così questo incipit sembra rimandare al gesto direttoriale del maestro d’orchestra come un monito o una sottintesa richiesta di semplicità di fronte alla magniloquenza egoica che spesso emana da quel tipo di figura artistica? Un gesto che rimanda al senso del propri limiti di uomini di fronte a forze più grandi di noi? Quella dell’acqua, che pur con tutte le buone intenzioni non si può dirigere, ma che concede il suo lascito di (tremenda) bellezza senza che sia possibile dimenticare quanto furiosa e incontrollabile possa diventare? Questo inizio ecco non allude allora a un impossibile controllo, piuttosto a un rituale di pacificazione, mentre ancora si contano i danni e le vittime della recentissima alluvione.

E come la tragedia della Romagna sia entrata nella preparazione dello spettacolo veniamo a saperlo da Luigi Dadina stesso quando ci racconta che si è stati lì lì per cancellare il debutto, ma poi proprio chi aveva subito danni non certo esigui, per primo ha voluto che non si liquidassero così mesi di lavoro e di impegno da parte di tante persone. Del resto il poema di Farid Ad Din Attar è una di quelle opere immortali che sempre parlano al presente di qualunque epoca. Esso rintocca sullo scenario della nostra umanità smarrita come una campana: per il maestro buddhista Thich Nhat Hanh il suono della campana è un invito a fermarci nel tempo e a dire “ci sono”, a ricordarsi di essere, allo sforzo della consapevolezza del qui e ora. Dunque questo spettacolo è un rintocco di campana. Ma quante cose dentro a quel rintocco! Intanto il coro delle persone coinvolte; dicevamo quasi 100 in scena. E poi la programmatica intenzione, e la capacità, di conseguire, con un’intera comunità multilinguistica, composta da cittadini di molte etnie diverse, un tale progetto di messa in scena, della vita prima ancora che di un testo. E così Lido Adriano: un luogo di villeggiatura per famiglie, nato nella foga edilizia degli anni 60,  dentro al mito della vacanza per tutti, del benessere generale, avvio di quella trasformazione antropologica che Pasolini tanto aveva pre-sentito sulla propria pelle, e popolato ora da immigrati di ogni provenienza; e i laboratori, che Luigi Dadina da decenni ha sviluppato in questo luogo. Il risultato è uno spettacolo di coralità imponente e delicata, percorso da fremiti di rap all’italiana a scandire versi di ruvida bellezza; attraversato dall’inquietudine allegra e incontenibile di un gruppo di bambini; dalla gravità aperta all’umorismo popolano degli anziani; dalla fremente forza acerba dei più giovani; dalla musica raffinata di un quartetto acustico e dalla voce aperta sui deserti e sui cieli di una cantante non vedente. Un tessuto spettacolare dove le diversità, di lingue, di volti, di movenze, e anche di approccio alla recitazione, diventano elementi di un libero gioco, in barba alle professionalità di maniera o alle amatorialità che le imitano. Il poema racconta la ricerca del Re, o di Dio, che è  ricerca del Sé: il cielo diventa specchio, ché gli uccelli, alla fine, partiti al ricerca del Simorgh, il re supremo, dopo un lungo volo che li ha decimati, trovano ad attenderli proprio uno specchio in cui si riflettono – ed ecco i bambini, in un’ultima, tenerissima scena, volgere i frammenti di quello specchio verso gli spettatori: la ricerca si rivolge all’interno, la molteplicità del mondo si riflette nella scoperta del cosmo interiore, la divinità è dentro di noi.

Franco Acquaviva    

Ultima modifica il Domenica, 11 Giugno 2023 08:02

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