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LA VOIX HUMAINE - regia Giancarlo Marinelli

“La voix humaine”, regia Giancarlo Marinelli. Foto Roberto De Biasio “La voix humaine”, regia Giancarlo Marinelli. Foto Roberto De Biasio

di Jean Cocteau
con Sophie Duez e con Camilla Diana
costumi Diego Dalla Palma per D-Air Lab e Laura Milan
multivisione Francesco Lopergolo
disegno luci Gianluca Cioccolini
maestri di artificio scenico Maria Toesca e Nicolò Diana
regia Giancarlo Marinelli
Produzione Enfi Teatro e Teatro Ghione di Roma
75° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico
Vicenza, Teatro Olimpico, 14, 16 e 16 ottobre 2022 – prima nazionale

www.Sipario.it, 17 ottobre 2022

Anticipata da alcuni squilli periodici del telefono sonanti prima ancora che lo spettacolo inizi, “La voix humaine” di Jean Cocteau rivela anche in questo spettacolo in lingua francese, con sopratitoli in italiano, una forza drammaturgica di grande impatto emotivo dettato da un paio di temi dominanti, universali, dicotomici: abbandono con carico di grande sofferenza per un amore praticamente finito, e solitudine. La messa in scena di Giancarlo Marinelli chiude, quasi in contemporanea con un reading sull’uccisione di un vescovo, a Vicenza, nel 1184 in analogia al testo “Assassinio nella cattedrale” il 75.mo Ciclo dei Classici al Teatro Olimpico portando sul palco un allestimento con una piacevole invenzione registica, le chien loup, affidando all’attrice d’Oltralpe Sophie Duez la parte de la femme, che senza contrapposizioni di sorta si pone telefonicamente di fronte al suo amato, decisionista dell’amore finito. Il testo di Cocteau è una tragedia sentimentale, un fallimento personale, che porta a una disperazione vera, chissà se per sempre. La donna di Cocteau si pone in una via che porta anche al mito moderno di Marilyn, (tutto si svolge sopra una grande immagine dell’attrice-icona) al suo, di abbandono, con l’ottima regia di Marinelli che scava nei miti, più di uno, in una sorta di confronto. Intanto il dramma si compie e quel lungo monologo spezzettato è un portante elemento che calca, non può dare tregua. La donna, in bilico tra risolini isterici e confessioni irrazionali respira una condizione a dir poco struggente, una tragedia interiore che infatti la porta a tentare anche un suicidio. Da spettatori si assiste a una potenziale situazione che può affliggere tutti indistintamente, tale è la forza dell’amore. Si può anche star soli, condizione che, ovviamente, a molte persone può anche andar bene, qui però l’analisi punta sull’emotività di chi “vive male” la cosa. E la sensibilità è tutto, gioca un ruolo importante, a favore o contro. Con l’amore che sta sempre nei primi posti dell’esistere, non si sente infatti spesso dire “senza amore che vita è?”. Si accennava prima del chien loup, essere delicato che le fa compagnia e si materializza ogni tanto, va e viene in scena, un animale che sta soffrendo perché non vede più il padrone, ma anche per come finisce un amore. Un’interessante trovata, anche tecnicamente, ben realizzata da Maria Toesca e Nicolò Diana. Tra una tavola imbandita, un paio di telefoni dai colori accesi, alcuni stracci di vestiti ridotti a brandelli e un tempo immobile, scandito da qualche tuono scenico, la femme passa da un lato all’altro del palcoscenico senza pace, come un’eroina dal guanto da motociclista in pelle, memore visivo di tragedie assassine, di film di Dario Argento, ed è sempre al telefono, l’ultimo filo che la lega all’amato, ancor oggi, da lei. La recita è in francese, e qualche difficoltà di comprensione, certe volte, è dovuta al fatto che la traduzione è proiettata troppo in alto rispetto allo spettatore che in un continuo saliscendi della testa può perdersi alcune sfumature interpretative. Molto bene la protagonista Sophie Duez che fa arrivare il forte lamento e il supplizio, anche nelle pose plastiche e a spettacolo finito libera giustamente la tensione. Come fa la sua compagna di scena, Camilla Diana, anche lei davvero brava nel dare movimento e anima al chien loup di famiglia, ora malinconico e irragionevole, ora agguerrito, imbolsito o sinuoso. I due personaggi si muovono in un nervoso gioco di luci, che illumina forse troppo il buio di quel vissuto. Alla fine resta la straziante invocazione infinita di un “ti amo”, proiettata in uno spasimo a manovella, inquietudine senza tempo.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Lunedì, 17 Ottobre 2022 22:17

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