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VARIAZIONI GOLDBERG (LE) - regia Luca Micheletti

"Le variazioni Goldberg", regia Luca Micheletti "Le variazioni Goldberg", regia Luca Micheletti

di George Tabori
traduzione Marco Castellari e Laura Forti
con Luca Micheletti, Marcella Romei, Michele Nani, Pietro De Pascalis, Claudia Scaravonati, Barbara Costa
al pianoforte Rossella Spinosa
regia Luca Micheletti

scene Csaba Antal

costumi Rosa Mariotti e Linda Riccardi

luci, audio, video Fabrizio Ballini

musiche originali e arrangiamenti Rossella Spinosa

suoni Roberto Bindoni

realizzazione scene Alberto Favretto e Lucio Serpani 

Produzione con TEATRO FRANCO PARENTI | Compagnia teatrale I GUITTI
Al Teatro Franco Parenti di Milano dal 3 al 13 novembre 2016

www.Sipario.it, 26 gennaio 2017

Sacra rappresentazione pop in salsa yiddish

Graffiante, politicamente scorretto, acidissimo. Un divertissement magnificamente pop. Ironico. Disturbante. È tutto questo "Le variazioni Goldberg" di George Tabori, nella messinscena (del Teatro Franco Parenti di Milano) che reca la firma di Luca Micheletti, autore, e anche interprete, di uno spettacolo che sa di evento. Per più motivi. Anzitutto perché è la prima volta che il testo dell'autore viene rappresentato per la prima volta in Italia (si ha notizia solo di un allestimento di Ingmar Bergman nel 1994); quindi per la carica eversiva del testo quanto mai attuale; inoltre per la strabordante e la geniale inventiva del regista, il quale, del dissacrante testo di Tabori (morto a Berlino nel 2007) ne fa un puzzle visionario, un magma ad alto tasso di teatralità denso di richiami, raccordi, simboli, allusioni al teatro, alla sua storia, alla sua retorica, al suo svolgersi, tirando in campo Kafka, Beckett, Brecht, Strasberg, Artaud, ma anche Freud, Dostoevskji e Canetti, mescolando riflessione cosmica e terrena, sacro e profano, religione e blasfemia, etica ed estetica. Un teatro – barocco e contemporaneo insieme – nel gran teatro del mondo, dove l'uomo è impegnato nell'affannosa ricerca di Dio, o nel suo rifiuto, senso della fede e sua negazione. Se Nietzsche affermava che "Dio è morto", Dio a sua volta risponde che "anche Nietzsche è morto". Le due frasi campeggiano beffardamente ad apertura di spettacolo sancendo lo scontro dialettico tra il Creatore e la sua creatura, tra fede e ateismo, diatriba che segnerà l'intera messinscena. Vi troviamo un vanaglorioso Dio-regista alquanto capriccioso e incostante (impersonato da un "mefistofelico" Micheletti), un assistente alla regia di nome Goldberg (qui impersonato da una donna, l'attrice Marcella Romei) che rappresenta l'umanità ai suoi comandi, e due attori, una superstar, una operatrice d'igiene universale. La comicità che si sprigiona è quella yiddish, quella tipica dello stesso autore ebreo di origine ungherese, il cui vissuto doloroso, sappiamo, segnerà la sua esistenza e la sua scrittura (la famiglia fu internata ad Auschwitz, con solo la madre sopravvissuta). E il testo è espressione del suo – e non solo – rapporto conflittuale con la divinità. L'ambientazione è calata in un futuro post-atomico, in una Gerusalemme (luogo del conflitto politico-religioso) però contemporanea, reale, dove una compagnia di attori vuole trasporre sul palcoscenico nientemeno che la storia della Bibbia per riflettere sulle origini dell'identità religiosa e morale dell'Occidente. Come esprimere il testo sacro? Da qui le mille possibili interpretazioni, la bailamme che viene a crearsi nelle prove continuamente interrotte, nei tentativi di una rappresentazione laica e eterodossa che scorre impetuosa tra citazioni e brani biblici dentro una stanza insonorizzata come scena – riferimento a quella di Glen Gould dove registrava le sue Variazioni di Bach –. Tra porte e botole che si aprono e chiudono, e incursioni su piani rialzati; tra luci psichedeliche, fumi e apparizioni; tra clangori, effetti acustici, musiche (Bach, Poulenc, Saint-Saëns) e battiti cardiaci; tra oggetti e costumi che inscenano angeli e demoni, Caino e Abele, Mosè e Giona, fino alle tentazioni di Gesù, alla sua Passione e morte in croce, e quant'altro della storia e dell'immaginario religioso, si consuma una vertiginosa, fantastica summa di quadri. In questa folgorante metamorfosi scenica tesa all'atto della Creazione, entra anche il tema della Shoah trattato con l'arma del sarcasmo, del grottesco e del ripugnante, contro l'orrore. La stupefacente messinscena di Micheletti è un perdersi e ritrovarsi, un viaggiare dentro un labirinto, tra caos e ordine, tra trappole e deviazioni di un universo della fantasia che sembra non esaurirsi mai. E qui, l'adagio di Samuel Beckett, "Fallire ancora, fallire sempre, fallire meglio", legge suprema di ogni accadimento scenico, fissa questo moto perpetuo.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Venerdì, 27 Gennaio 2017 09:58

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