venerdì, 28 febbraio, 2020
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ULTIMA NOTTE DEL RAIS (L') - regia Daniele Salvo

Giuseppe Provinzano in "'U pappaiaddu ca cunta 3 cunti", regia Giuseppe Provinzano. Foto Rosellina Garbo Giuseppe Provinzano in "'U pappaiaddu ca cunta 3 cunti", regia Giuseppe Provinzano. Foto Rosellina Garbo

di Yasmina Khadra
Traduzione dal francese: Marina di Leo
Regia e adattamento drammaturgico di Daniele Salvo
Scene: Michele Ciacciofera. Costumi: Daniele Gelsi
Musiche: Marco Podda. Videoproiezioni: Indyca (Torino)
Luci Nino Annaloro
Interpreti: Stefano Santospago, Carlo Valli, Gianluigi Fogacci, Riccardo Zini,
Ombra Roberto Burgio, Alessandro Romano, Marcello Montalto
Aiuto regista: Antonio Raffaele Addamo. Direttore di scena: Valentina Enea
Produzione: Teatro Biondo di Palermo
Prima Nazionale
Teatro Biondo di Palermo dal 17 al 26 gennaio 2020

www.Sipario.it, 19 gennaio 2020

S’aggirava sino a pochi anni fa in Africa e in Europa un personaggio che indossava lunghi e splendenti caftani con fez damascato in testa. A volte appariva dentro una divisa da colonnello con una sfilza di nastrini colorati sul petto e un cappello bordato di rosso da ufficiale, contornato da una lunga zazzera riccioluta che strabordava ai lati delle tempie. Obiettivamente era brutto: sul labbro superiore spuntava un’idea di baffi, il viso era gonfio, tumefatto, quasi di gomma, da cui sorgevano due occhietti piccoli luccicanti come laser. Si chiamava Muhammar Gheddafi il tipo, credeva d’essere un dio non solo della sua terra di Libia, un re passato alla storia come un Rais invincibile e immortale. Invece nel febbraio del 2011 scoppiano in quei territori delle sommosse popolari cui segue un conflitto armato tra le forze a lui fedeli e i ribelli del CNT (Consiglio Nazionale di Transizione) e il 20 ottobre dello stesso anno, quando Gheddafi ha 69 anni 4 mesi e 17 giorni, lo si vedrà fuggire e poi nascondersi all’interno d’un canale di scolo e una volta catturato verrà orrendamente fatto fuori nella sua città natale di Sirte senza un processo regolare. Uccisione che di fatto porta alla caduta del suo regime dittatoriale e alla fine della guerra. Di questo parla l’applaudito spettacolo molto attuale L’ultima notte del Rais messo in scena in bello stile camp da Daniele Salvo al Teatro Biondo di Palermo, che lo produce, scavando sulla personalità spocchiosa del personaggio, interpretato con molta adesione da Stefano Santospago, certamente più bello di Gheddafi, somigliandogli soltanto per via d’una parrucca riccioluta, dei Ray ban scuri agli occhi e d’una mise di stampo militare (costumi di Daniele Gelsi), mettendo in luce debolezze e fragilità, sentendosi sino agli ultimi istanti un uomo invincibile. Il testo è tratto dall’omonimo romanzo di Yasmina Khadra, edito da Sellerio, pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, ex ufficiale dell’esercito algerino, il cui adattamento drammaturgico è opera dello stesso Salvo, che si è immaginato, credo, di dirigere lo spettacolo con un piglio cinematografico, con cinepresa sulle spalle, interamente in piano sequenza, vista la dinamicità dei sei protagonisti (Carlo Valli, Gianluigi Fogacci, Riccardo Zini, Roberto Burgio, Alessandro Romano, Marcello Montalto) che sembrava fossero molti di più nelle azioni di guerriglia, colti a sparare con i loro kalashnikov, mentre esplodevano granate e il palcoscenico diventava un campo di battaglia in stile Apocalypse Now rinfocolato dalle musiche di Marco Podda, popolato da fragorosi lampi e rombi di aerei che lanciavano bombe su ogni centimetro della scena di Michele Ciacciofera: artista nativo di Nuoro che vive e lavora tra Siracusa e Parigi, certamente ispiratosi all’Arte povera di Merz o Kounellis, installando in primo piano gomme di vecchi copertoni ricoperti in parte da mucchi di segatura, una stufa accanto ad un poltrona e un divano, un tavolinetto con lume, bidoni colorati, insomma una sorta di interno-esterno, contornato da alcuni pannelli per proiettarvi le videoproiezioni dello studio torinese Indyca, e dietro ancora l’immagine d’un tetro palazzo d’una scuola coranica abbandonata con tre finestre chiuse da grate. In cento minuti filati lo spettatore affronta un viaggio joyciano tra le dune sabbiose d’un deserto ricco di petrolio, accanto ad un personaggio eccentrico che ha pensato soltanto d’acquisire un potere grandissimo, alla fine rivoltatosi contro, riducendolo, come successo in passato a tanti dittatori, ad un animale da macello. Nato povero da genitori poveri sotto una tenda, non cambiando abitudini neppure da grande quando pianterà le tende all’Eliseo di Parigi o nella Villa Pamphili di Roma, attorniato in quest’ultima location da donnine che eseguiranno per lui la danza del bunga-bunga, godendo delle sue ricchezze, dei tanti investimenti in vari settori dell’economia internazionale e diventando uno degli uomini più ricchi del pianeta. Un potere che Gheddafi ha gestito per 42 anni, da quando con un colpo di stato militare, il 1º settembre 1969, fu l’artefice della caduta della monarchia del re Idris I di Libia e del suo successore Hasan, senza ricoprire stabilmente alcuna carica ufficiale, ma fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida e Comandante della Rivoluzione della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, diventando la massima autorità della Libia, instaurando all’inizio una dittatura militare, in seguito, avvicinandosi al socialismo arabo di Gamal Abd el-Nasser, suo modello ideologico, a cui rimarrà sempre devoto. L’ultima immagine prima di morire sarà il volto della madre che apparirà grande su un velatino del proscenio. Sono passati neppure nove anni dalla morte di Gheddafi, e la situazione politica in Libia è andata sempre più peggiorando, diventando assieme all’Iran, Iraq e Turchia una terra in cui si combatte ancora oggi, diventando la pace soltanto una condizione quasi irraggiungibile. 

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Lunedì, 20 Gennaio 2020 09:49

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