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TROIANE (LE) - regia Annalisa Bianco e Virginio Liberti

Le Troiane Le Troiane Regia Annalisa Bianco e Virginio Liberti

da Le Troiane di Euripide
regia Annalisa Bianco e Virginio Liberti
produzione NTFI
con il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Comunità Europea
in collaborazione con Ministério da Cultura (Portogallo), INAEM – Ministerio de Cultura (Spagna), Festival de Merida (Spagna), Centro Cultural de Belem (Portogallo), Teatro Nacional Dona Maria II di Lisbona (Portogallo), La Comédie de Reims (Francia), C.R.E.P.A. di Bruxelles (Belgio) e in coproduzione con CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
Napoli Teatro Festival Italia, dal 6 al 15 giugno 2008

www.Sipario.it, 19 giugno 2008
Il Manifesto, 15 giugno 2008
Il Mattino, 9 giugno 2008

Queste Troiane di Euripide, andate in scena all'Albergo dei Poveri di Napoli, nell'ambito del Teatro Festival Italia con la giovane e nuova compagnia europea, non ci ha convinto. Anzi, rispetto alle aspettative maturate durante la conferenza stampa di presentazione dei due registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti, che congiuntamente firmano la messa in scena, ci ha deluso: mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato, recita un vecchio proverbio. E prima di entrare nello specifico dello spettacolo e di motivare le conseguenti riserve, ci sentiamo investiti da alcune domande le cui risposte potranno inquadrare questa operazione, e perche' e' nata. Cioè come e perche' nasce questa Compagnia Teatrale Europea, composta da sette donne e da cinque attori di Paesi diversi: Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Belgio?

Nasce da una necessità artistica o da una opportunità offerta, visto che la Comunità Europea dà benefici economici quando si mettono insieme più organismi come in questo caso, capeggiati per la produzione dal CSS Teatro Stabile di Innovazione della Regione Friuli Venezia Giulia, con sede a Udine, che ha trasformato l'Ecole des Maitres in Progetto Thierry Salmon?

Se la formazione nasce da una necessita' artistica, poiche' siamo fermamente convinti che una compagine di attori di lingue diverse puo' stimolare e generare nuova creativita', nuovi linguaggi espressivi, allora l'iniziativa è da sostenere e far vivere nel tempo. Se invece e' solo un intelligente pretesto per spillare quattrini, allora siamo contrari: perche' questa scelta puo' generare ibridi artistici. Infatti, dai risultati osservati in scena nascono dei sospetti che per stima verso questo nascente Festival vogliamo subito fugare. I due registi, rispetto ai loro enunciati, come si è detto, sono caduti in molteplici contraddizioni. Dichiarano di "non sentire più quelle parole tragiche, troppo lontane e incomprensibili per noi"; e poi te le ritrovi quasi tutte in scena, offerte in modi e toni banali e grotteschi. Perché? Allora, se le parole scritte più di duemila anni fa, da un certo Euripide, sono incomprensibili perché le cavalcate e fate uso del nome di Euripide?

Poi: che senso ha far recitare parti dello spettacolo da attori stranieri obbligandoli a interpretare i ruoli in lingua italiana? Esponendoli a facili ironie, dovute alla pronuncia? Ancora: che senso ha far recitare altre parti dello spettacolo nella rispettiva lingua d'origine di alcuni attori, affiancandoli poi da attori italiani, che fanno una sorta di traduzione in italiano interpretata in simultanea? Con una naturale conseguenza di allargare i tempi dello spettacolo e svuotando il lavoro dell'interprete straniero? Tutto cio', a nostro avviso, dimostra incertezza, paura di comunicare lo spettacolo miscelando le lingue originali degli attori e avvalendosi esclusivamente dei sopratitoli come è stato fatto con l'attrice portoghese Flavia Gusmao nel ruolo di Cassandra, bravissima, che ci ha offerto un bel momento di teatro intenso, commovente, tragico. Quella era la strada da seguire. Invece, è calata la paura sul progetto di regia di un eventuale rifiuto da parte del pubblico. Peccato. D'altro canto ci sono esempi illuminanti che hanno dimostrato che attori di paesi diversi possono recitare un testo nelle rispettive lingue e il pubblico ha apprezzato questi accostamenti: Peter Brook, Tadashi Suzuki, e altri fanno storia.

E ancora: ci era stato detto che il sito archeologico scelto, cioè il Real Albergo dei Poveri, complesso evocativo e di grande suggestione, per organizzare lo spettacolo "Le Troiane" avrebbe sapientemente utilizzato il degrado stesso dell'ambiente. Allora perche' costruirci una scena "teatrino" che distrugge l'atmosfera dell'ambiente? Di quei pannelli, che a metà dello spettacolo si elevano in verticale, grazie ad un meccanismo di argani, a formare un fondale, non ne sentivamo il bisogno, e quindi se ne poteva fare a meno, lasciando gli attori agire a vista nello spazio. Avremmo apprezzato di più la scelta. Invece no. Si e' fatto il teatrino con tanto di pedanina. Infine: perche' poi impastare il tessuto drammaturgico delle parole con quella insistente, invasiva colonna sonora dove c'era tutto e di più. I registi non hanno voluto credere alle parole di Euripide, e lo hanno dimostrato inserendovi azioni a volte insignificanti come quel giochetto con le sigarette: chi ha visto lo spettacolo può capire a cosa alludiamo. Anche i rumori improvvisi fuori programma come il continuo rombo degli aerei che partono e arrivano all'aereopoto di Napoli, come i fuochi d'artificio per la Festa di Sant'Antonio hanno fatto sorridere.

Dobbiamo dire che la Compagnia c'e', ha le carte in regola per dare una identità al progetto. Bisogna stare attenti a chi la affida. Con ciò vogliamo dire che gli attori devono essere affidati a registi che credano nella loro potenzialità espressiva, anziché affidarli a chi si nutre di intelletualismi autocelebrativi.

Gli attori vanno citati tutti per lo sforzo a cui sono stati sottoposti, e la loro carica di energia e di partecipazione ce lo impongono. Eccoli: Jean-Francois Bourinet (Poseidone, Il Coro, Menelao); Mahaut D'Arthuys (Ecuba, Cassandra); Evelyne El Garby Klai (Ecuba); Ena Fernandez (Elena); Flavia Gusmao (Cassandra); Tatiana Lepore (Ecuba); Domique Pattuelli (Andromaca); Martin Pedroso (Il Coro, Atena); Umberto Petranca (Andromaca, Ecuba); Daniele Pilli (Taltibio); Emano Rancho (Il Coro); Carlotta Viscovo (Ecuba).

Se le repliche hanno registrato tutto esaurito, il merito va ai giovani attori e alla "macchina" costruita dai responsabili del Festival. E una organizzazione che genera le "spinte" giuste perché il pubblico, napoletano e no, viva questa sinfonia di eventi.

Mario Mattia Giorgetti

Le lingue delle Troiane e dei sottosegretari

Spettacolo molto atteso perché considerato «di copertina» al Napoli Teatro Festival, Le troiane è un testo tanto antico quanto amato, di una semplicità lineare quanto dolorosa. Euripide ha scritto nella vicenda delle donne doppiamente sconfitte dalla vittoria dei Greci sui Troiani, un manifesto eterno contro la guerra e la sua violenza, contro la distruzione militare e la sua arroganza. Tutto visto dall'occhio delle donne destinate alla schiavitù, un tempo regine della loro terra, oggi prigioniere violate fin nell'intimità. Un testo che è una memoria storica del teatro e del suo valore civile, di cui è impossibile non serbare il ricordo ancora significativo di tante letture del '900: quella tv, senza scene e costumi, di Cottafavi, quella di Cacoyannis per il cinema, quella sconvolgente di Thierry Salmon in greco antico originale messo in musica da Giovanna Marini nell'89.
Ora la manifestazione napoletana, la più ricca e pubblica del teatro italiano, ha raccolto attorno a questo testo una compagnia europea di giovani di diverse nazionalità (le cui lingue si riversano direttamente sulla scena) lungo una linea che già diversi anni fa il direttore del festival Renato Quaglia intraprese con Franco Quadri e il Css udinese (oggi ancora coproduttore) e vari partner istituzionali. Prima si chiamava L'Ecole des Maitres, poi Progetto Thierry Salmon, oggi arriva appunto a queste Troiane di stampo europeo.
Che poi si confrontano ovviamente con la Napoli che le ospita e ne affida la regia ad Annalisa Bianco e Virginio Liberti, di Egumteatro. Ma nel bellissimo spazio del Reale Albergo dei Poveri a Forìa, la città si fa sentire fin troppo con la vicinanza del molto funzionante aeroporto di Capodichino, i gabbiani che stridono salendo dalla marina, e la sera della festa di sant'Antonio con fuochi d'artificio a ripetizione, non si sa se solo per il santo o anche per qualche boss coming home dalle patrie galere.
Annalisa Bianco e Virginio Liberti, forse anche perché alla prima prova con un cast numeroso, pigiano il pedale del grottesco piuttosto che del tragico. Gli uomini (qui esorbitanti, mentre nel testo hanno tre ruoli minori) ridono, ridacchiano e urlano, cercano la centralità, quando non si travestono (come la povera Atena). Le donne alternano prostrazione a scalmane, mentre i ruoli si moltiplicano in attrici diverse (col rischio che una ricordi Katina Paxinou pur senza averne il mitico accenno di baffi mediterranei, un'altra si immedesimi alla Stanislavskij, un'altra si estenui sulla chaise longue, come tante diverse facce di Ecuba). Le lingue diverse talvolta si sovrappongono, come le canzoni un po' casuali, quasi uno spot Ue (tranne che nel caso fondato di Cassandra, il cui portoghese pare la lingua segreta del suo Apollo). Ma nell'insieme il sarcasmo e il grido allontanano il tragico. Oggi irrapresentabile, si sa, ma che a forza di esorcismi e travestimenti fa scivolare lo spettacolo in un «negazionismo» parallelo a quello di qualche storico infausto.
Anche altre rappresentazioni (a parte quelle destinate in partenza agli spazi più tradizionali) cercano location inconsuete disseminandosi nella città. Una che vorrebbe farlo per elezione è England di Tim Crouch, che chiede il confronto con le gallerie d'arte. Così da farsi, nello spettacolo che ne trae con grande dispendio di intelligenza Carlo Cerciello, itinerante per molti luoghi delle arti visive partenopee. Ma neppure in quella che fu la casa e il «tempio» geniale di Lucio Amelio a piazza Martiri, il testo di Crouch vince la sfida. Non perché la collezione di ottoni hindu ora esposta non sia adeguata, ma perché i guai di coppia e i loro casi clinici (addirittura trapianti) così come il rapporto altrettanto malato tra opera d'arte e mercato, non si appagano di qualche pennellata di chiacchiericcio. Nonostante l'impegno generoso dei due attori.
Ma il Napoli teatro festival ha un cartellone strabocchevole e ognuno può trovare qualcosa di suo gusto. C'è stata perfino l'occasione di ascoltare, nella densa tre giorni organizzata dall'Agis sui problemi sempre più gravi del settore, il debutto pubblico del nuovo sottosegretario unico alla cultura, il forzista Giro. Troppo facile giocare sul suo nome, ma per quanto forbito e suadente lui sembrava solo capace di girarci attorno, a quei problemi. Ha garantito il varo di una legge mancante da molti decenni, e ha minacciato l'interessamento del premier «che rispetto a questo settore è particolarmente sensibile», ahinoi.

Gianfranco Capitta

E «Le Troiane» finiscono nel campo rom

Napoli. Per un verso la tragedia greca, ossia le antichissime domande poste dalla poesia sullo statuto morale degli uomini, per l'altro autori di oggi, come l'inglese Tim Crouch che scrive testi destinati alle gallerie d'arte e che, quindi, utilizzano le parole proprio sotto specie dei colori di un quadro. In breve, uno degli aspetti più interessanti del Napoli Teatro Festival Italia consiste nel varo di una sorta di laboratorio delle idee e delle forme che indaga sulla storia per aprire una finestra sul futuro. Ma veniamo, adesso, allo spettacolo d'apertura. Non c'è che dire. Come ci ripensano loro - Annalisa Bianco e Virginio Liberti, registi dell'allestimento delle «Troiane» che finalmente ha partorito al Mercadante la sua «prima», dopo una lunga e travagliata gestazione - non ci ripensa nessuno. A cominciare proprio dal dato di cronaca: mentre venerdì sera, di fronte alla pioggia che cadeva sull'Albergo dei Poveri, avevano dichiarato che lo spettacolo era imprescindibilmente destinato a spazi aperti, la sera dopo lo hanno trasferito non solo in un luogo chiuso, ma addirittura in un teatro tradizionale. I Nostri, però, si esibiscono anche in ripensamenti ben più sostanziali. Mentre nelle note di regia dichiarano che «la Tragedia Greca è morta e seppellita con la cultura greca» e che «per noi, le parole scritte più di duemila anni fa restano lontane e incomprensibili», poi adottano il testo di Euripide pressoché integralmente, compresi, è ovvio, i nomi degli dei e degli eroi che vi sono snocciolati; mentre dichiarano di non voler cercare «una forzata attualità», poi ambientano il plot tra le baracche di lamiera e cartone di un tipico campo rom; e mentre, stavolta in conferenza stampa, dichiarano che il loro «non è uno spettacolo sulla guerra», poi ci fanno sentire il rombo degli elicotteri da combattimento e la sirena degli allarmi antiaerei. Quest'ultima contraddizione è la più pesante, perché - come avevano giustamente intuito la Bianco e Liberti - il potente meccanismo retorico qui messo in campo da Euripide consiste nel non descrivere direttamente la guerra e nel parlarne, invece, attraverso gli echi che essa, sebbene finita, continua a suscitare nell'animo delle prigioniere. E si tratta, dunque, di una contraddizione che rende tutto il resto banale o scontato. A dire dell'impossibilità odierna del Tragico non occorre nemmeno scomodare la «tragedia astratta» che, per esempio, si consuma nell'«Enrico IV» di Pirandello, basta e avanza Hölderlin: «Tacere spesso dobbiamo, / mancano i Nomi Sacri». Nello spettacolo in questione, al contrario, lo straniamento ironico iniziale cede ben presto il passo a una declamazione che, per l'appunto, più «tragica» non si potrebbe immaginare. Perché i due registi non hanno insistito sul registro espressivo incarnato da quella che è la loro più bella idea: la Cassandra che sembra uscita direttamente da un'immaginetta di Santa Maria Goretti, con tanto di velo, saio immacolato e profluvio di gigli? Così si sarebbe demistificato in maniera intelligente e nuova il Mito, altro che la corona regale di cartone. Allo stesso modo, la Bianco e Liberti avevano annunciato di voler puntare su uno «stravolgente appello ai sensi del corpo umano», e molto funzionale si presentava, al riguardo, la scelta di affidare il personaggio di Ecuba a varie attrici, come a declinare un dolore che rimane lo stesso anche nella diversità delle razze e delle culture. Ma qui scatta l'ultimo e forse decisivo ripensamento: insieme con le quattro lingue (italiano, francese, spagnolo, portoghese) che la neonata Compagnia Europea creata dal Festival doveva far reagire fra loro, arriva spesso la traduzione simultanea in scena. Al significante si sostituisce il significato. Senza, con ciò, voler togliere nulla all'impegno dei giovanissimi interpreti: fra i quali spicca, nel ruolo di Cassandra, la bravissima portoghese Flávia Gusmâo.

Enrico Fiore

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 05:01

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