martedì, 15 ottobre, 2019
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TI SI MOJ ZIVOT - regia Alessandro Veronese

"Ti si moj zivot", regia Alessandro Veronese. Foto Sergio Battista "Ti si moj zivot", regia Alessandro Veronese. Foto Sergio Battista

Tu sei la mia vita
Drammaturgia e regia Alessandro Veronese
Con Elisa Giorgio, Allessandro Veronese
Milano, Teatro Libero dal 31 gennaio al 3 febbraio 2019

www.Sipario.it, 4 febbraio 2019

I Balcani sembrano una cicatrice in rilievo nel corpo dell'Europa, una ferita cauterizzata con il fuoco della guerra di Bosnia, e l'autore –attore di questa piece, Alessandro Veronese, decide di mostrarla al pubblico, in tutta la sua verità, la tocca con delicatezza, ne mostra i margini, trasforma quel gesto medico, in una carezza, ed invita il pubblico a fare altrettanto. Ha il merito di farsi da parte con pudore, di togliersi il velo dell'ego per far posto alla storia, siede idealmente di fronte ad Aristotele e riscrive la sua Poetica facendo della narrazione teatro. La Sarajevo che ci mostra è fatta da immagini fonetiche traslucide, di gioielli cresciuti nell'alveo di un ostrica drammaturgica che ha avuto, ha sentito, la necessità del racconto, un granello di sabbia, un'ombra nella storia europea perfettamente ricoperta dalla madreperla della parola teatrale. E impressiona obliare, fonema dopo fonema, quella fisicità, quel volto da villain dell'attore, che mostra, con la luce negli occhi del fanciullo, la storia che gli brilla tra le mani. Fa effetto ascoltare la narrazione gli infiniti lutti che la guerra addusse a questo popolo bosniaco a due passi dagli achei. Ha l'intuizione di raccontare la storia attraverso piccole grandi storie, di incarnarla nella presa diretta di un racconto di un amore interetnico,quello di Bosko ed Admira, un serbo ortodosso, ed una ragazza musulmana che si giurano passione per sempre mentre la città getta loro addosso un riso fatto di proiettili di piombo. C'è poi il diario di Zlata che racconta con l'implacabile e autentico sguardo, così come lo si può avere a 11 anni, l'ottusa banalità del male, di un'artiglieria che violenta con rudezza Sarajevo, strappandogli di dosso il cemento e la carne. La vocalità dell'interprete si fa cosa viva, pulsante, con l'archetto, costituito della sua volontà di narrare, sfrega sulle corde della laringe note ventrali, vibrati appassionati come quelli del violoncellista Vedran, che decide di suonare il suo strumento sulle rovine della biblioteca, al fine di bagnare e purificare, con le lacrime delle note musicali, il dramma di una città lacerata, smembrata, distrutta da un lunghissimo assedio. Bastano pochi elementi di scenografia per raccontare questa storia, perché le parole portano con sé già la scenografia adatta, riempiono tutto lo spazio disponibile sul palcoscenico. L'attrice Elisa Giorgio, riesce ad incarnare con pienezza le declinazioni femminili, le vittime di questo conflitto. Ora ragazzina, ora giovane donna che scopre la rosa dell'amore, tra le macerie della guerra, trova sempre la voce più adatta, si lascia vivere, trasportare dai fiati della sua recitazione, come il tzimtzum, il concetto espresso dalla kabbalah, secondo il quale la divinità si ritrae per lasciar posto al mondo, così l'interprete lascia che, attraverso la sua fisicità, vivano questi personaggi, si raccontino in presa diretta, abbiano la possibilità di una seconda vita. Qualche furtiva lacrima è lì, appena dietro le battute, rende liquide anche le consonanti che per natura non lo sono, e certi passaggi sono costipati di tristezza, una tristezza che viene scoperta dall'attrice e dall'attore con piena naturalità, con un istinto del tutto umano, che vince decisamente il paradosso dell'attore di Diderot, e sposta fatalmente il centro cartesiano del conoscere dalla mente, al cuore di Pascal ed alle sue ragioni che Descartes non conosce. Ma anche la più solida, la più assoluta tragedia, non è un blocco granitico di pianto e disperazione, può essere screziata da un vento leggero di ironia, come le tragedie shakespeariane hanno i loro fools, le loro parentesi comiche. In questo caso quella brezza è costituita dal racconto delle Olimpiadi invernali di Sarajevo, risolte con la mimica da slapstick, con quel passo velocizzato con cui scorrono certe comiche del cinema muto. Anche il modo con cui Bosko corteggia Admira fa sorridere lo spettatore, ed insieme lo fa intenerire, resta un modo così immediatamente umano, fallibile, e per questo efficace, per raccontare la verità di un imbarazzo, l'impaccio e la nascita di un sentimento che di lì a qualche tempo di sarebbe iscritto in due corpi fusi in un solo segno visivo, in un messaggio grafico potente di un Romeo e di una Giulietta dei Balcani, che vivono oltre loro stessi, in grado di rendere la prima lettera della parola amore, un alfa privativo, in grado di negare la cruda certezza di una morte bellica . Le parole di questo testo, idealmente sintetizzabili nel tiolo, "Ti si moj zivot, "Tu sei la mia vita", insomma, sono pallottole blindatissime che spaccano il cuore per poi permettere che si rimargini, un attimo dopo la commozione, per potersi sciogliere in un meritato, catartico, applauso.

Danilo Caravà

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Febbraio 2019 07:59

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