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SLAVA'S SNOWSHOW - Creato e messo in scena da SLAVA

"Slava's snowshow" - creato e messo in scena da SLAVA "Slava's snowshow" - creato e messo in scena da SLAVA

Creato e messo in scena da SLAVA
Con Artem Zhimolokhov, Onofrio Colucci, Ivan Polunin, Yury Musatov, Aelita West, Alexandre Frish, Guido Nardin
Tournée italiana organizzata da ATER – Associazione Teatrale Emilia-Romagna in collaborazione con SLAVA e Gwenael Allan
Trieste, Politeama Rossetti 9 aprile 2014
Roma, Teatro Argentina, dal 18 febbraio al 1 marzo 2015
Milano, Piccolo Teatro Strehler, dal 28 dicembre 2015 al 10 gennaio 2016

www.Sipario.it, 7 gennaio 2016
www.Sipario.it, 27 febbraio 2015
www.Sipario.it, 20 aprile 2014

Lo Snowshow del mimo russo Slava Polunin, spettacolo nato oltre vent'anni fa e da allora in continua evoluzione, riesce a sortire negli spettatori lo stesso effetto di quelle poesie la cui struggente bellezza raggiunge direttamente la sfera emotiva, restando in parte inaccessibile alla ragione. Slava gioca volutamente su degli elementi che colpiscono, toccano e commuovono nel profondo: lo sferragliare di un treno in lontananza, la soffusa luce lunare, una vorticosa bufera di neve. Si tratta di immagini romantiche e malinconiche al contempo, che si collocano a metà strada tra sogno e realtà.
Asisyai, clown dai capelli bianchi e vaporosi, vestito di una tuta gialla da lavoro e con un paio di morbide pantofole rosse ai piedi, è il protagonista dello Snowshow. Attorno a lui si muovono altri clown, tutti avvolti in lunghi cappotti verdi e con buffi berretti dalle orecchie lunghe sul capo. Malgrado siano tutti vestiti allo stesso modo, i "clown verdi" sono molto diversi tra loro e dunque estremamente riconoscibili: tra di loro spiccano il piccolo, lo spilungone e il leader.
Sulla scena regnano economia e lentezza di movimenti. Ciò conferisce importanza a ogni singolo gesto. La pantomima di Slava, da lui stesso definita come "idiozia espressiva", si rifà chiaramente a quella dei personaggi di Leonid Engibarov, Marcel Marceau e Charlie Chaplin, che Polunin considera come propri maestri. Con questo linguaggio Slava ci racconta storie buffe e malinconiche, ci fa ridere e sorridere, ma anche commuovere. Grandiosa è la scena in cui tra nuvole di vapore bianco, un letto si trasforma in una nave sospinta dal vento verso il largo sulle note di "Chariots of Fire" di Vangelis, la celeberrima colonna sonora del film "Momenti di gloria". Su di esso Asisyai si atteggia a lupo di mare, la pipa in bocca, lo sguardo rivolto all'orizzonte, mentre i gabbiani gridano in lontananza. Travolgente in senso letterale è la bufera di neve che, al ritmo di "O Fortuna", non soltanto ostacola l'avanzare di Asisyai sulla scena, ma sorprende anche gli spettatori con un furioso turbine di fiocchi bianchi. Il pubblico viene coinvolto di continuo: a partire da quando innumerevoli bolle di sapone si spingono dal palcoscenico verso la platea, librandosi sopra le teste degli spettatori, passando per l'enorme ragnatela da cui Asisyai non riesce a divincolarsi e che finisce per intrappolare anche il pubblico, fino al tripudio di palloncini e palloni colorati che in chiusura rompono letteralmente la quarta parete invadendo la sala, sospinti in alto dagli stessi spettatori.
Le musiche giocano un ruolo fondamentale nello Snowshow. Tanto quanto la pantomima sono responsabili dell'atmosfera magica e poetica che caratterizza la performance. Si passa dalla già citata "Chariots of Fire" ai Carmina Burana, da "Mas que nada" a "Via con me", solo per citarne alcune.
Lo Snowshow non è solo qualità, bensì anche quantità. Slava non si limita a mettere in scena una nevicata, bensì una tempesta di neve, non si accontenta di qualche bolla di sapone, ne vuole un'infinità, non dà un contentino al pubblico coinvolgendolo di tanto in tanto, ma lo soddisfa a pieno inondando letteralmente la platea di enormi palloni colorati. Chi crede si tratti di uno spettacolo solo per bambini sbaglia. Con la sua sublime liricità, lo Snowshow di Slava Polunin riesce a pizzicare le corde più recondite dell'anima, a prescindere dall'età anagrafica.

Gloria Reményi

Un soffio forte di vento porta a Roma lo spettacolo di uno dei più grandi clown del mondo

Cadono dal cielo coriandoli di carta bianca, neve silenziosa agli occhi di un bambino, si impigliano i capelli e le mani tra le infinite ragnatele di un enorme ragno, riempie la sala una fitta nebbia, fumo profumato di incenso, volano sopra le nostre teste enormi palloni colorati che rincorriamo per sfiorarli, colpirli, spingerli sempre più lontano.
Slava's snowshow è un viaggio estasiante all'insegna del libero divertimento, del gioco più puro, che ti travolge fisicamente. Come l'artista stesso lo definisce, "è un teatro rituale magico e festoso". Non esiste nessuna quarta parete e non dobbiamo essere noi a crearla con i nostri blocchi mentali, ma dobbiamo solo lasciarci guidare dai cinque clown strampalati, un po' angeli un po' diavoli, che invadono la scena. Si inseguono, si prendono in giro, fingono di cantare, scherzano tra di loro e con in pubblico in sala, ma nascondono una sensibilità unica di figure solitarie che si possono ritrovare a ballare con un cappotto appeso ad un attaccapanni per sentirsi un po' più amati. Questo e tanti altri gli sketch che Slava ha recuperato dalla tradizione clownesca, riadattandoli secondo lo stile del suo visionario show e aggiungendo gag e improvvisazioni.
Asisyai, tenero clown dal costume giallo (una tuta da lavoro) e dalle morbide pantofole rosse, è il nostro protagonista. Insieme a lui, altri quattro stravaganti personaggi con lunghi impermeabili verdi e grandi cappelli rigidi - che sembrano orecchie grazie alle quali potrebbero spiccare il volo - ci prendono per mano e ci fanno salire in un immaginario treno della fantasia. Ci portano in mezzo al mare durante un naufragio, tra i ghiacci della Russia, ci fanno sognare e ci fanno tornare bambini con ancora tanta voglia di ridere.

Sara Bonci

Rievoca le magie di un vecchio carillon "Slava's snowshow" che ferma il tempo e lo vena di eterne malinconie con melodie ipnotiche o paesaggi invernali "di zucchero". In primis è una grande festa per bambini, uno spettacolo di clownerie di fine umorismo, un tripudio di sregolatezze e magie. Ma anche una riflessione senza mediazioni per gli adulti, con gesti e azioni che nella loro triste ingenuità arrivano diritte al cuore, suscitando naturalmente emozioni.
Il rumore del vento è forte perché presto porterà una bufera di neve fatta con piccoli rettangoli di sottile carta bianca che, come infiniti petali impazziti, copriranno gli increduli spettatori, abbagliati da una luce accecante. E ancora quello di un treno da lontano che con il suo arcano ciuf ciuf sembra essere in partenza per portarci chissà dove, forse nel regno delle fate e dei giocattoli o in un piccolo paesino russo sepolto dalla neve... E poi pagliacci seriali con buffi copricapi dalle lunghe orecchie che camminano, quasi a seguire un tappeto rotante, dirigendosi sempre verso il lato destro della scena e che, con uno sguardo strano, un movimento inaspettato incatenano l'attenzione del pubblico e lo muovono al riso. Su tutti s'impone l'unico vestito con una tuta gialla da lavoro e pantofole rosse, Asisyai, curioso e goffo, poetico e ironico, silenzioso nel suo universo di rutilanti pensieri cullati da musiche fatate. Si ripara da un'improvvisa pioggia di bolle di sapone prima di vedere stupito, alla fine del primo tempo, i suoi compagni stare in equilibrio sugli schienali in fila delle poltroncine di platea nel tentativo di camminare anche sul pubblico.
Liberatorio, commosso, incontenibile l'universo del clown Slava Polunin sposa le aspettative visionarie soprattutto dei bimbi, vagheggiando illusioni e scontrandosi con improvvise disillusioni, lontano però dal mondo del circo, in un distillato di naïveté disarmante che attinge alla tradizione dell'arte tradizionale del mimo (Chaplin, Marceau, Engibarov) a tratteggiare storie e sketch sempre con nuove sfumature.
Applaudito in tutto il mondo, lo spettacolo datato 1993 è diventato ormai "un classico del teatro del XX secolo", con un finale ludico dal sapore leggendario. I pagliacci fanno rimbalzare sulla platea, infatti, una quantità smisurata di palle leggere ma enormi per giocare e palleggiare tutti insieme, sfidando qualsiasi logica razionale.

Elena Pousché

Ultima modifica il Venerdì, 08 Gennaio 2016 19:07

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