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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE - regia Fabio Grossi

Sogno di una notte di mezza estate Sogno di una notte di mezza estate Regia Fabio Grossi

di William Shakespeare
Traduzione ed adattamento di Fabio Grossi e Simonetta Traversetti.
Regia Fabio Grossi. Scene e costumi Luigi Perego, Musiche Germano Mazzocchetti, Coreografie Monica Codena, Luci Franco Buzzanca
Con: Leo Gullotta, Mimmo Mignemi, Emanuele Vezzoli, Leonardo Marino, Fabrizio Amicucci, Ester Anzalone, Alessandro Baldinotti, Valeria Contadino, Adriano Di Bella, Luca Iacono, Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Irene Tetto.
Teatro Stabile di Catania dal 6 al 16 dicembre 2012
Teatro Eliseo di Roma dal 6 al 24 febbraio 2013

www.Sipario.it, 20 dicembre 2012

Se ho ben capito, l'essenza della rappresentazione consiste nella sua volontà di affermarsi quale apologo politico-morale sulla fatuità, il capriccio, la proterva stupidità di chi esercita il potere, da qualsiasi imprimatur esso provenga. Sia pure nelle concilianti sembianze di fabula mitologica, di commedia cortese, di 'festino elegante' (Arcore incombe sempre) e in prossimità di un regal- matrimonio, qui trasformato in pretesto per dark-comedy. La cui simbologia (dominata da un fondale a forma di occhio socchiuso) avanza su tre dimensioni, strutture di pensiero e comportamento, attinenti ad una molto più concreta antropologia dell'essere.
Al dunque: Bottom, con la Testa d'Asino, rimanda (con la freschezza e destrezza figurativa di un pannello di Brueghel) al 'mondo degli artigiani', quindi alla forza lavoro che è motore della società non parassitaria. Alle sue spalle il Puck (mix tra aitante eunuco e diavolaccio degli inferi nella irruente interpretazione di Alessandro Baldinotti) si fa carico di alludere alle fantasie dell'inconscio, dell'inaspettato o inconfessabile come segreto sogno dell'animo dentro un cuneo di stravaganze (palesi) e passioni (sopite).
La cornice che si estende in proscenio si prefigge di rappresentare il mondo del privilegio, la 'casta (sempre vegeta) che tutto determina , racchiude e conclude all'interno dei 'pacificanti' significati che le è più comodo imporre
Tutto plausibile, nulla di eccepibile.

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Se non fosse che l'allestimento ambizioso e corale di Fabio Grossi decida poi di usare la concettuale 'tridimensionalità' del progetto come se si trattasse di blocchi a se stanti, di vasi non comunicanti, ciascuno bastante a se stesso: quello delle 'pratiche basse' (i comici-artigiani), quello dei metallari e degli efebi al guinzaglio (dal bosco incantato di Shakespeare ai fragorosi raduni in discoteca), quello degli aristocratici oligarchi (in abiti ed atteggiamenti da fiaba convenzionale). Ciascuno con il frustrato obbiettivo di trovare uno spazio di sintesi, di centripeta energia iconografica in una sorta di caveau pop-festaiolo (con tanto di quinte a forma di colonnine ikea e vestiario sado-maso per i componenti della corte degli elfi) simile ad una affollata discoteca 'trasgressiva' (Degrado, Muccassassina, per chi conosce Roma), prossima al vestibolo di un inferno che 'può attendere' se non fosse che tutto dovrà ricomporsi in vista del matrimonio fra Ippolita e Teseo- e del porporino scioglimento degli incantesimi che hanno agitato la lunga notte di equivoci, travestimenti, 'strabismi' d'amore. Al termine della quale (come al ridestarsi da una brutta sbronza) il saggio, arguissimo Buttom (che Leo Gullotta infarcisce di sapide divagazioni tratte dalla sua sapiente 'valigia di saltimbanco') avrà tutto il diritto di dubitare se 'si è trattato di verità o di sogno' -o di incubo a occhi aperti-fermo restando che, indossando egli la nudità di Prospero, gli è consequenziale enunciare quanto 'la nostra materia e quella dei sogni' raramente fanno differenza (almeno negli attimi che ci consegnano al duro risveglio).

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Nei limiti, nei clangore, nella miscellanea di musica e costumi che tale scelta comporta (con qualche citazione, voluta o casuale, da una storica edizione di Salvatores, anni ottanta, Teatro dell'Elfo), "Sogno di una notte di mezza estate" disegna con dedizione e voluttà degne di nota il suo diagramma (e pentagramma) di commedia 'erotica e nevrotica', con licenza di contaminazioni linguistiche (tutti i dialetti italiani a disposizione dei plebei) estrapolata da una sorta di fuga metropolitana dalla 'follia' tangibile alla volta di una 'licenziosità' innocua e sublimante 'quel che resta del giorno' (o dell'incubo). Quando, da quest'ultimo si scappa via, di notte o a tarda sera, stremati e bistrattati, al riparo di una camera d'albergo o di un night vecchio stile -per un sogno mai (non ancora) sognato. Ciascuno a suo modo

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Settembre 2013 07:02

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