mercoledì, 26 febbraio, 2020
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STRADA (LA) - regia Massimo Venturiello

La strada La strada Regia Massimo Venturiello

regia Massimo Venturiello
scene Alessandro Chiti
costumi Sabrina Chioccio
musiche originali Germano Mazzocchetti
con Massimo Venturiello, Tosca, Camillo Grassi, Antonio Fornari, Cinzia Ricciardi, Paola Riannetti, Claudia Campagnola
Milano, Teatro Manzoni, dal 4 al 30 maggio 2010

La Repubblica, 14 maggio 2010
Corriere della Sera, 11 maggio 2010
Il Messaggero, 21 marzo 2009
Giornale di Sicilia, 1 marzo 2009
Anche con Tosca La Strada commuove

Accostarsi al mito è un rischio. Lo sa bene Massimo Venturiello, che con Tosca, sodale nell'arte e nella vita, affronta come regista e interprete La Strada di Fellini e l'inevitabile confronto con Zampanò e Gelsomina che Anthony Quinn, e soprattutto Giulietta Masina, resero simboli indelebili di un'umanità ai margini. Lo fa con umiltà e rispetto, e la sapienza teatrale artigiana di un dramma con musiche lontanissimo dal musical commerciale oggi in voga. Sulla riduzione teatrale di Bernardino Zapponi e Tullio Pinelli, che con Flaiano aveva sceneggiato il film, lo spettacolo ha toni brechtiani nel coro di circensi, splendide voci narranti che guidano lo spettatore nella storia, musicata da Germano Mazzocchetti con armonie dissonanti e citazioni da organetto. E se la parabola dolorosa commuove ancora, è merito anche delle belle prove dei protagonisti, il rude Zampanò di Venturiello che si ritroverà derelitto sotto la livida strada-ponte disegnata da Alessandro Chiti, e la Gelsomina infantile e goffa di Tosca, che contiene le sue limpide doti canore e si rivela attrice trattenuta e convincente.

Simona Spaventa

Venturiello e Tosca, bravi e toccanti

«Mostra i denti, Zampanò»: inizia così, parafrasando il «Mostra i denti, pescecane» di Weill dell'«Opera da tre soldi», il musical drammatico tratto dalla «Strada». Non quella di Mc Carthy, quella di Fellini col copione dei suoi sceneggiatori Pinelli e Zapponi. Lo spettacolo è quasi una germinazione spontanea del poetico felliniano, la storia del rapporto mancato, pieno di miseria e silenzio, tra il circense Zampanò e la cara Gelsomina, tra un popolo che fa da coro al racconto senza lieto fine dove Massimo Venturiello, protagonista e regista di virulento intimismo, aggiunge una marcia al personaggio che diventa clochard, forse romeno, sotto i ponti. La bella idea scenografica è quella di un cavalcavia intorno cui si assiepa una fauna di varia umanità clownesca pop, dove si canta la colonna sonora di Germano Mazzocchetti e dove Tosca riesce a dare broncio poetico, senza pietismo, alla figura resa esemplare dalla Masina. Bellissime luci, bei costumi, lo spettacolo porta in dote molte qualità anche se andrebbe ridotto ed è imparagonabile al modello che vuole evocare: e l'assolo di tromba del refrain di Rota fa venire i brividi. Tra gli attori sì distinguono Camillo Grassi, il fool e il bravissimo clown Dario Ciotoli in un ensemble che passa dal musical al melò, dall'operetta al brechtismo.

Maurizio Porro

Tosca nel mondo di Fellini

Che Massimo Venturiello potesse diventare un magnifico Zampanò era chiaro fin dal principio. Fin da quando, in ambiente teatrale, si è saputo dell'intenzione di trasformare La strada, il capolavoro cinematografico di Federico Fellini (Oscar nel 1956) in qualcosa che andasse anche oltre l'adattamento per la scena a suo tempo firmato da Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi, collaboratori del regista riminese. Con Venturiello nei panni del rodomonte tutto forza, impeto e passioni, e Tosca in quelli di Gelsomina (Fellini chiamava il primo "la vita che va avanti"; la seconda, "la Vita"), La strada si allunga fino ai prati dell'opera, un'operina colta e insieme popolare in cui coagulare umori, sentimenti e colore autentici.
In scena al Valle di Roma fino al 29 marzo, La strada del Venturiello furioso (qui anche regista, nonché, assieme a Nicola Fano, autore dei testi delle canzoni messe in musica da Germano Mazzocchetti) ha una vitalità irresistibile, non gioca mai "di maniera", attacca e sospira, rappresenta ed evoca con il cuore. Ci sono anche altri personaggi, nel bailamme a tinte clownesche in cui si dipana lo spettacolo. Attorno al rombo dell'azione di Zampanò e ai sussurri attoniti di Gelsomina, "esplode" l'evidenza di gente incolta, grezza, organizzata nel grande circo di sé stessa. Praticabili e passerelle, trucchi e macchine delle meraviglie, abilità e fantasie che incantano i poveri diavoli dell'Italia rurale anni Cinquanta agguantano gli spettatori con mano sicura, a tratti carezzevole, a tratti spietata. E ammiriamo, senza troppo riflettere, i muscoli spropositati del "barbaro" che Gelsomina segue per imparare un lavoro, per trovare una strada. Ci lasciamo trasportare dalla fiducia gioiosa e stolida della ragazza, dall'evoluzione mistica della sua dedizione, dal pathos di ogni paura, dalle angherie che subisce, dai sogni che ri-fabbrica dopo ogni delusione. Riuscitissimo il mélange fra musica e parola. Nel metaforico chapiteau di provincia in cui gli acrobati volano di più e meglio, e i fenomeni valgono doppio, persino la tragedia arriva in forma di poesia. Le lacerazioni si medicano con la speranza. Madama Miseria si sublima in una canzone e nessuno, forse, muore davvero.

Rita Sala

MESSINA (gi.gi.).- Una strada in salita, quasi un viadotto per via dei pilastri che la sorreggono o in discesa se vista dalla parte opposta, attraversa da una quinta all'altra la scena ( architettata da Alessandro Chiti ) di questo dramma con musiche de La strada a firma di Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi tratto dal noto film di Fellini del 1954, vincitore poi del Premio Oscar quale miglior film straniero. I testi delle canzoni su musiche di Germano Mazzocchetti sono di Nicola Fano e Massimo Venturiello, il quale oltre a curarne la regia si cala superbamente nel vigoroso ruolo di Zampanò, cui gli è accanto una sensibile Tosca nei panni di Gelsomina. E mentre il primo trascina la carretta con la sua immagine di uomo erculeo in grado di rompere col solo rigonfiamento del torace ferrose catene e la seconda gli va dietro come un cagnolino vestito da pagliaccio, non si può fare a meno di ricordare le immagini indelebili in bianco e nero di Anthony Quinn e Giulietta Masina, come dire la violenza, la brutalità, l'istinto bestiale, contrapposto all'ingenuità, alla dolcezza, al biancore della vita che diventa poesia. Sia Venturiello che Tosca invero riescono a trasmettere questi sentimenti, bisognerebbe essere davvero insensibili per non percepirlo. E per quanto lo spettacolo risulti un po' statico nelle sue due ore e mezza di svolgimento, lo spettatore è assalito da un senso di solidarietà, non di pietà, verso quel mondo di artisti girovaghi e randagi sintetizzato qui da Venturiello oltre che da lui stesso anche da un gruppo di personaggi circensi (Franco Silvestri, Barbara Corradini, Gabriella Zanchi, Dario Ciotoli, Chiatra Di Bari) che movimentano lo spettacolo e dal "Matto" di Camillo Grassi, il violista con le alucce che non riuscirà a far volare la sua Gelsomina perché Zampanò l'ammazzerà. Applausi calorosi al Vittorio Emanuele dove lo spettacolo verrà replicato sino a domenica pomeriggio.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Giovedì, 03 Ottobre 2013 09:20

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