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SIGNORINE DI WILKO (LE) - regia Alvis Hermanis

Le signorine di Wilko Le signorine di Wilko Regia Alvis Hermanis

dall'omonimo romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz
adattamento e regia: Alvis Hermanis
con Laura Marinoni, Sergio Romano, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani
Modena, Teatro Storchi, fino al 7 febbraio 2010 (prima assoluta)

www.Sipario.it, 22 marzo 2010
Il Manifesto, 31 gennaio 2010

Le Signorine di Wilko è uno di quegli spettacoli che si nutrono di grandi attese e che alla prova dei fatti lasciano l'amaro in bocca. L'operazione di Ert è inquadrabile nel progetto europeo Prospero che intende far circuitare le estetiche e gli artisti europei mettendo a confronto diverse nazionalità e diverse scuole teatrali. S questo è il contesto, lodevole e non trascurabile, il risultato di tale operazione non sempre convince. Buona l'idea di chiamare un regista intelligente e quotato come Alvis Hermanis a confrontarsi con un gruppo di interpreti di tutto rispetto. Coraggiosa la scelta drammaturgica fatta da Hermanis, proporre una versione scenica del romanzo Le signorie di Wilko dello scrittore polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz, una sorta di mini Recherce proustiana, romanzo pressoché sconosciuto in Italia. La storia ha come protagonista Wiktor, uomo senza qualità, che si ritrova a tornare nel paese dell'infanzia, è questa l'occasione per un dolente bilancio esistenziale e per far emergere il rapporto conflittuale fra l'uomo e le sei figlie di un ricco proprietario terriero presso il quale l'uomo si trovò a afre da precettore alle più piccole. Il ritorno a Wilko è un ritorno fatto di bilanci, è un ritorno che fa uscire dagli armadi rimorsi, atti mancati e anche il suicidio di una delle signorine che rode come colpa nel confuso Wiktor. Per rendere tutto ciò Alvis Hermanis costruisce una scena ridondante di oggetti, un interno ed esterno su cui si muovono, danzano, si raccontano le sei signorine in cui sottoutlilizzata emerge una Laura Marinoni di grande potenza teatrale e fisica. Le altre del gruppo Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani vivono di una indistinta correttezza interpretativa ma nulla più. Come la storia di ricordi e rimorsi delle Signorine di Wilko finisce col svelarsi subito nel suo essere bilancio dolente e un po' inconcludente di un'esistenza, così lo spettacolo di Alvis Hermanis non decolla, cerca una fisicità teatrale che appare di facciata, si affida alle seduzioni iconiche di teche di vetro in cui le relazioni vengono come messe sottovuoto, idea che dopo un po' si fa ripetitive, ma soprattutto non dà la giusta espressività agli attori. Sergio Romano nella parte di Wiktor ha una macerata sofferenza di maniera e un po' lagnosa, le sue compagne di viaggio sono personaggi abbozzati, sono l'una uguale all'altra, imprigionate in parole e in una storia che alla fine finisce col girare a vuoto. L'impressione è che la distanza linguistica fra regista e attori abbia inevitabilmente nuociuto alla messinscena la cui cifra estetica è ravvisabile nella gestione dei corpi e delle immagini, gestione tuttavia prigioniera di un racconto che fatica a proporsi come interessante... Le signorine di Wilko è uno spettacolo non riuscito, ma una sfida al confronto fra diverse nazionalità teatrali che ha comunque un suo valore di politica teatrale con lungimiranza portata avanti da Ert.

Nicola Arrigoni

Le sorelle irretite nell armadio di casa

Alvis Hermanis o l'arte della memoria. Anche se, all'inizio, quel suo Revidents, che ambientava la commedia di Gogol fra i fornelli di una trattoria familiare o di mensa di paese, poteva essere letto in una chiave di grottesca critica sociale. Ma già rivelava la fascinazione del regista lettone per i luoghi di una memoria collettiva prima ancora che personale, in cui si specchia l'illusoria possibilità di scavalcare il tempo, di riuscire a farlo tornare indietro, che costituisce il tema de Le signorine di Wilko. Ogni spettacolo di Hermanis è un po' un nostos, un ritorno a una casa che appartiene a una sorta di geografia emozionale. E il pretesto per raccontare una storia. L'appartamento collettivo di Long life, dove andava in scena senza bisogno di parole la vecchiaia dei cinque personaggi, e lo ritroveremo anni dopo trasformato in una sorta di comune hippie in The sound of silence. O la stanza angusta e ingombra di Sonja, ricostruita con gusto quasi filologico per il dettaglio d'epoca e un naturalismo delabré che odora di passato, dove due omoni si dedicano alla sciamanica evocazione della donna che l'abitò. Come sfogliando un incerto album di famiglia, che obbliga a fare i conti con l'infedeltà del ricordo. Un nostos è certamente anche Le signorine di Wilko che Hermanis ha tratto da un racconto dello scrittore polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz, a conferma di una predilezione per il lavoro su testi narrativi piuttosto che teatrali - l'adattamento è firmato dallo stesso artefice, con un occhio anche al film di Wajda del 1979, vien forse da lì quella percepibile aura cechoviana che si avverte nello spettacolo prodotto da Emilia Romagna Teatro. Wiktor, il protagonista del racconto, ritorna alla casa di campagna dove quindici anni prima ha trascorso un paio di estati che hanno segnato la sua educazione sentimentale. Non ci ha più pensato, fin qui. La giovinezza se ne è andata. Nel mezzo c'è stata la guerra. Ormai quarantenne, sta sulla linea d'ombra della sua vita, uomo difficile che misura l'impossibilità di far coincidere l'azione con l'intenzione, straniero a sé prima che agli altri come un personaggio di Camus di fronte all'indifferenza del mondo. Hermanis sposta l'azione in avanti di due decenni, dagli anni venti del secolo scorso a un altro dopoguerra. A un passato che ancora appartiene a una memoria familiare. Eccole infatti, le sei ragazze, vestite di abiti leggeri dai colori tenui, lunghi appena sotto il ginocchio e un po' scollati, stretti sui fianchi a sottolineare la pienezza dell'inconscio erotismo che le circonda. Escono una alla volta dall'armadio che lui ha spinto faticosamente al centro della scena, dopo essersi tirato su dal divanetto in un risveglio opaco che rivela il grigiore del personaggio più delle sue parole (nulla a che vedere con la memorabile sinfonia di sbadigli e farfugliamenti del Cupiello eduardiano), dopo aver preso la valigia per un viaggio che si svolge tutto nel tempo e non nello spazio. Era come entrare nella credenza della sala da pranzo, dice. Ricordando il profumo di quella casa. E il procedimento di materializzazione dell'immagine verbale, nella sua evidente teatralità, toglie di mezzo ogni ipotesi di naturalismo evocabile dalle acconciature d'epoca, il rimando più visibile a quei tardi anni quaranta. È che quei personaggi si sono messi in posizione di ricordo, per così dire. Ci chiamano a sé indossando gli abiti che ci sembrano appropriati per una cerimonia costruita su una perdita di memoria a cui non ci si vuole arrendere. Non per caso nel gruppo delle ragazze è presente anche Fela, la sorella morta anzitempo, non solo muto fantasma di una folgorante apparizione conservata intatta nella memoria di quegli anni giovanili e che non vuol morire, ma presenza sempre più attiva nel reclamare la centralità della sua parte di storia, e qui è bravissima Irene Petris. Che siano loro le protagoniste, non c'è da dubitarne. La Jola di Laura Marinoni che non rinuncia a far la prova di un appeal perduto, la Zosia di Fabrizia Sacchi che era poco più di una ragazzina e ora mostra nel corpo la dolcezza della sopraggiunta maternità, e tutte le altre sorelle, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Alice Torriani. Prendono possesso dello spazio e non lo lasciano più, una vasta stanza priva di connotazione, aperta su un ambiente vetrato che funge da fienile. Dove stanno pochi arredi, un lungo tavolo, delle sedie, spostati a vista per mutarne anche la funzione simbolica. Soprattutto delle alte vetrine mobili, composte in geometrie variabili, luoghi di esposizione dei corpi o stazioni di una passione senza sbocco. Relegando l'uomo (Sergio Romano) al ruolo marginale di strumento nelle loro mani, da cui fugge per ritornare sovente a distendersi in quel suo divanetto, come un Oblomov qualsiasi, incapace di scegliere oggi come allora. Ciò che si impone è la funzione corale di quel gruppo di donne che spesso si muovono all'unisono in una vera e propria coreografia, diventano spettatrici degli eventi di cui esse stesse sono suscitatrici e di cui sono di volta in volta protagoniste. Con momenti visivamente assai intensi, come quel corale, ripetuto spogliarsi e rivestirsi nell'atmosfera di una intimità nascosta, mentre ritornano canzoni polacche che sembra di riconoscere o di aver sentito altrove, fra cui si insinua anche qualche battuta di Parlami d'amore Mariù che rimanda a un nostro dopoguerra, quello dei nostri padri o nonni. Con un altro corto circuito della memoria. Hermanis ha accettato la sfida di lavorare con attori italiani, su cui avevano già fatto naufragio alcuni dei maggiori artefici della scena internazionale. Posto che bisogna concedere il tempo di crescere a un ensemble disomogeneo, qualcosa manca a questo spettacolo. Manca il profumo di tè nella credenza, cioè quella presenza fisica dei sensi cui ci ha abituato il suo teatro. Manca la sua capacità di portare il tempo della vita dentro il teatro. E di trascinare gli spettatori fuori dalla loro passività, per diventare parte della realtà del teatro. Dove intanto il tempo ha continuato a scorrere, in una entropia che non lascia scampo.

Gianni Manzella

Ultima modifica il Giovedì, 03 Ottobre 2013 07:23

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