S Sipario Mensile e Portale: scopri il mondo dello spettacolo. Guida ai Teatri, ai Festival, alle Scuole di Danza e di Teatro; Recensioni degli spettacoli, Comunicati stampa, Cyclopedia e molto altro. https://sipario.it/recensioniprosas.feed 2020-02-21T17:00:08+01:00 Joomla! - Open Source Content Management SABBATICO - regia Pino Petruzzelli 2013-12-16T00:27:33+01:00 2013-12-16T00:27:33+01:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/8160-sabbatico-regia-pino-petruzzelli.html Francesca Camponero <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/c5e83f1009b42dd4808ec3a589877350_S.jpg" alt="Sabbatico" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>Regia Pino Petruzzelli<br />Musiche Django Reinhardt<br />Produzione: Centro Teatro Ipotesi, Teatro Stabile di Genova<br />Genova, Teatro Duse dal 10 al 15 dicembre 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 13 dicembre 2013</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Nei monologhi di Petruzzelli escono fuori sempre i valori della vita. La sua positività nei confronti del mondo è quasi sconcertante ed i suoi racconti sono delle storie reali dai connotati fantastici. In lui non c'è travestimento né tantomeno finzione. Ed anche in quest'ultimo spettacolo, in cooproduzione Teatro Ipotesi/ Teatro Stabile di Genova, scaturisce il candore dell'autore regista attore Petruzzelli che malgrado la tragicità di alcune situazioni della vita quotidiana riesce sempre a trovare il cosiddetto finale buono. Dopo <em>Chilometro zero</em>, di nuovo sul palco del Teatro Duse, Petruzzelli porta <em>Sabbatico</em> - in scena fino al 15 dicembre - un altro dei suoi lunghi racconti, colmo di dettagli (fino troppi) che si ascolta come un romanzo letto ad alta voce, i cui personaggi variopinti conducono il pubblico in un viaggio mirabolante dal nord al sud della nostra penisola. Quella di Petruzzelli come altre sue, è una storia- parabola in cui i valori umani sono alla base della sua filosofia. Nei suoi personaggi vige rispetto, fiducia, solidarietà, che fanno credere ancora nell'infinità bontà degli uomini come scrisse Anna Frank nell'ultima pagina del suo diario. Ma è proprio così il mondo? Putroppo no, e per questo la narrazione di Sabbatico alle volte arriva un po' finta, didascalica, stiracchiata e stanca. Il protagonista, Gerardo, costretto dagli eventi esce fuori dai confini in cui è abituato a vivere, appropriandosi della capacità di tornare a sperare, attraverso l'azione, la collaborazione con il prossimo e la sottrazione di alcuni bisogni certo non indispensabili alla sopravvivenza. Ritrovar sé stesso è il tema del monologo, il sogno di tutti, qui attuato grazie all'amore della gente e per la gente. Troppa utopia e buonismo. Il bello dello spettacolo è la capacità dell'attore nel dar sfogo a tutta una serie di voci-personaggi, molto diversi tra loro, di cui al pubblico viene restituita una parlata autonoma e vivace in toni, accenti e regionalismi che divertono. Il viaggio della speranza di Gerardo Gozzolino è un fantozziano accavallarsi di sfortune e impedimenti di ogni sorta, che si risolvono sempre positivamente non essendo un film di Tarantino. Una storia un po' naif non sempre completamente credibile che però sotto Natale ci può stare.</p> <p style="text-align: justify;"><strong>Francesca Camponero<br /></strong></p> <p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt;"><strong></strong></span>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/c5e83f1009b42dd4808ec3a589877350_S.jpg" alt="Sabbatico" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>Regia Pino Petruzzelli<br />Musiche Django Reinhardt<br />Produzione: Centro Teatro Ipotesi, Teatro Stabile di Genova<br />Genova, Teatro Duse dal 10 al 15 dicembre 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 13 dicembre 2013</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Nei monologhi di Petruzzelli escono fuori sempre i valori della vita. La sua positività nei confronti del mondo è quasi sconcertante ed i suoi racconti sono delle storie reali dai connotati fantastici. In lui non c'è travestimento né tantomeno finzione. Ed anche in quest'ultimo spettacolo, in cooproduzione Teatro Ipotesi/ Teatro Stabile di Genova, scaturisce il candore dell'autore regista attore Petruzzelli che malgrado la tragicità di alcune situazioni della vita quotidiana riesce sempre a trovare il cosiddetto finale buono. Dopo <em>Chilometro zero</em>, di nuovo sul palco del Teatro Duse, Petruzzelli porta <em>Sabbatico</em> - in scena fino al 15 dicembre - un altro dei suoi lunghi racconti, colmo di dettagli (fino troppi) che si ascolta come un romanzo letto ad alta voce, i cui personaggi variopinti conducono il pubblico in un viaggio mirabolante dal nord al sud della nostra penisola. Quella di Petruzzelli come altre sue, è una storia- parabola in cui i valori umani sono alla base della sua filosofia. Nei suoi personaggi vige rispetto, fiducia, solidarietà, che fanno credere ancora nell'infinità bontà degli uomini come scrisse Anna Frank nell'ultima pagina del suo diario. Ma è proprio così il mondo? Putroppo no, e per questo la narrazione di Sabbatico alle volte arriva un po' finta, didascalica, stiracchiata e stanca. Il protagonista, Gerardo, costretto dagli eventi esce fuori dai confini in cui è abituato a vivere, appropriandosi della capacità di tornare a sperare, attraverso l'azione, la collaborazione con il prossimo e la sottrazione di alcuni bisogni certo non indispensabili alla sopravvivenza. Ritrovar sé stesso è il tema del monologo, il sogno di tutti, qui attuato grazie all'amore della gente e per la gente. Troppa utopia e buonismo. Il bello dello spettacolo è la capacità dell'attore nel dar sfogo a tutta una serie di voci-personaggi, molto diversi tra loro, di cui al pubblico viene restituita una parlata autonoma e vivace in toni, accenti e regionalismi che divertono. Il viaggio della speranza di Gerardo Gozzolino è un fantozziano accavallarsi di sfortune e impedimenti di ogni sorta, che si risolvono sempre positivamente non essendo un film di Tarantino. Una storia un po' naif non sempre completamente credibile che però sotto Natale ci può stare.</p> <p style="text-align: justify;"><strong>Francesca Camponero<br /></strong></p> <p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt;"><strong></strong></span>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SACRE-STIE - regia Vincenzo Pirrotta 2010-11-18T01:00:00+01:00 2010-11-18T01:00:00+01:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/2540-sipario-recensioni-sacre-stie.html Filippa Ilardo <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/8ea39100d6fa68688cb8ca7e36ea950a_S.jpg" alt="Sacre-Stie" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>con Filippo Luna</strong><br /><strong>e con Alessandro Romano e Marcello Montalto</strong><br /><strong>elementi scenici di Rosalba Corrao</strong><br /><strong>costumi realizzati da Marcella Costa</strong><br /><strong>produzione Esperidio e Palermo Teatro Festival</strong><br /><strong>Nuovo Montevergini, Palermo Venerdì 29 e sabato 30 ottobre 2010</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 18 novembre 2010</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Avvolge in un'atmosfera delirante e barocca un'accusa tanto esplicita quanto diretta verso i colpevoli silenzi della Chiesa per l'orrore della pedofilia, lo spettacolo scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta. In prima nazionale per il Palermo Teatro Festival, Sacre-stie, segna il ritorno di un importante sodalizio artistico tra il regista siciliano e l'attore Filippo Luna, già premio della critica per il 2010, interprete potente e che giustamente catalizza su di sé l'attenzione di un pubblico sempre maggiore.<br />Sulla scena lascia infatti colpiti la sua maestria nell'incorporare la figura di un torbido cardinale che ripercorre le memorie del proprio cammino presbiteriale.<br />Le parole che il drammaturgo gli mette in bocca traboccano, travalicano, esplodono di un fascino viscerale. La memoria è un tripudio di sensi, le esperienze sono filtrate attraverso l'estensione sensibile (vista, tatto, udito, odorato), l'odore di fiori e candele, l'impressionante freddo del marmo durante la prostrazione per l'ordinazione sacerdotale, un coinvolgimento dei sensi e della sfera sensoriale che lo avvolge come fumo, mentre ripercorre a ritroso la propria esistenza.<br />Si crea un particolare rapporto tra interiorità ed esteriorità, la pelle e i sensi sono strumenti di indagine, di soddisfacimento edonistico, di voluttà e sublimazione della voluttà.<br />Se è nelle parole uno specchio concavo che deforma le pieghe dell'anima, la bravura dell'atttore è quella di far trasmigrare la potenza linguistica in potenza corporea e psichica: si tramuta in essere bestiale e disumano, impossessato dalla cupidigia, con le membra squassate dal piacere carnale, crollato nella bassezza morale e morbosa del suo stesso peccato al cui richiamo morboso cede mollemente. Il muoversi è denso e sensuoso, come liquide e viscose sono le pulsioni corporali, la <em>libido</em> è un sostrato che scuote i tratti somatici sformando, come un magma sotterraneo, un'esteriorità marmorea raggelante. "Un'esperienza terrificante, ma necessaria" – la definisce Filippo Luna, e di "un racconto atroce, ma necessario" parla lo stesso autore, Pirrotta che dipinge a tinte fosche la "la depravazione all'ombra della protezione vaticana" che ha taciuto questi crimini orrendi.<br />Una commistione di misticismo e peccato, depravazione e contrizione, una danza con la morte e l'apparizione di tre fantocci-scheletri bambini, forti contrasti tra candore e macchie del peccato, luci che hanno lo scopo di nascondere e ombre capaci di illuminare, dissimulazione, parvenza; un ombrello che invece di proteggere offre ad una pioggia scrosciante i panni di una creatura innocente; "Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina, e fosse gettato negli abissi del mare".<br />La drammaturgia ha una struttura a chiasmo la cui chiave di volta è l'agnizione da parte di un giovane prete, interpretato da Alessandro Romano, che fa emergere una verità di abusi e violenze subite. È lui che costringe a ricordare tutte le violenze che ha subito ai tempi in cui egli era un bambino e il Cardinale, il rettore dell'Istituto cui era affidato.<br />Un <em>trompe l'oleil</em> temporale che si staglia come un doppio fondo, un vertiginoso rovesciamento di prospettiva: come in un giallo, lo scioglimento arriva, in tutta la sua drammaticità, quando il buio della coscienza affiora spaventosamente e si squarcia, per condurre a un tragico epilogo. Il finale scopertamente e duramente politico, è una denuncia senza mezzi termini ad una Chiesa che ha voluto nascondere sotto una coltre di ipocrisia la verità.<br />La cecità di chi non ha voluto guardare diventa così il duro contrappasso con cui si vendica la vittima, in nome e per conto di tutte le vittime. Chiaro il riferimento ad Edipo, solo che, in questo caso, il percorso dal buio verso la chiarezza è rovesciato, è il pubblico che, alla fine, conosce una verità emersa da un percorso nella coscienza che, allo stesso tempo, è individuale e collettivo.<br />Un testo lancinante, feroce e brutale, reso ancora più necessario dal disperato bisogno di farsi sentire in un mare di indifferenza.</p> <p><strong>Filippa Ilardo</strong><span style="color: #006699; font-size: 12pt;"> <br /></span></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/8ea39100d6fa68688cb8ca7e36ea950a_S.jpg" alt="Sacre-Stie" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>con Filippo Luna</strong><br /><strong>e con Alessandro Romano e Marcello Montalto</strong><br /><strong>elementi scenici di Rosalba Corrao</strong><br /><strong>costumi realizzati da Marcella Costa</strong><br /><strong>produzione Esperidio e Palermo Teatro Festival</strong><br /><strong>Nuovo Montevergini, Palermo Venerdì 29 e sabato 30 ottobre 2010</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 18 novembre 2010</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Avvolge in un'atmosfera delirante e barocca un'accusa tanto esplicita quanto diretta verso i colpevoli silenzi della Chiesa per l'orrore della pedofilia, lo spettacolo scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta. In prima nazionale per il Palermo Teatro Festival, Sacre-stie, segna il ritorno di un importante sodalizio artistico tra il regista siciliano e l'attore Filippo Luna, già premio della critica per il 2010, interprete potente e che giustamente catalizza su di sé l'attenzione di un pubblico sempre maggiore.<br />Sulla scena lascia infatti colpiti la sua maestria nell'incorporare la figura di un torbido cardinale che ripercorre le memorie del proprio cammino presbiteriale.<br />Le parole che il drammaturgo gli mette in bocca traboccano, travalicano, esplodono di un fascino viscerale. La memoria è un tripudio di sensi, le esperienze sono filtrate attraverso l'estensione sensibile (vista, tatto, udito, odorato), l'odore di fiori e candele, l'impressionante freddo del marmo durante la prostrazione per l'ordinazione sacerdotale, un coinvolgimento dei sensi e della sfera sensoriale che lo avvolge come fumo, mentre ripercorre a ritroso la propria esistenza.<br />Si crea un particolare rapporto tra interiorità ed esteriorità, la pelle e i sensi sono strumenti di indagine, di soddisfacimento edonistico, di voluttà e sublimazione della voluttà.<br />Se è nelle parole uno specchio concavo che deforma le pieghe dell'anima, la bravura dell'atttore è quella di far trasmigrare la potenza linguistica in potenza corporea e psichica: si tramuta in essere bestiale e disumano, impossessato dalla cupidigia, con le membra squassate dal piacere carnale, crollato nella bassezza morale e morbosa del suo stesso peccato al cui richiamo morboso cede mollemente. Il muoversi è denso e sensuoso, come liquide e viscose sono le pulsioni corporali, la <em>libido</em> è un sostrato che scuote i tratti somatici sformando, come un magma sotterraneo, un'esteriorità marmorea raggelante. "Un'esperienza terrificante, ma necessaria" – la definisce Filippo Luna, e di "un racconto atroce, ma necessario" parla lo stesso autore, Pirrotta che dipinge a tinte fosche la "la depravazione all'ombra della protezione vaticana" che ha taciuto questi crimini orrendi.<br />Una commistione di misticismo e peccato, depravazione e contrizione, una danza con la morte e l'apparizione di tre fantocci-scheletri bambini, forti contrasti tra candore e macchie del peccato, luci che hanno lo scopo di nascondere e ombre capaci di illuminare, dissimulazione, parvenza; un ombrello che invece di proteggere offre ad una pioggia scrosciante i panni di una creatura innocente; "Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina, e fosse gettato negli abissi del mare".<br />La drammaturgia ha una struttura a chiasmo la cui chiave di volta è l'agnizione da parte di un giovane prete, interpretato da Alessandro Romano, che fa emergere una verità di abusi e violenze subite. È lui che costringe a ricordare tutte le violenze che ha subito ai tempi in cui egli era un bambino e il Cardinale, il rettore dell'Istituto cui era affidato.<br />Un <em>trompe l'oleil</em> temporale che si staglia come un doppio fondo, un vertiginoso rovesciamento di prospettiva: come in un giallo, lo scioglimento arriva, in tutta la sua drammaticità, quando il buio della coscienza affiora spaventosamente e si squarcia, per condurre a un tragico epilogo. Il finale scopertamente e duramente politico, è una denuncia senza mezzi termini ad una Chiesa che ha voluto nascondere sotto una coltre di ipocrisia la verità.<br />La cecità di chi non ha voluto guardare diventa così il duro contrappasso con cui si vendica la vittima, in nome e per conto di tutte le vittime. Chiaro il riferimento ad Edipo, solo che, in questo caso, il percorso dal buio verso la chiarezza è rovesciato, è il pubblico che, alla fine, conosce una verità emersa da un percorso nella coscienza che, allo stesso tempo, è individuale e collettivo.<br />Un testo lancinante, feroce e brutale, reso ancora più necessario dal disperato bisogno di farsi sentire in un mare di indifferenza.</p> <p><strong>Filippa Ilardo</strong><span style="color: #006699; font-size: 12pt;"> <br /></span></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SACRIFICIO DI PRIMAVERA – regia varie 2018-06-08T10:15:31+02:00 2018-06-08T10:15:31+02:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/11622-sacrificio-di-primavera-regia-varie.html Andrea Pietrantoni <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/2bcd11c286976a8422c0e23cc0df3c07_S.jpg" alt=""Sacrificio di primavera"" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>di e con Cornelia e Sebastian Bark, Heike e Johanna Freiburg, </strong><br /><strong>Fanni Halmburger, Lisa Lucassen, Mieke Matzke, </strong><br /><strong>Irene e Ilia Papatheodorou, Heidi e Berit Stumpf, </strong><br /><strong>Nina Tecklenburg</strong><br /><strong>
video Benjamin Krieg e She She Pop</strong><br /><strong>produzione She She Pop
</strong><br /><strong>coproduzione Hebbel am Ufer, FFT Düsseldorf, </strong><br /><strong>Mousonturm Frankfurt, Kaserne Basel, brut Vienna, </strong><br /><strong>German Language Theater Festival of Prague/Archa Theater Prag, </strong><br /><strong>Kyoto Experiment, Théâtre de la Ville/Festival d'Automne à Paris</strong><br /><strong>con il sostegno di Città di Berlino e Hauptstadtkulturfonds Berlin</strong><br /><strong>Teatro Franco Parenti, Milano, dal 5 al 6 giugno 2018</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 7 giugno 2018</strong>}</p> <p style="text-align: justify;"><strong>Le difficoltà dell'essere donna, oggi</strong><br />"Sacrificio di primavera" è una <em>performance</em> femminile le cui protagoniste sono le figlie con le loro madri in una particolare versione della "Sagra della primavera" di Igor Stravinsky. Lo spettacolo affronta il tema del sacrificio della donna rispetto alla famiglia e alla società in via più generale. Le figlie, in scena, si confrontano con le proprie madri che sono proiettate su dei teli appesi sul fondo del palcoscenico. Ne esce una rappresentazione originale in cui vediamo le figlie nel difficile compito di restituirci pezzi della propria esistenza verso la ricerca di una propria identità. Una ricerca di identità, che per forza di cose, è passata dall'educazione ricevuta da chi le ha partorite e che non sempre ha trovato un riscontro adattivo nelle figlie. Il risultato è uno conflitto generazionale che si allarga al ruolo della donna nella società di oggi. Il concetto riassuntivo di queste difficoltà è il sacrificio. Quanto dell'essere donna nella famiglia e nella società è frutto di una libera scelta? È questa la domanda che come un filo rosso scorre sotto la drammaturgia collettiva di "She She Pop". Le risposte delle figlie alle madri non fanno nessuno sconto. Sono autentiche, e la loro bellezza sta nella sincerità con cui vengono date. È la drammaturgia il punto forte di "Sacrificio di primavera". Tanto che, in alcuni momenti, ci troviamo più attenti a leggere e a comprendere i sottotitoli in italiano più che a seguire quello che accade in scena. Nonostante la regia si caratterizzi per una forma espressiva unica nella commistione di video e microfoni, elementi peculiari del teatro di ricerca. Ecco, un maggiore equilibrio fra drammaturgia, regia e performance avrebbe valorizzato meglio una messinscena che parte da un tema importante e interessante.</p> <p><b>Andrea Pietrantoni</b></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/2bcd11c286976a8422c0e23cc0df3c07_S.jpg" alt=""Sacrificio di primavera"" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>di e con Cornelia e Sebastian Bark, Heike e Johanna Freiburg, </strong><br /><strong>Fanni Halmburger, Lisa Lucassen, Mieke Matzke, </strong><br /><strong>Irene e Ilia Papatheodorou, Heidi e Berit Stumpf, </strong><br /><strong>Nina Tecklenburg</strong><br /><strong>
video Benjamin Krieg e She She Pop</strong><br /><strong>produzione She She Pop
</strong><br /><strong>coproduzione Hebbel am Ufer, FFT Düsseldorf, </strong><br /><strong>Mousonturm Frankfurt, Kaserne Basel, brut Vienna, </strong><br /><strong>German Language Theater Festival of Prague/Archa Theater Prag, </strong><br /><strong>Kyoto Experiment, Théâtre de la Ville/Festival d'Automne à Paris</strong><br /><strong>con il sostegno di Città di Berlino e Hauptstadtkulturfonds Berlin</strong><br /><strong>Teatro Franco Parenti, Milano, dal 5 al 6 giugno 2018</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 7 giugno 2018</strong>}</p> <p style="text-align: justify;"><strong>Le difficoltà dell'essere donna, oggi</strong><br />"Sacrificio di primavera" è una <em>performance</em> femminile le cui protagoniste sono le figlie con le loro madri in una particolare versione della "Sagra della primavera" di Igor Stravinsky. Lo spettacolo affronta il tema del sacrificio della donna rispetto alla famiglia e alla società in via più generale. Le figlie, in scena, si confrontano con le proprie madri che sono proiettate su dei teli appesi sul fondo del palcoscenico. Ne esce una rappresentazione originale in cui vediamo le figlie nel difficile compito di restituirci pezzi della propria esistenza verso la ricerca di una propria identità. Una ricerca di identità, che per forza di cose, è passata dall'educazione ricevuta da chi le ha partorite e che non sempre ha trovato un riscontro adattivo nelle figlie. Il risultato è uno conflitto generazionale che si allarga al ruolo della donna nella società di oggi. Il concetto riassuntivo di queste difficoltà è il sacrificio. Quanto dell'essere donna nella famiglia e nella società è frutto di una libera scelta? È questa la domanda che come un filo rosso scorre sotto la drammaturgia collettiva di "She She Pop". Le risposte delle figlie alle madri non fanno nessuno sconto. Sono autentiche, e la loro bellezza sta nella sincerità con cui vengono date. È la drammaturgia il punto forte di "Sacrificio di primavera". Tanto che, in alcuni momenti, ci troviamo più attenti a leggere e a comprendere i sottotitoli in italiano più che a seguire quello che accade in scena. Nonostante la regia si caratterizzi per una forma espressiva unica nella commistione di video e microfoni, elementi peculiari del teatro di ricerca. Ecco, un maggiore equilibrio fra drammaturgia, regia e performance avrebbe valorizzato meglio una messinscena che parte da un tema importante e interessante.</p> <p><b>Andrea Pietrantoni</b></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SACRO SEGNO DEI MOSTRI (IL) - regia Danio Manfredini 2008-04-03T02:00:00+02:00 2008-04-03T02:00:00+02:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/2571-sipario-recensioni-sacro-segno-dei-mostri-il.html Nicola Arrigoni <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/5d6b6306cfec933ce38306cd828210d5_S.jpg" alt="Il sacro segno dei mostri" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>regia: Danio Manfredini</strong><br /><strong>con Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Sampieri</strong><br /><strong>luci: Maurizio Viani</strong><br /><strong>Modena, Teatro delle Passioni, 19 e 20 ottobre 2007</strong><br /><strong>Milano, Teatro dell'Elfo, dal 5 al 17 febbraio 2008</strong></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 3 aprile 2008</strong>}Appunti sparsi sulla follia, sugli incontri manicomiali di un giovane Danio Manfredini, impegnato a tenere laboratori di pittura in manicomio: questo è Il sacro segno dei mostri. Lo spettacolo ha una sua bellezza estetica e un suo commovente afflato etico che Danio Manfredini sa costruire con abilità di pittore, presentando al pubblico la rievocazione di quei ‘mostri’ carichi di dolore e di fame d’amore. Proprio questo aspetto autobiografico è al tempo stesso il maggior pregio e il maggior difetto della messinscena di Danio Mafredini, prodotta da Ert e Ctb. Il sipario si alza sulle note strazianti di chitarra suonate da un ragazzo che non si fatica a intuire come l’alter ego di Manfredini che riserva per sé il ruolo di una donna su una carrozzella caratterizzata da un erotismo mistico, salvo quando chiede a Danio di fare l’amore con lei e denuncia l’omosessualità di lui. Gli attori Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo del Prete, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Samperi danno corpo ad una serie di ritratti della follia che hanno una forza fisica che commuove, un’intensità che ben racconta della solitudine che si vive e respira fra le pareti manicomiali. Manfredini propone il suo personaggio su carrozzella con uno stile straziante e ironico, in cui la ferocia del dolore si sposa col sorriso della smorfia del volto che soffre. Solo questo basta per applaudire con affetto l’attore e la sua ricerca. Il sacro segno dei mostri procede per quadri, mostra una realtà di solitudine e la intreccia col teatro, col respiro dell’arte, la ricerca di quella bellezza che potrebbe salvare il mondo. Si assiste allo spettacolo di Manfredini con sguardo commosso e compassionevole, ma ciò che alla fine manca è la ‘giusta distanza’ che permette di mediare il proprio sé e la personale esperienza con un fare poesia e arte che possa appartenere a tutti. L’eccessivo autobiografismo toglie allo spettacolo quelle aperture di senso e di poesia che sono proprie del teatro di Danio Manfredini e, a tratti, lo appiattisce su un descrittivismo fine a se stesso che spiega tutto per fedeltà alla storia personale dell’attore.</p> <p><strong>Nicola Arrigoni</strong>{2jtoolbox_content tabs id:1 title:<strong>Corriere della Sera, 7 febbraio 2008</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>Che bravo Manfredini tra «Mostri» da capire</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">Nato dall' esperienza dell' artista che per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale psichiatrico, «Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini è una sorta di diario dell' anima di un giovane che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente, li accetta, li vede vivere una vita di incubi e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. L' alter ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con il volto coperto da una maschera, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse la più forte, la più umana, partecipa alla vita della comunità con affetto e la capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso, un essere senza sentimenti e ragione ma una persona. In una sorta di bianca stanza della mente si muove una varia umanità, esagitati, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo, donne e uomini che reclamano amore, sesso, un giovane intellettuale, una anziana donna senza una gamba. Con i suoi bravi attori Manfredini, che riserva per sé il personaggio toccante per verità e profondità della donna in carrozzella, costruisce uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo a farne intuire la sconvolgente complessità.</p> <p><strong>Magda Poli</strong>{2jtoolbox_content tabs id:1 title:<strong>Corriere della Sera, 28 ottobre 2007</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>«Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini a Modena Il dolore della follia, con amore</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">In una bianca stanza le cui alte pareti si aprono e si chiudono su neri corridoi, Danio Manfredini compone frammenti di vita che raccontano con cruda verità il mondo inquietante della malattia mentale. Il sacro segno dei mostri, nato dall' esperienza dell' artista che per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale psichiatrico, è una sorta di diario dell' anima di un giovane che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente, lucidamente, li accetta, li osserva, li vede vivere una vita di incubi e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. Così l' alter ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con una maschera sul volto, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse la più forte, la più soffertamente umana, partecipa alla vita di questa comunità con la sua carica affettiva, la sua capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso, un essere senza sentimenti e ragione ma semplicemente una persona: norma e devianza si rivelano poli contrari e al tempo stesso equivalenti di una realtà unica. Nell' abbacinante, asettica stanza della mente si muove una varia umanità, esagitati che girano in tondo in corse ossessive, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo, ragazze che reclamano amore, sesso, uomini ossessionati dall' essere altro da sé, un giovane intellettuale, drammaturgo di un sogno di teatro, una anziana donna senza una gamba costretta su una carrozzella che reclama anche lei amore, sesso, vita. Litigano, comunicano e non comunicano, scherzano, giocano, soffrono chiusi nei loro universi ma tutti vivono la presenza del giovane Dario, con i suoi colori e le sue tele, come un momento di libertà. Manfredini riserva per sé il personaggio della donna in carrozzella, un personaggio toccante per verità e profondità, una donna che dietro il suo bisogno d' amore e di contatto, dietro la sua fatica di vivere, disvela la fragile e tenace, violenta e delicata, perversa e innocente grandezza dell' uomo. E con i suoi bravi attori Manfredini costruisce uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo a farne intuire la sconvolgente complessità.</p> <p><strong>Magda Poli</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/5d6b6306cfec933ce38306cd828210d5_S.jpg" alt="Il sacro segno dei mostri" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>regia: Danio Manfredini</strong><br /><strong>con Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Sampieri</strong><br /><strong>luci: Maurizio Viani</strong><br /><strong>Modena, Teatro delle Passioni, 19 e 20 ottobre 2007</strong><br /><strong>Milano, Teatro dell'Elfo, dal 5 al 17 febbraio 2008</strong></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 3 aprile 2008</strong>}Appunti sparsi sulla follia, sugli incontri manicomiali di un giovane Danio Manfredini, impegnato a tenere laboratori di pittura in manicomio: questo è Il sacro segno dei mostri. Lo spettacolo ha una sua bellezza estetica e un suo commovente afflato etico che Danio Manfredini sa costruire con abilità di pittore, presentando al pubblico la rievocazione di quei ‘mostri’ carichi di dolore e di fame d’amore. Proprio questo aspetto autobiografico è al tempo stesso il maggior pregio e il maggior difetto della messinscena di Danio Mafredini, prodotta da Ert e Ctb. Il sipario si alza sulle note strazianti di chitarra suonate da un ragazzo che non si fatica a intuire come l’alter ego di Manfredini che riserva per sé il ruolo di una donna su una carrozzella caratterizzata da un erotismo mistico, salvo quando chiede a Danio di fare l’amore con lei e denuncia l’omosessualità di lui. Gli attori Simona Colombo, Cristian Conti, Afra Crudo, Vincenzo del Prete, Giuseppe Semeraro, Carolina Talon Samperi danno corpo ad una serie di ritratti della follia che hanno una forza fisica che commuove, un’intensità che ben racconta della solitudine che si vive e respira fra le pareti manicomiali. Manfredini propone il suo personaggio su carrozzella con uno stile straziante e ironico, in cui la ferocia del dolore si sposa col sorriso della smorfia del volto che soffre. Solo questo basta per applaudire con affetto l’attore e la sua ricerca. Il sacro segno dei mostri procede per quadri, mostra una realtà di solitudine e la intreccia col teatro, col respiro dell’arte, la ricerca di quella bellezza che potrebbe salvare il mondo. Si assiste allo spettacolo di Manfredini con sguardo commosso e compassionevole, ma ciò che alla fine manca è la ‘giusta distanza’ che permette di mediare il proprio sé e la personale esperienza con un fare poesia e arte che possa appartenere a tutti. L’eccessivo autobiografismo toglie allo spettacolo quelle aperture di senso e di poesia che sono proprie del teatro di Danio Manfredini e, a tratti, lo appiattisce su un descrittivismo fine a se stesso che spiega tutto per fedeltà alla storia personale dell’attore.</p> <p><strong>Nicola Arrigoni</strong>{2jtoolbox_content tabs id:1 title:<strong>Corriere della Sera, 7 febbraio 2008</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>Che bravo Manfredini tra «Mostri» da capire</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">Nato dall' esperienza dell' artista che per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale psichiatrico, «Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini è una sorta di diario dell' anima di un giovane che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente, li accetta, li vede vivere una vita di incubi e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. L' alter ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con il volto coperto da una maschera, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse la più forte, la più umana, partecipa alla vita della comunità con affetto e la capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso, un essere senza sentimenti e ragione ma una persona. In una sorta di bianca stanza della mente si muove una varia umanità, esagitati, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo, donne e uomini che reclamano amore, sesso, un giovane intellettuale, una anziana donna senza una gamba. Con i suoi bravi attori Manfredini, che riserva per sé il personaggio toccante per verità e profondità della donna in carrozzella, costruisce uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo a farne intuire la sconvolgente complessità.</p> <p><strong>Magda Poli</strong>{2jtoolbox_content tabs id:1 title:<strong>Corriere della Sera, 28 ottobre 2007</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>«Il sacro segno dei mostri» di Danio Manfredini a Modena Il dolore della follia, con amore</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">In una bianca stanza le cui alte pareti si aprono e si chiudono su neri corridoi, Danio Manfredini compone frammenti di vita che raccontano con cruda verità il mondo inquietante della malattia mentale. Il sacro segno dei mostri, nato dall' esperienza dell' artista che per più di dieci anni ha tenuto corsi di pittura in un ospedale psichiatrico, è una sorta di diario dell' anima di un giovane che a contatto con donne e uomini con gravi disturbi, amorevolmente, lucidamente, li accetta, li osserva, li vede vivere una vita di incubi e incertezze, di rabbie e dolori, di ossessioni e disperazioni, di violenza e solitudine, di desideri e disillusioni. Così l' alter ego dell' autore, un attore sempre silenzioso con una maschera sul volto, l' unico ad averla, quasi la verità della follia fosse la più forte, la più soffertamente umana, partecipa alla vita di questa comunità con la sua carica affettiva, la sua capacità di rispettare l' altro, di non considerarlo un escluso, un essere senza sentimenti e ragione ma semplicemente una persona: norma e devianza si rivelano poli contrari e al tempo stesso equivalenti di una realtà unica. Nell' abbacinante, asettica stanza della mente si muove una varia umanità, esagitati che girano in tondo in corse ossessive, catatonici chiusi nel loro impenetrabile mondo, ragazze che reclamano amore, sesso, uomini ossessionati dall' essere altro da sé, un giovane intellettuale, drammaturgo di un sogno di teatro, una anziana donna senza una gamba costretta su una carrozzella che reclama anche lei amore, sesso, vita. Litigano, comunicano e non comunicano, scherzano, giocano, soffrono chiusi nei loro universi ma tutti vivono la presenza del giovane Dario, con i suoi colori e le sue tele, come un momento di libertà. Manfredini riserva per sé il personaggio della donna in carrozzella, un personaggio toccante per verità e profondità, una donna che dietro il suo bisogno d' amore e di contatto, dietro la sua fatica di vivere, disvela la fragile e tenace, violenta e delicata, perversa e innocente grandezza dell' uomo. E con i suoi bravi attori Manfredini costruisce uno spettacolo emozionante che spalanca le porte di un universo e lo fa con intelligenza, sensibilità, senso della misura, riuscendo a farne intuire la sconvolgente complessità.</p> <p><strong>Magda Poli</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SADE. OPUS CONTRA NATURAM - regia Enrico Frattaroli 2013-05-12T02:00:00+02:00 2013-05-12T02:00:00+02:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/7643-sade-opus-contra-naturam-regia-enrico-frattaroli.html Sara Bonci <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/34db68598a498e32f75899951a8c603c_S.jpg" alt="Sade: Opus contra naturam" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong><strong>Voyage en Italie, Prato</strong><br />dall'opera del Marchese de Sade<br />con Enrico Frattaroli, Franco Mazzi, Anna Cianca, Galliano Mariani, Catia Castagna, Mariateresa Pascale, Viviana Mancini, Enrico Venturini (live electronics), Tibo Gilbert (organo elettrico e luci)<br />regia Enrico Frattaroli<br />una produzione Neroluce (frattaroli &amp; mazzi) in collaborazione con Florian-Teatro Stabile d'Innovazione con il patrocinio dei Servizi Culturali dell'Ambasciata di Francia in Italia e il sostegno dei Nuovi Mecenati/Nouveaux Mécènes<br />Teatro Fabbricone, Prato 3/5 maggio 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 7 maggio 2013</strong>}</p> <p><span style="font-size: 10pt;"><strong>L'estetica del sadismo secondo Enrico Frattaroli</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">Una donna completamente nuda accompagna gli spettatori all'interno della scena teatrale, un ambiente freddo e illuminato solo da alcuni candelabri: un'atmosfera interessante di tensione e mistero che si trasforma subito in raccapricciante. Una fanciulla (Viviana Mancini), simbolo dell'innocenza, viene spinta nelle stanze del marchese de Sade, il quale senza alcun ritegno la uccide. Da qui in poi è un'escalation di cattiveria e bestialità, a volte talmente esagerata che diventa ridicola. Niente viene lasciato all'immaginazione, all'interpretazione.</p> <p style="text-align: justify;">Come in un lungo rito demoniaco, vengono rappresentate tutte le brutali fustigazioni che il marchese impiegava o di cui parla nei suoi testi. In questo caso la sua vittima è un prete (Galliano Mariani), simbolo della moralità della Chiesa tanto criticata dall'autore, che si rifiuta di accettare l'ideologia che viene esposta dai due filosofi (Franco Mazzi e Anna Cianca).</p> <p style="text-align: justify;">L'uomo, completamente nudo, viene picchiato, frustato, morso, violentato, sgozzato. Sorge spontanea la domanda se tutto questo sia necessario o solo finalizzato a creare scandalo, perché sembra fine a se stesso, giacché i momenti apparentemente meno aggressivi sono quelli più efficaci. È un esempio la scena in cui il libertino (Enrico Frattaroli) lava i testicoli e il pene al prete, per poi bere lo stesso liquido che ha utilizzato per lavarlo. È un momento disgustoso, che crea veramente disagio e imbarazzo nel pubblico, senza essere eccessivo. Come nel finale, quando il prete ormai completamente distrutto è disteso in un panno di plastica e il suo corpo magro sembra quello del Cristo fustigato. Queste due situazioni sono la dimostrazione che l'iperealistica violenza fisica non è necessaria e, nella continua ripetizione, rischia di diventare noiosa.</p> <p style="text-align: justify;">Il suono monotono delle percussioni abbinato al rumore del marchingegno che scende, con la catena dove la complice legherà l'uomo, diventa una nenia. Lo stesso vale per i discorsi dei due filosofi, a tratti interessanti, ma le cui parole si perdono, non si riescono a seguire. Affrontano temi come l'omicidio, la fede, il sesso, ma limitandosi a sparare sentenze, senza porsi veramente in contatto con gli altri personaggi o con il pubblico. In conclusione, <em>Sade: opus contra naturam</em> non è uno spettacolo che fa riflettere, ma si limita a creare scene rivoltanti.</p> <p><strong>Sara Bonci</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/34db68598a498e32f75899951a8c603c_S.jpg" alt="Sade: Opus contra naturam" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong><strong>Voyage en Italie, Prato</strong><br />dall'opera del Marchese de Sade<br />con Enrico Frattaroli, Franco Mazzi, Anna Cianca, Galliano Mariani, Catia Castagna, Mariateresa Pascale, Viviana Mancini, Enrico Venturini (live electronics), Tibo Gilbert (organo elettrico e luci)<br />regia Enrico Frattaroli<br />una produzione Neroluce (frattaroli &amp; mazzi) in collaborazione con Florian-Teatro Stabile d'Innovazione con il patrocinio dei Servizi Culturali dell'Ambasciata di Francia in Italia e il sostegno dei Nuovi Mecenati/Nouveaux Mécènes<br />Teatro Fabbricone, Prato 3/5 maggio 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 7 maggio 2013</strong>}</p> <p><span style="font-size: 10pt;"><strong>L'estetica del sadismo secondo Enrico Frattaroli</strong></span></p> <p style="text-align: justify;">Una donna completamente nuda accompagna gli spettatori all'interno della scena teatrale, un ambiente freddo e illuminato solo da alcuni candelabri: un'atmosfera interessante di tensione e mistero che si trasforma subito in raccapricciante. Una fanciulla (Viviana Mancini), simbolo dell'innocenza, viene spinta nelle stanze del marchese de Sade, il quale senza alcun ritegno la uccide. Da qui in poi è un'escalation di cattiveria e bestialità, a volte talmente esagerata che diventa ridicola. Niente viene lasciato all'immaginazione, all'interpretazione.</p> <p style="text-align: justify;">Come in un lungo rito demoniaco, vengono rappresentate tutte le brutali fustigazioni che il marchese impiegava o di cui parla nei suoi testi. In questo caso la sua vittima è un prete (Galliano Mariani), simbolo della moralità della Chiesa tanto criticata dall'autore, che si rifiuta di accettare l'ideologia che viene esposta dai due filosofi (Franco Mazzi e Anna Cianca).</p> <p style="text-align: justify;">L'uomo, completamente nudo, viene picchiato, frustato, morso, violentato, sgozzato. Sorge spontanea la domanda se tutto questo sia necessario o solo finalizzato a creare scandalo, perché sembra fine a se stesso, giacché i momenti apparentemente meno aggressivi sono quelli più efficaci. È un esempio la scena in cui il libertino (Enrico Frattaroli) lava i testicoli e il pene al prete, per poi bere lo stesso liquido che ha utilizzato per lavarlo. È un momento disgustoso, che crea veramente disagio e imbarazzo nel pubblico, senza essere eccessivo. Come nel finale, quando il prete ormai completamente distrutto è disteso in un panno di plastica e il suo corpo magro sembra quello del Cristo fustigato. Queste due situazioni sono la dimostrazione che l'iperealistica violenza fisica non è necessaria e, nella continua ripetizione, rischia di diventare noiosa.</p> <p style="text-align: justify;">Il suono monotono delle percussioni abbinato al rumore del marchingegno che scende, con la catena dove la complice legherà l'uomo, diventa una nenia. Lo stesso vale per i discorsi dei due filosofi, a tratti interessanti, ma le cui parole si perdono, non si riescono a seguire. Affrontano temi come l'omicidio, la fede, il sesso, ma limitandosi a sparare sentenze, senza porsi veramente in contatto con gli altri personaggi o con il pubblico. In conclusione, <em>Sade: opus contra naturam</em> non è uno spettacolo che fa riflettere, ma si limita a creare scene rivoltanti.</p> <p><strong>Sara Bonci</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE - regia Vincenzo Pirrotta 2007-01-09T01:00:00+01:00 2007-01-09T01:00:00+01:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/2589-sipario-recensioni-sagra-del-signore-della-nave.html Enrico Groppali <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/e30c8c804046c329d340050de9bd69a0_S.jpg" alt="Sagra del signore della nave" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>dal testo teatrale di Luigi Pirandello </strong><br /><strong>rielaborazione&nbsp;Vincenzo Pirrotta </strong><br /><strong>con&nbsp;Giovanni Calcagno, Filippo Luna, Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>e con Amalia Contarini, Gabriella De Fina, Andrea Gambadoro, Nancy Lombardo, Rosario Minardi, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Alessandro Romano, Antonio Silvia, Salvatore Trincali </strong><br /><strong>scene e costumi: Giuseppina Maurizi, musiche originali: Ramberto Ciammarughi, luci: Giovanni Santolamazza</strong><br /><strong>regia: Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>Messina, Teatro Vittorio Emanuele, fino al 16 gennaio 2007</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>Il Giornale, 9 gennaio 2007</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>Una «sagra» colorata che fa tesoro della lezione di Brecht</strong> </span></p> <p style="text-align: justify;">Ma è proprio vero che Luigi Pirandello, come si è sempre sostenuto, si è limitato per quanto riguarda la famosa teoria del «teatro nel teatro», a scrivere la sola trilogia formata dai Sei personaggi, proseguita con Ciascuno a suo modo e idealmente conclusa con Questa sera si recita a soggetto? Quando c'è almeno un'altra ipotesi, magari spuria ma densa di implicazioni, che punta vistosamente le sue carte su un'altra trilogia. Quella formata da Enrico IV, Trovarsi e soprattutto da quella Sagra del Signore della nave che, scritta a ridosso di Ciascuno a suo modo appena dodici mesi dopo la folgorante apparizione del secondo tassello del «teatro nel teatro», ne completa e ne integra la traiettoria.<br />Un sospetto che si muta in certezza dopo aver assistito allo straordinario spettacolo, colorato e chiassoso come una sommossa popolare, che Vincenzo Pirrotta propone di questo testo ingiustamente dimenticato sia dagli esegeti che dai registi. I quali, ad eccezione di una sporadica rilettura coraggiosamente affrontata in passato da Scaparro con Paolo Poli protagonista, si direbbe siano stati fino ad ora spaventati dalla furia iconoclasta che anima da cima a fondo questo bellissimo atto unico. Dove, in occasione della sagra che si celebra nella campagna agrigentina tutt'uno alla festa religiosa del Signore della Nave, la grande immagine del Crocifisso miracolosamente gettata a riva dai flutti nel corso di una tempesta nel tempo divenuta leggendaria, gli uomini si comportano come bestie mentre, per quanto concerne gli animali, c'è da dubitare che proprio loro non costituiscano l'autentica comunità degli eletti. Dato che sul grande spiazzo dove ammicca, fatale e derisoria insieme, la bianca facciata della chiesetta di San Nicola si dan convegno grossisti, imprenditori, mercanti di bestiame e piccoli possidenti tra cui il volgare e ripugnante Lavaccara che, mirabilmente impersonato da Pirrotta stesso, disquisisce sul tema prediletto. Ossia se il suo suino fosse dotato della stessa intelligenza degli umani. Un paradosso negato a priori dall'esagitato Pedagogo di Giovanni Calcagno mentre, dal lato opposto della barricata, il Taverniere che, nell'icastica raffigurazione di Filippo Luna, sfoggia impressionanti capacità oratorie, si affanna a tacitare animi e coscienze. In uno spettacolo di esemplare coerenza che fa tesoro della lezione brechtiana delle Nozze dei piccoli borghesi, un testo guarda caso datato, per le scene, al 1926 ma scritto lo stesso anno in cui vide la luce questa Sagra infernale.</p> <p><strong>Enrico Groppali</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/e30c8c804046c329d340050de9bd69a0_S.jpg" alt="Sagra del signore della nave" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>dal testo teatrale di Luigi Pirandello </strong><br /><strong>rielaborazione&nbsp;Vincenzo Pirrotta </strong><br /><strong>con&nbsp;Giovanni Calcagno, Filippo Luna, Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>e con Amalia Contarini, Gabriella De Fina, Andrea Gambadoro, Nancy Lombardo, Rosario Minardi, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Alessandro Romano, Antonio Silvia, Salvatore Trincali </strong><br /><strong>scene e costumi: Giuseppina Maurizi, musiche originali: Ramberto Ciammarughi, luci: Giovanni Santolamazza</strong><br /><strong>regia: Vincenzo Pirrotta</strong><br /><strong>Messina, Teatro Vittorio Emanuele, fino al 16 gennaio 2007</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>Il Giornale, 9 gennaio 2007</strong>}<span style="font-size: 10pt;"><strong>Una «sagra» colorata che fa tesoro della lezione di Brecht</strong> </span></p> <p style="text-align: justify;">Ma è proprio vero che Luigi Pirandello, come si è sempre sostenuto, si è limitato per quanto riguarda la famosa teoria del «teatro nel teatro», a scrivere la sola trilogia formata dai Sei personaggi, proseguita con Ciascuno a suo modo e idealmente conclusa con Questa sera si recita a soggetto? Quando c'è almeno un'altra ipotesi, magari spuria ma densa di implicazioni, che punta vistosamente le sue carte su un'altra trilogia. Quella formata da Enrico IV, Trovarsi e soprattutto da quella Sagra del Signore della nave che, scritta a ridosso di Ciascuno a suo modo appena dodici mesi dopo la folgorante apparizione del secondo tassello del «teatro nel teatro», ne completa e ne integra la traiettoria.<br />Un sospetto che si muta in certezza dopo aver assistito allo straordinario spettacolo, colorato e chiassoso come una sommossa popolare, che Vincenzo Pirrotta propone di questo testo ingiustamente dimenticato sia dagli esegeti che dai registi. I quali, ad eccezione di una sporadica rilettura coraggiosamente affrontata in passato da Scaparro con Paolo Poli protagonista, si direbbe siano stati fino ad ora spaventati dalla furia iconoclasta che anima da cima a fondo questo bellissimo atto unico. Dove, in occasione della sagra che si celebra nella campagna agrigentina tutt'uno alla festa religiosa del Signore della Nave, la grande immagine del Crocifisso miracolosamente gettata a riva dai flutti nel corso di una tempesta nel tempo divenuta leggendaria, gli uomini si comportano come bestie mentre, per quanto concerne gli animali, c'è da dubitare che proprio loro non costituiscano l'autentica comunità degli eletti. Dato che sul grande spiazzo dove ammicca, fatale e derisoria insieme, la bianca facciata della chiesetta di San Nicola si dan convegno grossisti, imprenditori, mercanti di bestiame e piccoli possidenti tra cui il volgare e ripugnante Lavaccara che, mirabilmente impersonato da Pirrotta stesso, disquisisce sul tema prediletto. Ossia se il suo suino fosse dotato della stessa intelligenza degli umani. Un paradosso negato a priori dall'esagitato Pedagogo di Giovanni Calcagno mentre, dal lato opposto della barricata, il Taverniere che, nell'icastica raffigurazione di Filippo Luna, sfoggia impressionanti capacità oratorie, si affanna a tacitare animi e coscienze. In uno spettacolo di esemplare coerenza che fa tesoro della lezione brechtiana delle Nozze dei piccoli borghesi, un testo guarda caso datato, per le scene, al 1926 ma scritto lo stesso anno in cui vide la luce questa Sagra infernale.</p> <p><strong>Enrico Groppali</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SALOMÈ – regia Luca De Fusco 2018-07-01T23:55:35+02:00 2018-07-01T23:55:35+02:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/11689-salome-regia-luca-de-fusco.html Giuseppe Distefano <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/83ed085083e67f53e45ecaf8fc29da89_S.jpg" alt="Eros Pagni e Gaia Aprea in “Salomè”, regia Luca De Fusco. Foto Fabio Donato" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><b>di&nbsp;Oscar Wilde<br />tradizione&nbsp;Gianni Garrera<br />adattamento e regia&nbsp;Luca De Fusco<br />con&nbsp;Eros Pagni, Gaia Aprea, Anita Bartolucci,<br />Alessandro Balletta, Silvia Biancalana,<br />Paolo Cresta, Luca Iervolino, Gianluca Musiu,<br />Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini,<br />Carlo Sciaccaluga, Paolo Serra, Enzo Turrin<br />scene e costumi&nbsp;Marta Crisolini Malatesta<br />disegno luci&nbsp;Gigi Saccomandi<br />musiche&nbsp;Ran Bagno<br />coreografie e aiuto regia&nbsp;Alessandra Panzavolta
installazioni video&nbsp;Alessandro Papa<br />produzione&nbsp;Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Verona.<br />Prima assoluta al Teatro Grande di Pompei, per "Pompei Theatrum Mundi" dal 21 al 23 giugno 2018</b></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 1 luglio 2018</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Cara all'immaginario simbolista, la figura di Salomè danzante per ottenere in dono la testa di Giovanni Battista, assume nelle mani di Oscar Wilde una serie di nuovi significati. Così mentre i contemporanei francesi ne enfatizzano l'aspetto esotico e perverso trasformandola in un simbolo decadente – il testo teatrale fu scritto originariamente in francese, alla fine del 1891 durante un soggiorno in quella stessa città – Wilde per sottolineare la misteriosa relazione esistente tra l'amore, il peccato e la sofferenza, fa della sua creatura una sorta di tragica figlia della passione. Vittima e carnefice insieme, <i>Salomè</i> sviluppa per la prima volta in modo compiuto la concezione wildiana secondo la quale la personalità umana fluttua necessariamente tra poli opposti di attrazione. Con la sua sottile e ambigua carica erotica, Salomè offre all'autore la possibilità di esplorare la relazione che s'instaura tra desiderio, follia e frustrazione dei sensi. E quell'aria di morte che fin dall'inizio aleggia intorno ai personaggi si trasforma in un oscuro presagio della catastrofe che incombe sull'intera vicenda. Nella messinscena di Luca De Fusco – che ha inaugurato il festival Pompei Theatrum Mundi ideato dallo Stabile di Napoli – l'atmosfera mortifera è data subito dalla scenografia tutta nera e dai sette bianchi veli distesi collocati in proscenio e dove alcuni degli interpreti vi si sdraiano sotto come morti ancor prima dell'avvio della vicenda. La scena è sovrastata da un'enorme circonferenza sulla quale la proiezione di una crescente luna piena – mutevole nell'eclissi che avverrà, quindi, infine tinta di rosso – dominerà per tutto lo spettacolo segnando la livida atmosfera, quale presagio di eventi nefasti. A terra, un grande video rotondo speculare alla luna, restituirà l'immagine del profeta dando voce alle sue invettive verso Salomè, la madre Erodiade e il tetrarca Erode. Jokanaan sbucherà da una botola, tirato fuori dalla cella sottostante, e condotto alla presenza della giovane vogliosa di conoscerlo e del quale s'invaghirà follemente. Da lui rifiutata Salomè, con fanciullesca petulanza, chiederà la sua testa a Erode il quale, temendo il profeta e per non farlo decapitare, le promette ogni bene e ricchezza offrendole vesti preziose e gioielli, giurandole metà del suo potere, addirittura tutto, come a una meravigliosa regina. Ma lei lo incalzerà ripetutamente: «Voglio la testa di Jokanaan». È tale ossessione, di amore e odio contemporaneamente, a determinare l'allestimento, che ha come fulcro il tema del doppio. Rifacendosi, infatti, alle teorie dell'antropologo e filosofo francese René Girard che parla di «desiderio mimetico», De Fusco riassume che «Salomè ama talmente il profeta da volersi trasformare in lui stesso. Non può e non vuole uscire da una dimensione narcisistica dell'amore e quindi si specchia nel profeta». Di lui, attratta e sempre rifiutata, Salomè avrà prima elogiato e subito disprezzato il suo corpo, poi il suo volto, i suoi capelli e infine la sua bocca. Che diventerà il suo tormento - «Io bacerò la tua bocca, Iokanaan», ripete -, fin quando la lambirà ma sulla testa mozzata che le sarà portata su un vassoio. E con un <i>coup de théâtre</i>, nella scena conclusiva, Salomè, a lungo sdraiata a terra dopo aver sensualmente sfregato la testa di Iokanaan sul suo corpo, ne estrarrà un'altra raffigurante la propria, baciandola. Ed ecco il rispecchiamento narcisistico predetto. Lo spettacolo, alquanto naturalistico, scorre senza particolari impennate e senza un forte concetto di regia che giustifichi oggi la sua messinscena. Ancor di più se la protagonista, Gaia Aprea, vistosamente truccata, non ha l'età di una giovane adolescente come invece richiederebbe il personaggio, la cui danza dei sette veli, inoltre, risolta con semplici movenze e su una musica che ricorda il tango, non ha quella carica che possa suscitare in Erode un feroce immaginario erotico. De Fusco l'ha pensata come una creatura aliena vestendola tutta di bianco argentato e con la testa glabra ricoperta di pietruzze luccicanti – «Somiglia a un fiore lunare», dicono di lei i cortigiani al suo apparire –. L'andamento complessivo dell'allestimento, scandito dalle musiche di Ran Bagno, scorre tra proiezioni che ritraggono il volto di Iokanaan la cui apparizione in carne e ossa – nel ruolo, Giacinto Palmarini – lo avvicina all'icona cristologica; e sequenze di dialoghi fitti tra i personaggi principali, cortigiani e farisei. A spiccare è l'Erode di Eros Pagni, triste e capriccioso – «Danza per la mia angoscia», dirà a Salomè –, umorale e distratto, che alterna toni sarcastici e nevrotici con l'autorevolezza del grande attore specie nel culminante monologo in cui elenca le sue ricchezze nel frenetico tentativo di convincere Salomè a desistere dall'idea, sentenziando, infine, per lei la morte dopo l'orrore al quale ha assistito. Accanto a lui Anita Bartolucci nel ruolo di Erodiade.<br />Lo spettacolo sarà in <i>tournèe</i> nella prossima stagione, dopo la ripresa al Mercadante di Napoli in ottobre.</p> <p><b>Giuseppe Distefano</b></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/83ed085083e67f53e45ecaf8fc29da89_S.jpg" alt="Eros Pagni e Gaia Aprea in “Salomè”, regia Luca De Fusco. Foto Fabio Donato" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><b>di&nbsp;Oscar Wilde<br />tradizione&nbsp;Gianni Garrera<br />adattamento e regia&nbsp;Luca De Fusco<br />con&nbsp;Eros Pagni, Gaia Aprea, Anita Bartolucci,<br />Alessandro Balletta, Silvia Biancalana,<br />Paolo Cresta, Luca Iervolino, Gianluca Musiu,<br />Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini,<br />Carlo Sciaccaluga, Paolo Serra, Enzo Turrin<br />scene e costumi&nbsp;Marta Crisolini Malatesta<br />disegno luci&nbsp;Gigi Saccomandi<br />musiche&nbsp;Ran Bagno<br />coreografie e aiuto regia&nbsp;Alessandra Panzavolta
installazioni video&nbsp;Alessandro Papa<br />produzione&nbsp;Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Verona.<br />Prima assoluta al Teatro Grande di Pompei, per "Pompei Theatrum Mundi" dal 21 al 23 giugno 2018</b></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 1 luglio 2018</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Cara all'immaginario simbolista, la figura di Salomè danzante per ottenere in dono la testa di Giovanni Battista, assume nelle mani di Oscar Wilde una serie di nuovi significati. Così mentre i contemporanei francesi ne enfatizzano l'aspetto esotico e perverso trasformandola in un simbolo decadente – il testo teatrale fu scritto originariamente in francese, alla fine del 1891 durante un soggiorno in quella stessa città – Wilde per sottolineare la misteriosa relazione esistente tra l'amore, il peccato e la sofferenza, fa della sua creatura una sorta di tragica figlia della passione. Vittima e carnefice insieme, <i>Salomè</i> sviluppa per la prima volta in modo compiuto la concezione wildiana secondo la quale la personalità umana fluttua necessariamente tra poli opposti di attrazione. Con la sua sottile e ambigua carica erotica, Salomè offre all'autore la possibilità di esplorare la relazione che s'instaura tra desiderio, follia e frustrazione dei sensi. E quell'aria di morte che fin dall'inizio aleggia intorno ai personaggi si trasforma in un oscuro presagio della catastrofe che incombe sull'intera vicenda. Nella messinscena di Luca De Fusco – che ha inaugurato il festival Pompei Theatrum Mundi ideato dallo Stabile di Napoli – l'atmosfera mortifera è data subito dalla scenografia tutta nera e dai sette bianchi veli distesi collocati in proscenio e dove alcuni degli interpreti vi si sdraiano sotto come morti ancor prima dell'avvio della vicenda. La scena è sovrastata da un'enorme circonferenza sulla quale la proiezione di una crescente luna piena – mutevole nell'eclissi che avverrà, quindi, infine tinta di rosso – dominerà per tutto lo spettacolo segnando la livida atmosfera, quale presagio di eventi nefasti. A terra, un grande video rotondo speculare alla luna, restituirà l'immagine del profeta dando voce alle sue invettive verso Salomè, la madre Erodiade e il tetrarca Erode. Jokanaan sbucherà da una botola, tirato fuori dalla cella sottostante, e condotto alla presenza della giovane vogliosa di conoscerlo e del quale s'invaghirà follemente. Da lui rifiutata Salomè, con fanciullesca petulanza, chiederà la sua testa a Erode il quale, temendo il profeta e per non farlo decapitare, le promette ogni bene e ricchezza offrendole vesti preziose e gioielli, giurandole metà del suo potere, addirittura tutto, come a una meravigliosa regina. Ma lei lo incalzerà ripetutamente: «Voglio la testa di Jokanaan». È tale ossessione, di amore e odio contemporaneamente, a determinare l'allestimento, che ha come fulcro il tema del doppio. Rifacendosi, infatti, alle teorie dell'antropologo e filosofo francese René Girard che parla di «desiderio mimetico», De Fusco riassume che «Salomè ama talmente il profeta da volersi trasformare in lui stesso. Non può e non vuole uscire da una dimensione narcisistica dell'amore e quindi si specchia nel profeta». Di lui, attratta e sempre rifiutata, Salomè avrà prima elogiato e subito disprezzato il suo corpo, poi il suo volto, i suoi capelli e infine la sua bocca. Che diventerà il suo tormento - «Io bacerò la tua bocca, Iokanaan», ripete -, fin quando la lambirà ma sulla testa mozzata che le sarà portata su un vassoio. E con un <i>coup de théâtre</i>, nella scena conclusiva, Salomè, a lungo sdraiata a terra dopo aver sensualmente sfregato la testa di Iokanaan sul suo corpo, ne estrarrà un'altra raffigurante la propria, baciandola. Ed ecco il rispecchiamento narcisistico predetto. Lo spettacolo, alquanto naturalistico, scorre senza particolari impennate e senza un forte concetto di regia che giustifichi oggi la sua messinscena. Ancor di più se la protagonista, Gaia Aprea, vistosamente truccata, non ha l'età di una giovane adolescente come invece richiederebbe il personaggio, la cui danza dei sette veli, inoltre, risolta con semplici movenze e su una musica che ricorda il tango, non ha quella carica che possa suscitare in Erode un feroce immaginario erotico. De Fusco l'ha pensata come una creatura aliena vestendola tutta di bianco argentato e con la testa glabra ricoperta di pietruzze luccicanti – «Somiglia a un fiore lunare», dicono di lei i cortigiani al suo apparire –. L'andamento complessivo dell'allestimento, scandito dalle musiche di Ran Bagno, scorre tra proiezioni che ritraggono il volto di Iokanaan la cui apparizione in carne e ossa – nel ruolo, Giacinto Palmarini – lo avvicina all'icona cristologica; e sequenze di dialoghi fitti tra i personaggi principali, cortigiani e farisei. A spiccare è l'Erode di Eros Pagni, triste e capriccioso – «Danza per la mia angoscia», dirà a Salomè –, umorale e distratto, che alterna toni sarcastici e nevrotici con l'autorevolezza del grande attore specie nel culminante monologo in cui elenca le sue ricchezze nel frenetico tentativo di convincere Salomè a desistere dall'idea, sentenziando, infine, per lei la morte dopo l'orrore al quale ha assistito. Accanto a lui Anita Bartolucci nel ruolo di Erodiade.<br />Lo spettacolo sarà in <i>tournèe</i> nella prossima stagione, dopo la ripresa al Mercadante di Napoli in ottobre.</p> <p><b>Giuseppe Distefano</b></p> <p style="text-align: justify;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SALTIMBANCO - regia Franco Dragone 2010-03-24T01:00:00+01:00 2010-03-24T01:00:00+01:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/2541-sipario-recensioni-saltimbanco.html Cinzia Viscomi <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/75dbe0dc60612ad0db89b109bd60fed3_S.jpg" alt="Saltimbanco" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>Cirque du Soleil</strong><br /><strong>regia di Franco Dragone</strong><br /><strong>Torino, Palaolimpico dal 3 al 7 marzo 2010</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 24 marzo 2010</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Le Cirque du Soleil porta in scena tutto l'immaginario di Barba e Grotowski, del Berliner Ensemble, giù fino a Sheckner e Fellini passando attraverso i lazzi e le reminiscenze della commedia dell'arte e le tecniche dell'improvvisazione teatrale, con "<em>alegria</em>". Il pubblico all'improvviso prende parte allo spettacolo e acclama la troupe del Soleil scandendo, a ritmo con i musicisti, alcuni momenti dello spettacolo senza <em>claque</em>, in quell'unicum che ha fatto irrompere <em>Saltimbanco</em> sulla scena dei più grandi avvenimenti mondiali della scena teatrale del secolo scorso, contribuendo a consolidare al Soleil la fama di non solo circo, ma acclamato laboratorio di sintesi a cielo aperto di tutte le discipline dello spettacolo. Testimonianza compiuta di ricerca in itinere di quel sogno d'arte totale che ha segnato il corso della storia del teatro del Novecento di qua come al di là dell'oceano.</p> <p style="text-align: justify;"><em>Saltimbanco</em>, infatti, vi rapisce anche se siete distanti, nascosti tra il pubblico, lontano dalla platea del palcoscenico. <em>Saltimbanco</em> rompe le righe e vi trasporta giù nell'arena letteralmente al centro dello spettacolo a celebrare con gli artisti il miracolo della creazione in un <em>happening</em> di improvvisazione, gioco, <em>Alegria</em> e divertimento, in comunione con gli artisti, come solo un grande regista sa fare. Non a caso la sua poltrona regale rimane vuota in scena a celebrare la sua presenza/assenza. Una poltrona che viene infatti occupata di volta in volta da quel capocomico/maggiordomo di scena che entra nell'arena, di fronte al palcoscenico su cui è presente l'orchestra, dalle gradinate del pubblico, parlando una lingua incomprensibile che solo gli attori in scena sembrano saper decifrare. Una lingua fatta di spezzoni di parole suoni versi e ruggiti. In mano, quel grosso figuro, ha un lungo bastone, una sorta di scettro che gli conferisce una qualche patente di nobiltà all'interno dello spettacolo e anche il potere di prendere in giro i numeri degli altri attori facendosi acclamare dal pubblico per le ridicole debolezze dell'animo umano che, talvolta, ci portano a schernire i talenti e le fatiche dei nostri simili dietro le quinte e al di là delle quinte nella nostra vita di tutti giorni.</p> <p style="text-align: justify;">È così che la poltrona viene di volta in volta occupata dai suoi attori circensi secondo le regole più note della commedia dell'arte. È, infatti, uno spettacolo ricco di poesia <em>Saltimbanco</em>, un spettacolo in cui il gioco scenico più ferreo lascia spazio ai lazzi comici e alla capacità d'improvvisazione altissima per gli attori del Québec, il Paese della Lega Nazionale d'Improvvisazione Teatrale, in una performance indimenticabile. Un riferimento è al teatro cabaret del Berliner Ensemble e di Brecht di cui Franco Dragone e i saltimbanchi del Cirque du Soleil impiegano le tecniche dello straniamento, ribaltandole di senso e restituendocele in un trionfo di luci, colori e canti che si levano in un inno alla vita nei numeri acrobatici più pericolosi, in un climax sempre ben teso dosato ed equilibrato. La scena è all'italiana, dai sapori felliniani, le opere dei singoli acrobati toccano e sferzano un cuore di struggente poesia trasportando lo spettatore su, in alto, nel mondo dei sogni, per poi farlo precipitare a terra, tra il riso. Il Saltimbanco conosce tanto bene l'arte del mimo e dell'improvvisazione, da giocare con il pubblico al punto da non far rimpiangere gli spettacoli di Richard Sheckner.</p> <p style="text-align: justify;">Sono, infatti, lo ribadiamo, franco-canadesi quelli del Cirque, immersi in un universo, quello di questa landa del nordamerica, che conosce nella propria storia del teatro, a partire dagli anni Venti dell'altro secolo, il più grande mélange di artisti, provenienti dai quattro lati del mondo, calati a diretto contatto con i loro cugini americani. Ed è proprio ciò che ha fatto e continua a far grande per gli amanti della critica e delle definizioni estetiche il loro circens-tanz / performing-theatre. Ed è, forse, proprio questa la definizione che calza meglio e contraddistingue da quasi vent'anni la loro avanzata, alla conquista di una sintesi espressiva capace di parlare agli adulti e ai bambini. La strana lingua del loro spettacolo si leva, confusa in <em>Saltimbanco</em> in uno strano balbettio, una lingua barbarica con cui Dragone nel 1993 inaugura nel circo l'avvento di una nuova figura, che firma gli spettacoli, quella della regia che&nbsp; diventa sempre più chiara e forte nel corso degli anni. La figura del regista che firma gli spettacoli del Cirque du Soleil e che, con <em>Saltimbanco</em> di Franco Dragone, irrompe sotto le luci della ribalta contrassegnando da allora ogni produzione del Cirque, da<em> Alegria a Varakai</em>, diventa la cifra stilistica, la lingua propria del Cirque du Soleil, che nel corso degli anni avvicenderà alle sue produzioni la firma di alcuni tra i più grandi registi e coreografi multimediali canadesi, tra i quali ricordiamo Michael Montanaro, lo Spielbergdella danza <em>francanglais</em> canadese, Dominique Champagne, regista della X generation, giù fino a Gilles Maheu con <em>Carbone 14</em>.</p> <p><strong>Cinzia Viscomi</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/75dbe0dc60612ad0db89b109bd60fed3_S.jpg" alt="Saltimbanco" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>Cirque du Soleil</strong><br /><strong>regia di Franco Dragone</strong><br /><strong>Torino, Palaolimpico dal 3 al 7 marzo 2010</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 24 marzo 2010</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Le Cirque du Soleil porta in scena tutto l'immaginario di Barba e Grotowski, del Berliner Ensemble, giù fino a Sheckner e Fellini passando attraverso i lazzi e le reminiscenze della commedia dell'arte e le tecniche dell'improvvisazione teatrale, con "<em>alegria</em>". Il pubblico all'improvviso prende parte allo spettacolo e acclama la troupe del Soleil scandendo, a ritmo con i musicisti, alcuni momenti dello spettacolo senza <em>claque</em>, in quell'unicum che ha fatto irrompere <em>Saltimbanco</em> sulla scena dei più grandi avvenimenti mondiali della scena teatrale del secolo scorso, contribuendo a consolidare al Soleil la fama di non solo circo, ma acclamato laboratorio di sintesi a cielo aperto di tutte le discipline dello spettacolo. Testimonianza compiuta di ricerca in itinere di quel sogno d'arte totale che ha segnato il corso della storia del teatro del Novecento di qua come al di là dell'oceano.</p> <p style="text-align: justify;"><em>Saltimbanco</em>, infatti, vi rapisce anche se siete distanti, nascosti tra il pubblico, lontano dalla platea del palcoscenico. <em>Saltimbanco</em> rompe le righe e vi trasporta giù nell'arena letteralmente al centro dello spettacolo a celebrare con gli artisti il miracolo della creazione in un <em>happening</em> di improvvisazione, gioco, <em>Alegria</em> e divertimento, in comunione con gli artisti, come solo un grande regista sa fare. Non a caso la sua poltrona regale rimane vuota in scena a celebrare la sua presenza/assenza. Una poltrona che viene infatti occupata di volta in volta da quel capocomico/maggiordomo di scena che entra nell'arena, di fronte al palcoscenico su cui è presente l'orchestra, dalle gradinate del pubblico, parlando una lingua incomprensibile che solo gli attori in scena sembrano saper decifrare. Una lingua fatta di spezzoni di parole suoni versi e ruggiti. In mano, quel grosso figuro, ha un lungo bastone, una sorta di scettro che gli conferisce una qualche patente di nobiltà all'interno dello spettacolo e anche il potere di prendere in giro i numeri degli altri attori facendosi acclamare dal pubblico per le ridicole debolezze dell'animo umano che, talvolta, ci portano a schernire i talenti e le fatiche dei nostri simili dietro le quinte e al di là delle quinte nella nostra vita di tutti giorni.</p> <p style="text-align: justify;">È così che la poltrona viene di volta in volta occupata dai suoi attori circensi secondo le regole più note della commedia dell'arte. È, infatti, uno spettacolo ricco di poesia <em>Saltimbanco</em>, un spettacolo in cui il gioco scenico più ferreo lascia spazio ai lazzi comici e alla capacità d'improvvisazione altissima per gli attori del Québec, il Paese della Lega Nazionale d'Improvvisazione Teatrale, in una performance indimenticabile. Un riferimento è al teatro cabaret del Berliner Ensemble e di Brecht di cui Franco Dragone e i saltimbanchi del Cirque du Soleil impiegano le tecniche dello straniamento, ribaltandole di senso e restituendocele in un trionfo di luci, colori e canti che si levano in un inno alla vita nei numeri acrobatici più pericolosi, in un climax sempre ben teso dosato ed equilibrato. La scena è all'italiana, dai sapori felliniani, le opere dei singoli acrobati toccano e sferzano un cuore di struggente poesia trasportando lo spettatore su, in alto, nel mondo dei sogni, per poi farlo precipitare a terra, tra il riso. Il Saltimbanco conosce tanto bene l'arte del mimo e dell'improvvisazione, da giocare con il pubblico al punto da non far rimpiangere gli spettacoli di Richard Sheckner.</p> <p style="text-align: justify;">Sono, infatti, lo ribadiamo, franco-canadesi quelli del Cirque, immersi in un universo, quello di questa landa del nordamerica, che conosce nella propria storia del teatro, a partire dagli anni Venti dell'altro secolo, il più grande mélange di artisti, provenienti dai quattro lati del mondo, calati a diretto contatto con i loro cugini americani. Ed è proprio ciò che ha fatto e continua a far grande per gli amanti della critica e delle definizioni estetiche il loro circens-tanz / performing-theatre. Ed è, forse, proprio questa la definizione che calza meglio e contraddistingue da quasi vent'anni la loro avanzata, alla conquista di una sintesi espressiva capace di parlare agli adulti e ai bambini. La strana lingua del loro spettacolo si leva, confusa in <em>Saltimbanco</em> in uno strano balbettio, una lingua barbarica con cui Dragone nel 1993 inaugura nel circo l'avvento di una nuova figura, che firma gli spettacoli, quella della regia che&nbsp; diventa sempre più chiara e forte nel corso degli anni. La figura del regista che firma gli spettacoli del Cirque du Soleil e che, con <em>Saltimbanco</em> di Franco Dragone, irrompe sotto le luci della ribalta contrassegnando da allora ogni produzione del Cirque, da<em> Alegria a Varakai</em>, diventa la cifra stilistica, la lingua propria del Cirque du Soleil, che nel corso degli anni avvicenderà alle sue produzioni la firma di alcuni tra i più grandi registi e coreografi multimediali canadesi, tra i quali ricordiamo Michael Montanaro, lo Spielbergdella danza <em>francanglais</em> canadese, Dominique Champagne, regista della X generation, giù fino a Gilles Maheu con <em>Carbone 14</em>.</p> <p><strong>Cinzia Viscomi</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SANDOKAN O LA FINE DELL'AVVENTURA - I Sacchi di Sabbia 2013-02-26T01:00:00+01:00 2013-02-26T01:00:00+01:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/7313-sandokan-o-la-fine-dellavventura-compagnia-lombardi-tiezzi.html Giulia Morelli <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/1844f5fea02b94e86d75526108caae73_S.jpg" alt="Sandokan o la fine dell'avventura" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>Liberamente tratto da "Le tigri di Mompracem" di Emilio Salgari<br />scrittura scenica Giovanni Guerrieri?, con la collaborazione di Giulia Gallo e Giulia Solano,<br />con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Giulia Solano<br />tecnica Federico Polacci?, costumi Luisa Pucci<br />Teatro delle Briciole, Parma, 15 febbraio 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it 20 febbraio 2013</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Pomodoro: cuore, carota; spada, grattugia: cannone, scottex: cannocchiale, insalata: giungla.<br />Non si tratta d'un gioco dada né d'un esercizio di scrittura bretoniana, ma semplicemente d'un riassuntivo elenco d'alcuni protagonisti ed oggetti di scena del Sandokan dei Sacchi di Sabbia.<br />Il sogno d'ogni trovarobe, questo di rimediare ciò che manca dall'attrezzeria con una corsa al supermercato!<br />Eppure proprio attorno ad un tavolo di cucina prende corpo il prodigio: quattro interpreti – tutti bravissimi – ripropongono l'affabulazione salgariana attraverso la rifunzionalizzazione d'oggetti d'uso più che prosaici e l'immaginario esotico ed avventuroso della saga della tigre della Malesia prende corpo – e foglie e fronde! - in questo vivacissimo congegno scenico e drammaturgico ad orologeria.<br />Il Sandokan dei Sacchi di Sabbia, nato per caso da una battuta aleatoria del loro precedente 1939, è infatti un piccolo capolavoro d'immaginazione, in cui lo spettatore viene coinvolto a pieno titolo nel rimaneggiamento fantastico e continuo dell'enorme materiale letterario di partenza.<br />E così l'ultima grande impresa della tigre alla conquista della bella e impossibile Perla di Labuan, Lady Marianna è probabilmente anche l'ultima grande impresa dei suoi lettori. E però tra fuochi incrociati di carote e cipolle, scontri all'ultimo sangue con cucchiai di legno e stuzzicadenti, la fantasia – termine ormai dimenticato e demodè – del pubblico è sottoposta ad una costante e imponente levitazione accettata e partecipata con bambinesco (e quindi puro ed esente da giudizio) entusiasmo.<br />Tutto ciò che manca in realtà c'è, si vede benissimo, è sotto i nostri occhi ancora più grande e scintillante dello sbiadito ricordo delle letture infantili! I galeoni in un'insalatiera, i pericoli della giungla verde smeraldo d'insalata, i trabocchetti, i sotterfugi, di Sandokan folle d'amore per Marianna, la disfatta dei tigrotti di Momptracen a colpi di sedano, la morte nel cuore-pomodoro trucemente trafitto dell'eroina, la tragedia, la fine di tutto. Buio.<br />E' tutto lì, così vivido e potente e bello – sbocciato da una scena vuota, come un fiore d'Oriente.<br />In un crescendo drammatico e divertentissimo condotto con estrema scioltezza, Giovanni Guerrieri ed i suoi sodali, dipanano le gesta dell'eroe con una calibrazione perfetta dei tempi comici ed una sincronizzazione ed un affiatamento degli interpreti sulla scena davvero sorprendente – e raro.<br />Gli attori fanno anche scanzonatamente il verso anche ad una pietra miliare della cultura – e dell'immaginario televisivo - popolare italiana: il mitico sceneggiato anni '70 con la sua carica sovraccarica (perdonate il calembeur) di maestoso esotismo e stereotipi orientaleggianti, restituita da una certa voluta fissità del Sandokan-Guerrieri e dei suoi pirati, subito riassorbita nel ritmo vorticante ed incalzante dell'azione, memori anche delle lezioni di Aldo Trionfo e dell'Ubu di Sodini.<br />La grande avventura casalinga dei Sacchi di Sabbia, sconvolgendo col sorriso e con sincero divertimento, i canoni usuali d'ogni narrazione si propone inoltre come piccola metafora della vita dell'autore, quell'Emilio Salgari dai giorni tormentati, morto suicida dopo tante sventure, che immaginò e scrisse di mondi carichi di seducente suggestione senza mai muoversi da Torino. Forse anche lui fu colto dall'intermittente scarica dell'ispirazione tra uno scolapasta ed altri utensili domestici, chissà.<br />In ogni caso le tigri di Momptracen della compagnia pisana si rivelano un miracolo d'immaginazione calato nel quotidiano e dimostrano come il collaudato gruppo sappia muoversi con grande abilità ed indiscusso mestiere tra i registri drammaturgici e le esigenze e le forme sceniche più disparate: dalla farsa medioevale, come nel Teatrino di San Ranieri prossimamente in programmazione alle Briciole, al pop-up per adulti, dalla sacra rappresentazione fino al confronto con testi letterari fondamentali e intrisi di tragico quali Casa d'altri di D'Arzo e Domani ti farò bruciare da Dostoevski, realizzati in collaborazione con Silvio Castiglioni.<br />La duttilità ed il talento emergono a tutto tondo in questo racconto per adulti che apre una moltitudine d'universi e d'immagini sognanti e vere in soli 50 minuti.<br />Quando le luci calano, l'immaginazione si smorza delusa e la percezione esaltata dell'incantamento a poco a poco scioglie il legame con la meraviglia, l'immaginario appena ricostituito e cesellato in ogni dettaglio svapora. E però a ben guardare, se ne conserva intatto il ricordo e il gioco può continuare ancora, senza fine, perché quella facoltà immaginativa titillata dagli eroi in grembiule e scarpe da tennis a suon di patate affettate e rapanelli infilzati ci è propria, ci appartiene e con generosità e grande freschezza ci è stata restituita.<br />Yanez: pentola, soldato: porro, palazzo: tavolo, bacinella: mare...</p> <p><strong>Giulia Morelli</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/1844f5fea02b94e86d75526108caae73_S.jpg" alt="Sandokan o la fine dell'avventura" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p><strong>Liberamente tratto da "Le tigri di Mompracem" di Emilio Salgari<br />scrittura scenica Giovanni Guerrieri?, con la collaborazione di Giulia Gallo e Giulia Solano,<br />con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Giulia Solano<br />tecnica Federico Polacci?, costumi Luisa Pucci<br />Teatro delle Briciole, Parma, 15 febbraio 2013<br /></strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it 20 febbraio 2013</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Pomodoro: cuore, carota; spada, grattugia: cannone, scottex: cannocchiale, insalata: giungla.<br />Non si tratta d'un gioco dada né d'un esercizio di scrittura bretoniana, ma semplicemente d'un riassuntivo elenco d'alcuni protagonisti ed oggetti di scena del Sandokan dei Sacchi di Sabbia.<br />Il sogno d'ogni trovarobe, questo di rimediare ciò che manca dall'attrezzeria con una corsa al supermercato!<br />Eppure proprio attorno ad un tavolo di cucina prende corpo il prodigio: quattro interpreti – tutti bravissimi – ripropongono l'affabulazione salgariana attraverso la rifunzionalizzazione d'oggetti d'uso più che prosaici e l'immaginario esotico ed avventuroso della saga della tigre della Malesia prende corpo – e foglie e fronde! - in questo vivacissimo congegno scenico e drammaturgico ad orologeria.<br />Il Sandokan dei Sacchi di Sabbia, nato per caso da una battuta aleatoria del loro precedente 1939, è infatti un piccolo capolavoro d'immaginazione, in cui lo spettatore viene coinvolto a pieno titolo nel rimaneggiamento fantastico e continuo dell'enorme materiale letterario di partenza.<br />E così l'ultima grande impresa della tigre alla conquista della bella e impossibile Perla di Labuan, Lady Marianna è probabilmente anche l'ultima grande impresa dei suoi lettori. E però tra fuochi incrociati di carote e cipolle, scontri all'ultimo sangue con cucchiai di legno e stuzzicadenti, la fantasia – termine ormai dimenticato e demodè – del pubblico è sottoposta ad una costante e imponente levitazione accettata e partecipata con bambinesco (e quindi puro ed esente da giudizio) entusiasmo.<br />Tutto ciò che manca in realtà c'è, si vede benissimo, è sotto i nostri occhi ancora più grande e scintillante dello sbiadito ricordo delle letture infantili! I galeoni in un'insalatiera, i pericoli della giungla verde smeraldo d'insalata, i trabocchetti, i sotterfugi, di Sandokan folle d'amore per Marianna, la disfatta dei tigrotti di Momptracen a colpi di sedano, la morte nel cuore-pomodoro trucemente trafitto dell'eroina, la tragedia, la fine di tutto. Buio.<br />E' tutto lì, così vivido e potente e bello – sbocciato da una scena vuota, come un fiore d'Oriente.<br />In un crescendo drammatico e divertentissimo condotto con estrema scioltezza, Giovanni Guerrieri ed i suoi sodali, dipanano le gesta dell'eroe con una calibrazione perfetta dei tempi comici ed una sincronizzazione ed un affiatamento degli interpreti sulla scena davvero sorprendente – e raro.<br />Gli attori fanno anche scanzonatamente il verso anche ad una pietra miliare della cultura – e dell'immaginario televisivo - popolare italiana: il mitico sceneggiato anni '70 con la sua carica sovraccarica (perdonate il calembeur) di maestoso esotismo e stereotipi orientaleggianti, restituita da una certa voluta fissità del Sandokan-Guerrieri e dei suoi pirati, subito riassorbita nel ritmo vorticante ed incalzante dell'azione, memori anche delle lezioni di Aldo Trionfo e dell'Ubu di Sodini.<br />La grande avventura casalinga dei Sacchi di Sabbia, sconvolgendo col sorriso e con sincero divertimento, i canoni usuali d'ogni narrazione si propone inoltre come piccola metafora della vita dell'autore, quell'Emilio Salgari dai giorni tormentati, morto suicida dopo tante sventure, che immaginò e scrisse di mondi carichi di seducente suggestione senza mai muoversi da Torino. Forse anche lui fu colto dall'intermittente scarica dell'ispirazione tra uno scolapasta ed altri utensili domestici, chissà.<br />In ogni caso le tigri di Momptracen della compagnia pisana si rivelano un miracolo d'immaginazione calato nel quotidiano e dimostrano come il collaudato gruppo sappia muoversi con grande abilità ed indiscusso mestiere tra i registri drammaturgici e le esigenze e le forme sceniche più disparate: dalla farsa medioevale, come nel Teatrino di San Ranieri prossimamente in programmazione alle Briciole, al pop-up per adulti, dalla sacra rappresentazione fino al confronto con testi letterari fondamentali e intrisi di tragico quali Casa d'altri di D'Arzo e Domani ti farò bruciare da Dostoevski, realizzati in collaborazione con Silvio Castiglioni.<br />La duttilità ed il talento emergono a tutto tondo in questo racconto per adulti che apre una moltitudine d'universi e d'immagini sognanti e vere in soli 50 minuti.<br />Quando le luci calano, l'immaginazione si smorza delusa e la percezione esaltata dell'incantamento a poco a poco scioglie il legame con la meraviglia, l'immaginario appena ricostituito e cesellato in ogni dettaglio svapora. E però a ben guardare, se ne conserva intatto il ricordo e il gioco può continuare ancora, senza fine, perché quella facoltà immaginativa titillata dagli eroi in grembiule e scarpe da tennis a suon di patate affettate e rapanelli infilzati ci è propria, ci appartiene e con generosità e grande freschezza ci è stata restituita.<br />Yanez: pentola, soldato: porro, palazzo: tavolo, bacinella: mare...</p> <p><strong>Giulia Morelli</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</p></div> SANGHENAPULE - regia Mimmo Borrelli 2016-04-13T09:07:27+02:00 2016-04-13T09:07:27+02:00 https://sipario.it/recensioniprosas/item/9908-sanghenapule-regia-mimmo-borrelli.html Wanda Castelnuovo <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/d29f667bdefc1151eaf6bb70b5dc2082_S.jpg" alt=""Sanghenapule" - regia Mimmo Borrelli. Foto Lorenzo Ceva Valla" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>Vita straordinaria di San Gennaro</strong><br /><strong>Testo e drammaturgia: Roberto Saviano e Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>regia: Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>con Roberto Saviano e Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>musiche, esecuzione ed elettronica: Gianluca Catuogno e Antonio Della Ragione</strong><br /><strong>scene: Luigi Ferrigno</strong><br /><strong>costumi: 0770</strong><br /><strong>luci: Cesare Accetta</strong><br /><strong>produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa</strong><br /><strong>Milano, Piccolo Teatro Grassi dal 5 al 17 aprile 2016</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 12 aprile 2016</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Una prosa pulita e cristallina alternata a liriche poetiche sfaccettate e virulente nella 'sonata a quattro mani' di Roberto Saviano (Napoli 1979), giornalista, scrittore e saggista, e Mimmo Borrelli (Napoli 1979), attore, drammaturgo e regista teatrale di grande talento che ha affascinato Toni Servillo e ora Saviano. I due partendo dalla vita di San Gennaro e dal suo martirio disvelano attraverso diversi e importanti momenti storici una Napoli viva, palpitante e contraddittoria in cui coesistono bene e male, elementi inconciliabili altrove, ma non nella città partenopea dove tutto è possibile anche l'incontro tra due personalità così differenti unite in una meravigliosa sinergia per evidenziare e fare prendere coscienza dell'epopea di questa città che ha come simbolo San Gennaro mediatore tra virtù e vizi, 'napoletanità' e cielo...</p> <p style="text-align: justify;">Afferma Saviane - di cui non si può non ricordare l'impegnata lotta contro la camorra che ha il suo epicentro nell'ormai celeberrimo <em>Gomorra</em> mal tollerato dai soggetti chiamati in causa, assolutamente privi di senso umoristico che migliorerebbe la coscienza critica verso se stessi - che il Santo (decapitato a 33 anni come Cristo), decisamente atipico e plasmato sulla poliedricità partenopea, protegge e aiuta solo i Napoletani anche se disonesti, ladri... chissà forse più questi ultimi e quindi anche i camorristi... e che pare non ci sia molta speranza per gli altri Italiani di ricevere aiuto da lui a meno che non si trovino all'estero...</p> <p style="text-align: justify;"><em>Incipit</em> dei 'sei atti di sangue' in cui è articolato lo spettacolo è una descrizione enfatica del Boia, figura determinante nei periodi in cui è in voga la pena di morte. Questa volta - siamo nel 305 d. C. all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano - la vittima illustre è Januario (appunto Gennaro), vescovo di Benevento che condotto al patibolo del vulcano di Solfatara a Puteoli (antico nome di Pozzuoli) si lascia andare a un monologo di straordinario impatto, ma di scarsa comprensione (come altri brani recitati da Borrelli) in quanto espresso in un idioma immaginifico e dalle straordinarie sonorità creato <em>ad hoc</em>. Al riguardo si è sentita la mancanza di sovratitoli che, malgrado il lieve potere di distrazione dal dipanarsi dell'azione, agevolerebbero nella comprensione di parole in versi quand'anche, come in questo caso, sconnesse, concitate e gravide di dubbi e sensi di colpa verso i compagni che Januario sta trascinando con sé.</p> <p style="text-align: justify;">Un fluire di storie alcune sconosciute o dimenticate (frutto di seri studi e approfondimenti che evidenziano radici antiche in alcuni miti intramontabili) di cui Saviano è il persuasivo e misurato narratore mentre Borrelli rappresenta l'<em>humus</em> istintivo, passionale e viscerale della città che comunque pare conservare inalterati i suoi contrasti senza adoperarsi per mutare, cambiare o sanare quasi per un fatalismo atavico maturato accanto al minaccioso Vesuvio, immutabile nella sua pericolosità.</p> <p style="text-align: justify;">Uno spettacolo che incuriosisce, interessa, attrae e diverte anche per i rimandi all'oggi - ma non è un napoletano quel Giambattista Vico che parlava di corsi e ricorsi storici - e per la barocca maestosità esaltata da una musica (eseguita dal vivo) con toni che accentuano in alcuni momenti l'irrazionale.</p> <p><strong>Wanda Castelnuovo</strong></p> <p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.8em;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</span></p></div> <div class="K2FeedImage"><img src="https://sipario.it/media/k2/items/cache/d29f667bdefc1151eaf6bb70b5dc2082_S.jpg" alt=""Sanghenapule" - regia Mimmo Borrelli. Foto Lorenzo Ceva Valla" /></div><div class="K2FeedIntroText"></div><div class="K2FeedFullText"> <p style="text-align: justify;"><strong>Vita straordinaria di San Gennaro</strong><br /><strong>Testo e drammaturgia: Roberto Saviano e Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>regia: Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>con Roberto Saviano e Mimmo Borrelli</strong><br /><strong>musiche, esecuzione ed elettronica: Gianluca Catuogno e Antonio Della Ragione</strong><br /><strong>scene: Luigi Ferrigno</strong><br /><strong>costumi: 0770</strong><br /><strong>luci: Cesare Accetta</strong><br /><strong>produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa</strong><br /><strong>Milano, Piccolo Teatro Grassi dal 5 al 17 aprile 2016</strong></p> <p>{2jtoolbox_content tabs id:1 begin title:<strong>www.Sipario.it, 12 aprile 2016</strong>}</p> <p style="text-align: justify;">Una prosa pulita e cristallina alternata a liriche poetiche sfaccettate e virulente nella 'sonata a quattro mani' di Roberto Saviano (Napoli 1979), giornalista, scrittore e saggista, e Mimmo Borrelli (Napoli 1979), attore, drammaturgo e regista teatrale di grande talento che ha affascinato Toni Servillo e ora Saviano. I due partendo dalla vita di San Gennaro e dal suo martirio disvelano attraverso diversi e importanti momenti storici una Napoli viva, palpitante e contraddittoria in cui coesistono bene e male, elementi inconciliabili altrove, ma non nella città partenopea dove tutto è possibile anche l'incontro tra due personalità così differenti unite in una meravigliosa sinergia per evidenziare e fare prendere coscienza dell'epopea di questa città che ha come simbolo San Gennaro mediatore tra virtù e vizi, 'napoletanità' e cielo...</p> <p style="text-align: justify;">Afferma Saviane - di cui non si può non ricordare l'impegnata lotta contro la camorra che ha il suo epicentro nell'ormai celeberrimo <em>Gomorra</em> mal tollerato dai soggetti chiamati in causa, assolutamente privi di senso umoristico che migliorerebbe la coscienza critica verso se stessi - che il Santo (decapitato a 33 anni come Cristo), decisamente atipico e plasmato sulla poliedricità partenopea, protegge e aiuta solo i Napoletani anche se disonesti, ladri... chissà forse più questi ultimi e quindi anche i camorristi... e che pare non ci sia molta speranza per gli altri Italiani di ricevere aiuto da lui a meno che non si trovino all'estero...</p> <p style="text-align: justify;"><em>Incipit</em> dei 'sei atti di sangue' in cui è articolato lo spettacolo è una descrizione enfatica del Boia, figura determinante nei periodi in cui è in voga la pena di morte. Questa volta - siamo nel 305 d. C. all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano - la vittima illustre è Januario (appunto Gennaro), vescovo di Benevento che condotto al patibolo del vulcano di Solfatara a Puteoli (antico nome di Pozzuoli) si lascia andare a un monologo di straordinario impatto, ma di scarsa comprensione (come altri brani recitati da Borrelli) in quanto espresso in un idioma immaginifico e dalle straordinarie sonorità creato <em>ad hoc</em>. Al riguardo si è sentita la mancanza di sovratitoli che, malgrado il lieve potere di distrazione dal dipanarsi dell'azione, agevolerebbero nella comprensione di parole in versi quand'anche, come in questo caso, sconnesse, concitate e gravide di dubbi e sensi di colpa verso i compagni che Januario sta trascinando con sé.</p> <p style="text-align: justify;">Un fluire di storie alcune sconosciute o dimenticate (frutto di seri studi e approfondimenti che evidenziano radici antiche in alcuni miti intramontabili) di cui Saviano è il persuasivo e misurato narratore mentre Borrelli rappresenta l'<em>humus</em> istintivo, passionale e viscerale della città che comunque pare conservare inalterati i suoi contrasti senza adoperarsi per mutare, cambiare o sanare quasi per un fatalismo atavico maturato accanto al minaccioso Vesuvio, immutabile nella sua pericolosità.</p> <p style="text-align: justify;">Uno spettacolo che incuriosisce, interessa, attrae e diverte anche per i rimandi all'oggi - ma non è un napoletano quel Giambattista Vico che parlava di corsi e ricorsi storici - e per la barocca maestosità esaltata da una musica (eseguita dal vivo) con toni che accentuano in alcuni momenti l'irrazionale.</p> <p><strong>Wanda Castelnuovo</strong></p> <p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.8em;">{2jtoolbox_content tabs id:1 end}</span></p></div>