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RITTER/DENE/VOSS - regia Piero Maccarinelli

Ritter/Dene/Voss Ritter/Dene/Voss Regia Piero Maccarinelli

di Thomas Bernhard
regia: Piero Maccarinelli
con Manuela Mandracchia, Maria Paiato, Massimo Popolizio
Roma, Teatro India, dal 6 novembre al 2 dicembre 2007
Milano, Piccolo Teatro, dal 8 al 19 ottobre 2008
Napoli, Teatro Mercadante, dal 10 al 21 dicembre 2008

Il Mattino, 16 dicembre 2008
Il Messaggero, 26 ottobre 2008
Corriere della Sera, 12 ottobre 2008
Il Giornale, 11 ottobre 2008
Avanti, 23 novembre 2007
La Stampa, 14 novembre 2007
Il Messaggero, 10 novembre 2007
Bernhard e il paesaggio degli uomini postumi

Un numero, un luogo e tre cognomi costituiscono insieme - e, naturalmente, sotto specie di simbolo - la chiave per individuare i temi profondi di «Ritter, Dene, Voss», i tre tempi in versi di Thomas Bernhard che il Teatro di Roma presenta al Mercadante: il numero è il trenta (trenta volte al giorno si lavava le mani l'industriale Worringer, padre dei personaggi in campo, da trent'anni quei personaggi fanno sempre le stesse discussioni e da trent'anni i ritratti di famiglia sono appesi alla stessa parete senza essere stati mai tirati giù); il luogo è la collina di Vienna su cui sorge il manicomio di Steinhof, continuamente citato nel testo; e i cognomi, che compongono il titolo, sono quelli di Ilse, Kirsten e Gert, i tre grandi attori del Burgtheater di Claus Peymann per i quali Bernhard pensò la commedia e che di fatto per primi la interpretarono, al Festival di Salisburgo del 1986. C'imbattiamo in due sorelle, Ritter e Dene, che sono entrambe attrici e, adesso, si riuniscono nella casa paterna con il fratello Voss, un famoso filosofo, autore di un trattato di logica, che è uscito per qualche giorno dall'ospedale psichiatrico in cui vive, più che per curarsi, in volontario esilio. E come si vede, tornano qui - e con una pregnanza e una potenza particolari - tutte le costanti del teatro di Bernhard: a cominciare dal problema della vita sentita unicamente come stanca abitudine. Non a caso, dunque, Ritter e Dene fanno le attrici: giacché il recitare (salvo quei «due tre minuti di teatro eccelso», come dice Dene) si riduce, in sostanza, alla routine, ovvero, per l'appunto, all'abitudine. D'altra parte, consideriamo che qui Bernhard ha dato a Voss il nome di battesimo di Ludwig: il personaggio, allora, è indiscutibilmente una proiezione di Wittgenstein. Sicché dobbiamo pensare alla collina di cui sopra sulla traccia del saggio di Cacciari intitolato giusto «Dallo Steinhof»: da quella collina «lo sguardo abbraccia il paesaggio degli uomini postumi», quelli (la definizione è di Nietzsche) che «"praticano" la società ma insieme fanno i fantasmi». Nella sala da pranzo di casa Worringer, insomma, siedono a dilaniarsi i nipotini di Musil, Hofmannsthal e Trakl. E tutto questo viene sottolineato dalla regia di Piero Maccarinelli in maniera esemplare, con precisione ed inventiva insieme. Basterebbe considerare che fra i ritratti di famiglia dei Worringer compare qui l'«Autoritratto con sigaretta» di Munch, un dipinto fantasmatico, appunto, e che in quanto autoritratto rimanda direttamente al fatto che i tre bravissimi interpreti (nella foto) - Manuela Mandracchia (Ritter), Maria Paiato (Dene) e Massimo Popolizio (Voss) - adottano costantemente una recitazione che definire sopra le righe sarebbe riduttivo: giusti la professione delle due sorelle e l'autoritratto di Munch, si tratta piuttosto di una re-citazione, ossia di una citazione autoreferenziale ad oltranza. Che finisce a tradursi in autentica tautologia. Il cerchio di questo spettacolo - oltrettutto segnato da una livida comicità, e con cui il Mercadante saluta l'anno non bene, ma benissimo - si chiude allora perfettamente. Giacché proprio l'autoreferenzialità totalizzante fu il vizio che Wittgenstein imputò al linguaggio.

Enrico Fiore

La lucida, poetica follia
di tre fratelli serpenti

"Tutto esaurito" la scorsa stagione a Roma e "tutto esaurito" fino a qualche sera fa al Piccolo Teatro di Milano. Ora il ritorno nella Capitale, di nuovo all'India (repliche fino al 2 novembre). Il testo, del 1984, ha un titolo ostico, Ritter/Dene/Voss, e il drammaturgo è uno di quelli che intimidiscono e creano qualche distanza, Thomas Bernhard. Regista Piero Maccarinelli; interpreti, tre ottimi attori quali Manuela Mandracchia, Maria Paiato e Massimo Popolizio. Un momento di teatro al passo con i tempi. Maccarinelli punta alla sintesi lancinante, alla secchezza imperiale di tre fratelli-serpenti, un lui e due lei. Figli del ricco industriale Worringer, essi condensano vita e lavoro nella casa di famiglia dove Ritter e Dene, le sorelle, attrici a tempo perso, prima attendono e poi ospitano Voss, il fratello "pazzo", filosofo wittgensteiniano cui piace mettere su carta immani trattati di Logica. Voss, recluso volontario nel manicomio di Steinhof, torna di rado alla magione, che rappresenta un carcere ancor più blindato e inespugnabile perché fatto di lacci interiori, complessi d'ogni tipo, sudditanze psicologiche, successi altrui e personali sconfitte, nonché amori senza fine che uccidono a colpi di arrosti fatti in casa, caffé presi in chìcchere di porcellana e baci incestuosi.
Popolizio vive la lucida follia di Voss in maniera impressionante. Quando, scoperchiato il calderone del sabba familiare, si avvicina alla vetrata della sala da pranzo ed evoca la tregenda immimente, le note dell'Eroica beethoveniana le trasforma in sofferenza viva. Maria Paiato, maestra di sfumature difficili, esitazioni dell'animo e sicurezze apparenti, regala alla maggiore di casa quella somma di allegrie forzate, euforie coatte e speranze cieche che portano alla tragicomica disperazione del personaggio. Manuela Mandracchia, infine, bellissima nel disfacimento interiore della sorellina che ama il vino e le labbra dell'unico maschio veramente concupito, dà al gruppo "in un interno" le pennellate fine impero proprie dell'odio di Bernhard per l'Austria delle sue radici. Da non perdere.

Rita Sala

Ritratto (in un interno) di tre infelicità

Una sala da pranzo alto borghese è la cornice per il dramma-commedia che Thomas Bernhard intitolò Ritter, Dene, Voss dai cognomi dei tre attori protagonisti della prima messinscena nel 1986, quasi a voler sottolineare il senso di «partitura» dedicata al loro estro interpretativo. Piero Maccarinelli ambienta la pièce in una stanza Jugendstil, ideata da Carmelo Giammello, alle cui pareti sono appesi i ritratti degli antenati, maledetti progenitori di stirpi di infelici. Qui si ritrovano a cena tre fratelli eredi di un ricco patrimonio, Ludwig il «filosofo», l' alienato appena uscito da una casa di cura e le sue due sorelle, la maggiore - materna, attaccata alla tradizione, ottusa - e la più giovane, annoiata e cinica, entrambe attrici perché socie di maggioranza di un teatro. In un dialogare continuo, banalità e verità si intrecciano per svelare gli abissi di solitudine della vita dei tre, annegati nelle minestrine calde della tradizione materna, costretti nelle certezze paterne, soffocati dall' odio e da amori incestuosi. La regia di Maccarinelli punta su una chiave naturalistica che tende a impoverire il senso bernhardiano di rito ossessivo, implacabile e impeccabile, di cerimonia funerea e solenne che rappresenta l' impossibilità dei protagonisti di intervenire sul proprio destino, condannati all' inazione e incapaci di vivere una verità qualunque essa sia. Il disfatto microcosmo famigliare resta il ritratto di tre infelicità, ben interpretato da un sempre più bravo Massimo Popolizio, dall' estrosa e brava Maria Paiato, la sorella maggiore e dall' altrettanto brava Manuela Mandracchia, sorella minore più malinconica che cinica, ma non riesce a superare la ristretta dimensione di quell' interno borghese per diventare critica feroce di una società volgare, vuota, ottusa sprofondata nelle consuetudini e nel perbenismo tanto odiata da Bernhard.

Magda Poli

Giochi psicotici in famiglia Al Piccolo l'opera di Bernhard

Chi sono «Ritter Dene Voss» e soprattutto cosa sono nella lingua tedesca? Non sono nulla. O meglio, non sono nient'altro che i nomi di battesimo di tre grandi attori della Magna Mater Germania che l'austriaco Thomas Bernhard, uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, scelse come modelli della più bizzarra commedia di costumi che sia mai stata scritta. Bernhard in «Ritter Dene Voss» mette in scena tre simboli della nostra piccola Europa. Un paese dall'anima alla deriva, cui resta in eredità, nella follia che lo abita ogni giorno di più, solo la cronaca spicciola delle ultime illusioni nello spazio chiuso di un carcere, che l'autore identifica con la famiglia borghese. In quell'elegante living room dove, giunti all'ultima tappa prima del silenzio, un fratello e due sorelle continuano a ripetere, senza crederci più, i gesti abituali del quotidiano, si agita il germe impietoso della pazzia: il fratello, reduce da una clinica psichiatrica, tra un ricovero e l'altro, fa ritorno alla casa dei padri che l'ha visto nascere solo per aizzare una contro l'altra le sorelle come il più cinico e impietoso dei domatori da circo. Ma chi sono queste donne che, incapaci di reagire con le limpide armi della ragione, si sono rassegnate a condividere col loro carnefice questo feroce gioco al massacro? Non sono altro - ci spiega Bernhard - che due attrici. Le quali, e qui sta il nucleo esasperato e grottesco della situazione, fanno solo saltuarie apparizioni sulla scena. Infatti il loro teatro è la casa da cui non possono evadere, questo salotto-sala da pranzo-dormitorio-pensatoio del tempo che fu, dove si accaniscono a servire piatti immangiabili, ad ascoltare le tiritere immonde e patetiche dell'unico maschio padrone. Dentro la tomba elegante ma asfittica, costellata dai ritratti degli antenati, che il regista Piero Maccarinelli ha immaginato come loro estrema dimora, il demoniaco terzetto di questi fantasmi in carne ed ossa che s'illudono di trovare una residua ragione di vita nell'ossessivo confrontarsi uno con l'altro con le armi della cultura, tre magnifici attori dell'Italia di oggi sezionano con furore ogni sillaba di questo testo straordinario. Dove la filosofia del passato, l'arte del secolo scorso, la perfetta educazione che regna nelle loro parole non li salverà dal disastro. In un carosello di incredibili boutade, di raggelanti scherzi, di ipotesi che mai giungeranno alla realizzazione. PeMerito a un grande Massimo Popolizio - appena laureato, per questa interpretazione, del Premio Olimpici del teatro - e alle sue splendide sorelle, l'ape-regina traboccante di maliziosa sensualità Manuela Mandracchia e la scatenata, effervescente Maria Paiato, un'attrice che fa storia a sé.

Enrico Girardi

La gabbia del passato

Il passato diventa una gabbia che nega il presente ed inibisce il futuro. Questo sembra voler dire Thomas Bernhard con "Ritter Dene Voss", in scena la Teatro India di Roma (fino al 2 dicembre) per la regia di Piero Maccarinelli. Ne sono protagonisti Manuela Mandracchia, Maria Paiato e Massimo Popolizio, rispettivamente interpreti di Ritter, Dene e Voss. Due attrici, Ritter e Dene, vivono nella casa dei propri genitori ed ingannano il tempo in attesa che arrivi il loro fratello-filosofo Voss (interpretato magistralmente da Massimo Popolizio), leggendo i giornali e facendo pulizie maniacali che evidenziano una patologia profonda. La stessa vissuta da Voss… una "discarica" piena zeppa di odio. Voss scatena tutto il suo livore contro le sorelle attrici, figlie dell'odiato teatro. Casa Worringer è un girone dantesco, una gabbia infernale da cui è impossibile fuggire. La sala da pranzo, luogo della rappresentazione, è la stessa delle detestate riunioni familiari di ieri che rivivono attraverso gli inquietanti ritratti degli avi appesi alle pareti. Voss non ci sta, la sua follia vuol seppellire il passato. E' per questo che scaraventa a terra quei ritratti. Ma alla fine, quei ritratti, simbolo di un tempo andato che sopravvive al presente, riprendono il loro posto. Stavolta capovolti, a testa in giù; a testimoniare la solidità di un cordone ombelicale che neppure la follia di Voss riesce a recidere. Il nostro "eroe" le tenta tutte per cancellare la memoria del tempo che fu. Come atto estremo di ribellismo, durante una cena a base di brodini e zuppe, tira la tovaglia facendo volare quei piatti e bicchieri che Dene venera come reliquie. I personaggi di quest'opera di Thomas Bernhard sono creature fragili (come le stoviglie andate in pezzi) che hanno la consapevolezza dei propri limiti. Tutto è prevedibile e tutto pare essere già scritto da un destino sadico che fa rivivere incresciose situazioni passate. Ad interpretare "Ritter Dene Voss" vi sono tre Attori (la A maiuscola non è un refuso di stampa) che si calano nei personaggi bernhardiani dando loro un'energia esiziale che approda alla morte: dell'arte, dell'uomo, del pensiero. Tutto sembra ripercorrere i sentieri di sempre, tutto sembra essere uguale a se stesso. Ma il mondo di Voss non è sovrapponibile a quello di Ritter e Dene. Manuela Mandracchia e Maria Paiato duettano dando corpo ad una pregevole performance. Se la prova della Mandracchia è buona, quella della Paiato è ottima. A tal punto che per un attimo siamo stati tentati di gridarle a squarciagola: "brava". Ma sarebbe stata un'interferenza che avrebbe rotto l'incanto, per questo ci siamo astenuti dal farlo. Però l'iperbole dello show (non ce ne vogliano le nostre) si chiama Massimo Popolizio. Irrompe in scena come un ciclone che sprigiona energia allo stato puro. Dire che Popolizio è bravo può apparire riduttivo. Si tratta di un attore che ha - come direbbe un retore - il sacro fuoco dell'arte nelle vene; passa dall'introspezione psicologica alle esplosioni rabbiose sublimate da una tecnica che rasenta l'eccellenza. Scusate se è poco!

Gianfranco Quadrini

Il riso tragico di Bernhard
blocca Ritter, Dene e Voss

Come si sa, il titolo di Ritter, Dene, Voss corrisponde al cognome delle tre star del Burgtheater per cui Thomas Bernhard scrisse la pièce rappresentata nel 1986. Un altro nome che aleggia, ma dentro il testo, è quello del filosofo Ludwig Wittgenstein, zio di quel Paul che qualche anno prima Bernhard aveva ritratto nel racconto Il nipote di Wittgenstein (memorabile, in Italia, la drammatizzazione proposta da Umberto Orsini). Il carattere concepito per l'attore Voss si chiama anche lui Ludwig, sta scrivendo un Tractatus logico-philosophicus, ha fatto a Glossop esperimenti di aerodinamica con l'aquilone, possiede una casetta in Norvegia, e appartiene a una famiglia di industriali molto ricchi. A differenza dal filosofo, però, ha due sorelle, e passa lunghi periodi nella casa di cura per malattie mentali di Steinhof, donde esce sempre malvolentieri. La commedia descrive un suo breve ritorno a casa, cominciando con l'attesa delle sorelle, trepidante la maggiore, disillusa la minore, coerentemente col di lei atteggiamento verso la vita in generale. Quando finalmente arriva, Ludwig si comporta con le annunciate stravaganza e aggressività. Troppo tardi diventati orfani, a suo tempo i tre Worringer avevano tentato di sottrarsi al destino imposto loro dalle tradizioni familiari, ma senza riuscire a emanciparsi davvero. Le donne hanno fatto le attrici, ma il padre le ha frustrate acquistando la maggioranza delle azioni del teatro comunale e quindi togliendo loro ogni sensazione di aver conquistato alcunchè. Le inclinazioni culturali del maschio, invece, sono state esorcizzate affidandolo a una teoria di medici.

Coerentemente con la tendenza di tanto teatro moderno, molte commedie di Thomas Bernhard presentano, come questa, una condizione di stallo. Incapaci di intervenire sul proprio destino, i personaggi sembrano condannati all'inazione, e noi pubblico non vediamo accadere quasi nulla; il finale ripropone più o meno la situazione del principio. Per quanto paralizzati o quasi, però, costoro "sono" - ossia esistono, hanno pulsioni passioni trepidazioni sentimenti slanci gelosie ecc. che ci invitano a identificarci con loro; e parlano - ossia si esprimono con una eloquenza talvolta addirittura indiavolata, che ci intrattiene e affascina. La grande specialità del loro creatore, qui esibita nel protagonista maschile, è l'indignazione, ovvero l'esasperata, irreprimibile insofferenza verso la volgarità, la stupidità, la grettezza della società che lo circonda, articolata con una foga che risulta spesso di irresistibile comicità.

Nato per tre grandi attori, il lavoro trova interpreti eccezionali anche nell'intelligente allestimento firmato da Piero Maccarinelli in una elegante scenografia di Carmelo Giammello, fedele a quello Jugendstil che Ludwig tanto aborre. Maria Paiato è stupenda come la sorella maggiore, colei che più si espone e che più ha da perdere in quanto nutre ancora, unica dei tre, delle illusioni. Massimo Popolizio è superbo nell'energia compressa del suo folle geniale e disperato. Completa l'ammirevole concertato Manuela Mandracchia, più contenuta come la sorella minore, parte che richiede di giocare piuttosto di rimessa. Sala gremitissima, due ore e mezza intervallo compreso.

Masolino D'Amico

Quelle crude, dolorose
luci sui mali di famiglia

Una spada nel cuore del pubblico, uccide l'ovvietà

Il testo ha un titolo ostico, Ritter/Dene/Voss, e il drammaturgo è uno di quelli che intimidiscono e creano qualche distanza, Thomas Bernhard. Lo spettacolo di Piero Maccarinelli in scena all'India, con tre giovani leoni quali (in ordine alfabetico) Manuela Mandracchia, Maria Paiato e Massimo Popolizio, è invece un momento di teatro al passo con i tempi, una spada rapida che infilza i cuori degli spettatori e li fa maieuticamente sanguinare su tare di cui tutti, oggi, portiamo il peso.
Molto bene la regia. Maccarinelli, che ha per scelta sposato, dirigendo O'Neill, la fluvialità e l'esasperante, necessaria estensione della Lunga giornata (fino a poche sere fa all'Eliseo di Roma), per contro punta qui alla sintesi lancinante, alla secchezza imperiale di tre fratelli-serpenti, un lui e due lei. Figli del ricco industriale Worringer, condensano vita e lavoro nella casa di famiglia dove Ritter e Dene, le sorelle, attrici a tempo perso, prima attendono e poi ospitano Voss, il fratello "pazzo", filosofo wittgensteiniano cui piace mettere su carta immani trattati di Logica. Voss, recluso volontario nel manicomio di Steinhof, torna di rado nella magione, che rappresenta un carcere ancor più blindato e inespugnabile perché fatto di lacci interiori, sudditanze psicologiche, edipi, giocaste ed elettre strettamente intrecciati fra loro e mai sublimati a dovere, di successi altrui e personali sconfitte. Di amori senza fine che uccidono a colpi di arrosti fatti in casa, caffé presi in chicchere di porcellana e baci incestuosi. Il tutto grazie a una materia scritta nel 1984 per un terzetto d'assi della compagnia di Claus Peymann, qui tradotta assai bene da Eugenio Bernardi, che permette agli attori di strappare al pubblico (e a se stessi) sorrisi agrodolci e insieme terribili segreti.
Popolizio, con un testo così, va a nozze. La fulminea scansione della lucida follia di Voss la vive in maniera impressionante, crede e letteralmente obbliga a credere. Quando, scoperchiato il calderone del sabba familiare, si avvicina alla vetrata della sala da pranzo ed evoca la tregenda immimente, le note dell'Eroica beethoveniana (che meraviglia, la sottolineatura continua del potere salvifico della musica, made by Bernhard!) le trasforma in sofferenza viva, in vera carne lacerata. E lo stomaco degli spettatori si stringe come poco prima dei grandi lamenti implosivi. Maria Paiato, maestra di sfumature difficili, esitazioni dell'animo e sicurezze apparenti, regala alla maggiore di casa quella somma di allegrie forzate, euforie coatte e speranze cieche che portano alla tragicomica disperazione del personaggio. Manuela Mandracchia, infine, bellissima nel disfacimento interiore della sorellina che ama il vino e le labbra dell'unico maschio veramente concupito, dà al gruppo "in un interno" le pennellate fine impero proprie dell'odio di Bernhard per l'Austria delle sue radici.
Da non perdere.

Rita Sala

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 18:36

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