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RELAZIONI PERICOLOSE (LE) – regia Carmelo Rifici

"Le relazioni pericolose", regia Carmelo Rifici "Le relazioni pericolose", regia Carmelo Rifici

ispirato a Antonin Artaud, Ernst Bloch, Elias Canetti, Carl von Clausewitz, Fëdor Dostojevskij, Mircea Eliade, René Girard,
Christopher Hampton, Hugo von Hofmannsthal, John Keats, Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, Friedrich Nietzsche,
Blaise Pascal, Pier Paolo Pasolini, Donatien-Alphonse-François de Sade, Teresa d’Avila, Stefan Zweig, Simone Weil e al Cantico dei Cantici
drammaturgia di Carmelo Rifici, Livia Rossi
regia di Carmelo Rifici
con (in o.a.) Flavio Capuzzo Dolcetta, Federica Furlani, Elena Ghiaurov, Monica Piseddu, Edoardo Ribatto, Livia Rossi
disegno sonoro di Federica Furlani
impianto scenico di Carmelo Rifici e Pierfranco Sofia
disegno luci di Giulia Pastore
progetto visivo di Daniele Spanò
costumi di Margherita Platè
drammaturgia del corpo di Alessandro Sciarroni
ricerca tecnologie audio e sonorizzazione di Brian Burgan
disegno e realizzazione attrezzeria di Matteo Bagutti
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
al teatro Comunale, Casalmaggiore, 30 marzo 2023

www.Sipario.it, 5 aprile 2023

Il teatro è portatore sano di pensiero. Per dirla con Artaud, il teatro è come la peste, attacca gli organi di controllo: il respiro e il cervello e svela l’inconoscibile. Questo fa il teatro: diffondere il contagio del pensiero e su questo crinale virulento si pone Le relazioni pericolose di Carmelo Rifici, intenso lavoro drammaturgico, una bella e potente riflessione sulla parola che domina, sulla parola come strumento di controllo e di potere. Rifici prende a pretesto Le relazioni pericolose, romanzo epistolare di Choderlos de Laclos, per costruire una riflessione drammatizzata sul valore del linguaggio, sulla tensione della cultura razionalista occidentale ad esercitare il controllo sulla realtà, oltre sulla propensione al dominio e alla guerra che alla lunga non conosce né vinti né vincitori, ma un comune e inesorabile disfacimento. Ed in fondo è quello che accade ai protagonisti del romanzo di de Laclos destinati a perire vittime delle loro stesse strategie. 

In uno spazio vuoto, con divani e poltrone, alcune lavagne luminose, un giradischi e una sorta di registratore con grandi bobine va in scena la guerra della Marchesa de Merteuil (Elena Ghiaurov) che per vendicarsi dell’amante Gercourt chiede la complicità del Visconte di Valmont (Edoardo Ribatto), suo ex amante e seduttore seriale, che dopo aver conquistato la casta e pia Madame de Tourvel (Monica Piseddu), seduce e possiede la giovane Cècile (Livia Rossi), promessa a Gercourt, ma innamorata e impalmata dal giovane poeta Danceny (Flavio Capazzo Dolcetta). Questa la trama rispettata nelle sue coordinate generali, ma ciò che rende interessante Le relazioni pericolose di Rifici è la forma, la volontà di mettere in scena il controllo e il potere esercitati fino alle estreme conseguenze dell’afasia e dell’annientamento. E dopotutto, per dirla con Clausewitz, l’uomo è l’unico animale che non rifugge la guerra, che non si ferma e porta alle estreme conseguenze il duello, la sfida fra parti diverse, ma che alla fine si riflettono nella stessa dinamica di volontà di potenza e di annientamento.

Tutto nelle lettere che intercorrono fra i protagonisti è misurato, ogni tassello risponde alla strategia della terribile Marchesa determinata a conseguire la sua vendetta. A dominare è l’idea che si possano condizionare i corpi, lo spirito, la realtà, salvo poi osservare che l’io non è padrone in casa sua, per dirla con Freud. Ciò fa dire a Valmont: «Trascende ogni mio controllo», quando da soggetto diventa oggetto di passione. È questo il gioco sottile che attraversa l’intera messinscena: una tesissima recitazione e partitura fisica che dà respiro a una lingua impeccabile e autoptica, una freddezza analitica che si scontra con il sopravvenire della passione che non si controlla, che agisce al di là della nostra volontà. Il controllo che sfugge, l’io che impone e l’Es che scalpita, il teatro che racconta e disvela ciò che si tiene nascosto, le lettere che nella loro costruzione verbale controllatissima fanno coesistere intimità e artificio, in un atto di comunicazione che è differito nel tempo e nello spazio. Questo accade sul palcoscenico, accade che i corpi imbrigliati in costumi da spadaccini raccontino del tentativo di controllare la dinamica del duello e farne un’espressione estetico/agonistica, ma che ab origine ha come obiettivo la sopraffazione dell’uno sull’altro, il rispecchiamento del desiderio. Tutto ne Le relazioni pericolose vive di una pulizia ed essenzialità assolute: Ghiaurov è potente nel suo disperato desiderio di dominio, Piseddu, sublime, commuove nella sua fragilità ed è credibile in ogni respiro, Ribatto è seduttore crudele, ma destinato a cadere. I due giovani amanti Rossi e Capazzo Dolcetta sono le vittime sacrificali di un rito che non conosce vincitori e che condanna tutti a morte. Ciò che alla fine resta de Le relazioni pericolose di Rifici è il piacere della parola, è il tono tagliente delle frasi, è il godimento del dire, il significante ha avuto la meglio sul significato e in questo il teatro è potente perché colpisce laddove meno te lo aspetti: al cuore.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Aprile 2023 22:33

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