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PRECARI - regia Paola Tiziana Cruciani

"Precari", regia Paola Tiziana Cruciani. Foto Gino Rosa "Precari", regia Paola Tiziana Cruciani. Foto Gino Rosa

di Toni Fornari
regia Paola Tiziana Cruciani
musiche Enrico Blatti
scene Giulia De Mari
costumi Susanna Proietti
foto di scena Paola Faccini
con Marco Morandi, Carlotta Proietti, Matteo Vacca, Claudia Campagnoli, Maurizio De Carmine
Ass. Cult. Rondini e Ass. Sicilia Teatro
Bologna, Teatro Dehon dal 9 al 11 ottobre 2015

www.Sipario.it, 11 ottobre 2015

Del doman non v'è certezza – Riflessioni sul precariato messe in scena con ironia

Quattro giovani senza prospettive professionali, privi di talento ed ormai quasi rassegnati a convivere con un fallimento al tempo stesso soggettivo e generazionale, ed un Ministro del Lavoro viscido e manipolatore, epitome vivente della miseria morale di un'intera classe politica. Su tutti, l'ombra di una precarietà quale condizione umana, prima ancora che professionale. Questi gli elementi del testo "Precari", di Toni Fornari, messo in scena da Paola Tiziana Cruciani, che entra proprio in questi giorni nel secondo anno di repliche.
Il plot è essenziale, e non esce dai binari collaudati della commedia grottesca: forzati dalle circostanze economiche alla promiscuità coabitativa – resa ancor più degradante dall'intrecciarsi di squallide relazioni sentimentali tra alcuni di essi -, i quattro protagonisti si trovano a gestire il sequestro di un importante uomo politico. Che, come da programma, riuscirà grazie alla propria inveterata furfanteria a raggirarli, facendoli da ultimo finire in galera.
E tuttavia, come del resto le reazioni del pubblico ampiamente confermano, il meccanismo funziona. L'umorismo, sia pure a tratti sopra le righe, pervade fluidamente il testo, ed induce lo spettatore a sorvolare di buon grado su alcune ingenuità nella caratterizzazione dei personaggi, che si riscattano abbondantemente anche grazie alla freschezza di un'interpretazione di buon livello e di una regia funzionale ed ottimamente strutturata.
A ben guardare, questo "Precari" pare davvero essere uno dei fiori più profumati che la nuova stagione primaverile della commedia noire sta regalando al nostro paese. Oscurato per lunghi anni dal fenomeno dei comici d'importazione televisiva, il teatro cosiddetto "leggero" torna oggi a recupreare terreno, e spazio sulle tavole del palcoscenico nazionale. Ma attenzione: i nuovi autori (e Fornari costituisce in ciò un esempio paradigmatico) non temono di confrontarsi con l'attualità in modo ed in misura ben diversi da quanto non avvenisse in passato. Le rassicuranti certezze che permeavano la gran parte della commediografia di genere nel periodo degli anni '80 hanno oggi lasciato campo libero (e desolato) all'irruzione di una contemporaneità di segno ben poco rassicurante. Si ride, ma a denti stretti, ritrovando molto del nostro presente nelle vicende e nei percorsi di Edoardo, copywriter di quart'ordine – animato però da autentica rabbia: è lui infatti a compiere materialmente il sequestro -, con un passato nei centri sociali di cui troviamo traccia nella stella rossa presente su ogni capo del suo abbigliamento; di Laura, disoccupata senza speranza, costretta a ribadire costantemente il suo status di plurilaureata per nascondere alla meno peggio le macerie della propria identità; di Lina, coatta di quartiere intossicata da occultismo prêt-à-porter e mode culturali new age, che sbarca il lunario leggendo le carte nel retro di una trattoria; di Duccio, odioso figlio di papà che si atteggia a creativo musicista. Per tacere, naturalmente, del mefistofelico Ministro "vittima" del sequestro, abilissimo parolaio e vero maestro nel destreggiarsi abilmente in ogni situazione.
Forse, in un futuro non troppo lontano, compiendo un ulteriore step evolutivo, la critica di costume diverrà vera e propria critica sociale, e la commedia brillante potrà riconnettersi completamente alle sue radici nobili, più o meno remote, guadagnando di nuovo entro il quadro collettivo (la sfera pubblica teorizzata da Habermas) quella funzione essenziale progressivamente usurpatale da altre forme di teatro e di linguaggio. Sino a che tale percorso non sarà del tutto compiuto, possiamo però godere sinceramente di spettacoli come questo, rendendo il dovuto merito agli interpreti, che per energia, travolgente simpatia e grandissimo affiatamento ci hanno a più riprese ricordato gli anni migliori di un'altra compagine romana, forse oggi non sufficientemente ricordata, la "Premiata Ditta". Una menzione particolare, in chiusura, per l'eccellente Maurizio di Carmine, uno di quesgli attori – oggi purtroppo assai rari – che ogni regista vorrebbe in compagnia.

Piero Ferrarini

Ultima modifica il Mercoledì, 21 Ottobre 2015 16:12

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