venerdì, 10 aprile, 2020
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PARADISO - regia Eimuntas Nekrosius

Paradiso Paradiso Regia Eimuntas Nekrosius

di Eimuntas Nekrosius
dal Paradiso di Dante Alighieri
regia: Eimuntas Nekrosius, scene: Marius Nekrosius
costumi: Nadežda Gultiajeva, traduzione in lituano moderno: Aleksys Churingas
con Rolandas Kazlas, Ieva Triskauskaité, Audronis Rukas, Marija Petraviciuté, Simonas Dovidauskas, Darius Petrovkis, Vygandas Vadeisa, Pijus Ganusauskas, Beata Tiskevic, Juilia Satkauskaité,
produzione Compagnia Teatrale Meno Fortas, coproduzione Comune di Vicenza, Fondazione Teatro Comunale di Vicenza, in collaborazione con il Ministero della Cultura Lituano e Aldo Miguel Grompone,
al Teatro Olimpico di Vicenza, 21 settembre 2012, prima mondiale

www.Sipario.it, 22 settembre 2012

All'Olimpico di Vicenza
"Il Paradiso c'è"
secondo Nekrosius

Cos'è il Paradiso di Eimuntas Nekrosius? Non è una condizione, ma piuttosto un percorso, non è né spazio né tempo, ma un itinerario, un viaggio terrestre che fa dire a Beatrice come ultima battuta: «Il paradiso c'è» ed infatti poco prima – nella drammaturgia poetica e visiva del regista lituano – la stessa Beatrice dice al suo Dante: «Volgiti e ascolta; Ché non pur ne' miei occhi è paradiso». Non solo negli occhi di Beatrice, ma tutto intorno, in terra è paradiso. Ed è questo che mostra e agisce il teatro 'primitivo' di Eimuntas Nekrosius in conflittuale osmosi con le architetture palladiane del Teatro Olimpico di Vicenza, teso verso una via di fuga che è paradisiaca perché sa di luce abbagliante, perché sa di armonia e di sguardi di amanti. «Il Paradiso è dono non necessario nel presente, è aspirazione», scrive il regista Nekrosius nell'introduzione al suo 'Arduo Paradiso'. Come liberato dalla narrazione episodica delle prime due cantiche, nell'affrontare il terzo 'capitolo' della Commedia Eimuntas Nekrosius vola, vola con i suoi attori che entrano leggeri, sono angeli terrestri di un'aspirazione alla perfezione che solo può dare l'amore, l'amore che unisce Dante (Rolandas Kazlas) e Beatrice (Ieva Triskauskaité). Per aspirare al Paradiso bisogna essere leggeri e lasciare le cose terrene.... E questo si traduce in scena in un incartocciare oggetti, perfino un orologio che vuol dire annullare il tempo e vivere nell'atto eterno di un presente immutato e immutabile, illuminato dalla luce che sfuma i confini e dà pienezza d'amore. L'impacchettare oggetti e persone, i corpi di quegli angeli che fuggono via dall'involucro di carta bianca si coniugano con la danza delle collane, col lasciar cadere file di perle, ninnoli e oggetti in nome di uno spogliarsi di tutto perché il viaggio si faccia leggero, perché sia volo d'amore, incoraggiato dai gesti di un coro di giovani attori e attrici che a tratti sembra voler spiccare il volo. E dopotutto la sfida è ardua e lo sa bene Dante - e con lui il regista - che su un foglio di carta bianca lancia la sua penna per dare via ad un racconto indicibile, per dire della visione di Dio ma soprattutto della pienezza d'amore. Nekrosius affida allo spazio separato del museo – indicato sul tavolo ai piedi del palco - l'iconografia degli angeli che cantano, la rappresentazione della gloria divina e chiede ai suoi attori di farsi anime danzanti, amanti terreni, scalzando così il pericolo di un'agiografia di maniera, pur non ignorando la tradizione iconografica del Paradiso. Se l'ascesa ai cieli è corsa leggera, la musica e il canto delle schiere angeliche sono un gorgheggiare acquatico distribuito dal tempo in una serie di bicchieri colmi d'acqua che brillano come cristallo e sanno di purezza. Il legno del tavolo, le corde che dalla ribalta si collegano all'anfiteatro palladiano come una via di fuga che è specchio della prospettiva neoclassica della scena dicono di una materia elementare, primitiva, dicono di un quotidiano/presente che nella scena senza confini di un Paradiso di luce si fanno – come sempre in Nekrosius – simboli, ovvero segni destinati a raccontarci il senso inafferrabile dell'amore. E ciò ha una programmatica e poetica anticipazione nel canto popolare lituano che apre lo spettacolo, canto dell'amante che lontano dalla sua ragazza affida a una colomba cerulea lo struggimento del suo cuore. E allora quell'amore è una danza che attira e respinge Dante e Beatrice, è amore che di due corpi ne fa uno solo e che si compie nell'immagine strepitosa della spada posata sul libro che finisce col legarsi alla sua guaina – vagina- in un atto di unione fra Beatrice e Dante che commuove ed è di carnalissima e paradisiaca poesia. Eimuntas Nekrosius fa dire alla sua Beatrice: «Il Paradiso c'è» e non si può che convenire con lei e con il regista: il paradiso c'è, è in terra e al Teatro Olimpico s'è mostrato e palesato in tutta la sua poetica bellezza.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 18:44

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