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MAGDA E LO SPAVENTO - regia Renzo Martinelli

"Magda e lo spavento", regia Renzo Martinelli "Magda e lo spavento", regia Renzo Martinelli

di Massimo Sgorbani
regia di Renzo Martinelli
con Milutin Dapcevic e Federica Fracassi
dramaturg Francesca Garolla, suono Fabio Cinicola, luci di Mattia De Pace
produzione Teatro i, al Teatro i, 5 dicembre 2014

www.Sipario.it, 9 dicembre 2014

Si vive come in apnea assistendo a Magda e lo spavento, un'apnea tutta di testa e che non concede tregua allo spettatore che – complici la bravissima Federica Fracassi e il non meno incisivo Milutin Dapcevic – voglia immergersi nel rapporto che lega Hitler e Magda Goebbels, un rapporto di dipendenza, un rapporto sentimentale inespresso e costruito sui fantasmi di Biancaneve e i sette nani, di Topolino e Paperino di Walt Disney. Magda e lo spavento è il terzo tassello del viaggio drammaturgico di Massimo Sgorbani iniziato con Blondi, monologo con protagonista il pastore tedesco del Fhurer, ed Eva, pièce su Eva Braun, entrambi gli allestimenti firmati da Renzo Martinelli. La trilogia Innamorate dello spavento ha come intensa, strepitosa e potente interprete Federica Fracassi che nel ruolo di Magda mostra e dimostra una maturità interpretativa unica, ben costruita, precisa, matematica nell'esecuzione e tutta di 'cuore' nella resa anafettiva del legame fra la moglie di Goebbels e Hitler.
Il testo di Sgorbani gode di una forza argomentativa lucida e spietata in cui i piani narrativi si intrecciano, in cui lo spavento che lega Hitler e Magda passa attraverso un duello verbale condotto sull'orlo dell'abisso e che all'abisso porta fra la dedizione della donna verso il suo Fhurer e la passione di Hitler per i cartoon di Walt Disney in cui bellezza e deformità, vita e morte coesistono. La passione di Hitler per Biancaneve, l'interrogarsi su come la deformità dei sette nani, possa coesistere col trionfo della bellezza, anzi a suo modo conservarla, il chiedersi di come mai Walt Disney abbia scelto come animale per il suo personaggio più riuscito proprio un topo sono argomenti di un dialogo che procede con estrema lucidità verbale e in cui l'orrore fa capolino, l'eco dello sterminio, dell'eugenetica, della razza ariana si intreccia con l'esegesi dei cartoni di Disney. E come Hitler non riesce a ricordare il settimo nome del nano più piccolo: Seppel così il confondere i nani di Biancaneve con i sei figli di Magda sono un tutt'uno; sei figli e non sette come i nani, come vorrebbe Hitler, un settimo figlio partorito in scena, immaginato, simbolo di una mostruosità: la relazione fra Magda e Hitler, la medesima fredda mostruosità che porterà Magda ad avvelenare i suoi figli, notando la stretta somiglianza con la morte di Blondi, il fedele cane pastore di Hitler. E torna sesso e in chiusura il non ricordare il nome di Seppel «il più piccolo dei sette nani, il più deforme e subumano e che mi fa tutta quella tenerezza. Ma quella tenerezza è solo una forma di disprezzo, vero Magda?», chiede conferma il Fuhrer. E sarà Seppel nel delirio del leader del nazionalsocialismo a far vomitare in eterno i morti a Hitler che si augura che non ci sia niente «nessuna eternità, niente, tutt'al più un braccio che trema, tutt'al più essere a terra, e sarebbe già molto, tutt'al più avere freddo. E sarebbe già molto», conclude. Tutto ciò trova una sua forza recitativa e poetica nella prova attorale di Federica Fracassi e Milutin Dapcevic. Renzo Martinelli astrae quanto accade in un non luogo, in una sorta di terribile varietà in cui Ginger e Fred convivono con il cinema degli anni Trenta, il cabaret espressionista berlinese s'intreccia con la super marionetta di Mejierchold. Renzo Martinelli costruisce un sovratesto a Magda e lo spavento che si compone di una partitura sonora inquietante e possente, chiede agli attori di essere degli automi dello spavento. Per fare ciò si avvale di una Federica Fracassi che in abiti di Biancaneve non conosce un calo di tensione, costruisce la sua Magda con una dis-umana perfezione, ne fa la vittima e il carnefice della sua segreta passione, quella per il Fuhrer. L'Hitler di Milutin Dapcevic sa tenersi in delicato equilibrio fra la caricatura di uomo insicuro, impotente – come lo descrissero gli gli avversari - e la lucida follia di un criminale senza pari. Fracassi e Dapcevic sanno con intelligenza smarcarsi – a tratti – dall'ipertesto costruito da Martinelli e negli spazi loro concessi dalla complessità della messinscena restituire al pubblico un testo di grande ferocia, di indubbia potenza dialogica in cui morte, bellezza, orrore e sublime convivono con una poetica complessità che meriterebbe maggior respiro.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Sabato, 19 Dicembre 2015 01:09

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