lunedì, 30 marzo, 2020
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MOLLY SWEENEY - regia Andrea De Rosa

Molly Sweeney Molly Sweeney Regia Andrea De Rosa

di Brian Friel
regia: Andrea De Rosa
scene: Laura Benzi
costumi: Ursula Patzak
luci: Pasquale Mari
con Umberto Orsini, Valentina Sperlì, Leonardo Capuano
Bergamo, Teatro Donizetti, dal 7 al 16 dicembre 2007

Il Mattino, 30 novembre 2008
www.Sipario.it, 28 gennaio 2008
Corriere della Sera, 13 gennaio 2008
Il Messaggero, 12 gennaio 2008
Panorama, N. 50 2007
Il Manifesto, 16 dicembre 2007
«Molly Sweeney» la cecità come fuga dal mondo

Dietro «Molly Sweeney» - il testo del drammaturgo irlandese Brian Friel che Emilia Romagna Teatro e Metastasio presentano al Mercadante per la regia di Andrea De Rosa, nuovo direttore dello Stabile napoletano - ci sono, certo, le verifiche professionali di Oliver Sacks; ma, secondo me, ci sono anche la lezione poetica e la proiezione autobiografica di Leopardi. È del grande neurologo l'analisi scientifica, condotta nel saggio «Vedere e non vedere», del caso raccontato da Friel: quello di una quarantenne cieca dall'infanzia, appunto Molly Sweeney, che il marito Frank convince a farsi operare dal celebre oftalmologo Rice. Dopo l'intervento chirurgico, Molly scopre un mondo assai più sgradevole e minaccioso di quello che lei aveva immaginato (e in qualche modo padroneggiato, dal momento che esisteva solo perché Molly stessa lo faceva esistere attraverso la sua esperienza tattile). E di conseguenza la donna preferisce tornare a «rifugiarsi» nella cecità: a poco a poco, cioè, regredisce verso quella che gli specialisti definiscono «visione cieca», una sindrome per cui il malato vede ma nessuna delle cose che vede arriva alla sua coscienza. Sarà un ospedale psichiatrico l'approdo di Molly. E Leopardi c'entra in generale per ciò che afferma nello «Zibaldone» («La scienza distrugge i principali piaceri dell'animo nostro, perché determina le cose e ce ne mostra i confini») e in particolare come autore de «L'infinito». Se ci pensiamo, la cecità di Molly è proprio la siepe dell'«ermo colle»: restandosene al di qua (come Molly nel buio) il poeta può immaginare al di là di essa «interminati spazi» (come Molly poteva «vedere» i mille colori e le mille forme dei fiori); ma se guardasse oltre la siepe, incontrerebbe la stessa nebbia che vede Molly dopo essere stata operata. Ebbene, assai puntuali sono le invenzioni con cui De Rosa illumina un simile contesto. A cominciare dal fatto che nella prima metà dello spettacolo il pubblico - immerso nel buio completo - è portato a identificarsi totalmente, e in concreto, con la condizione patologica rappresentata; mentre l'immagine finale di una Molly come crocifissa mi suggerisce tutta una serie d'implicazioni e di rimandi lancinanti. Perché il calvario di Molly è anche un percorso sapienziale. E la morte di Cristo, per dirla con Auerbach, è «figura» di quella di Edipo, che - appunto - avviene nel buio insondabile del bosco sacro alle Eumenidi: giacché l'eroe sofocleo s'acceca non perché non vuole più vedere, ma perché vuole vedere oltre il limite dei significati dati. Bravissimi, infine, Valentina Sperlì (Molly), Umberto Orsini (Rice) e Leonardo Capuano (Frank). Insomma, davvero una buona partenza per la nuova direzione dello Stabile.

Enrico Fiore

Umberto Orsini esce alla ribalta e spiega: «Lo spettacolo dura poco più di un’ora. Di questo tempo mezz’ora sarà totalmente al buio. Noi reciteremo intorno a voi e, nell’oscurità più completa, cercheremo di condividere l’esperienza sensoriale di Molly Sweeney, donna cieca da quando aveva 10 mesi. Poi l’azione tornerà sul palcoscenico per raccontare l’effetto dell’operazione che ridà la vista alla donna». Poche parole per introdurre Molly Sweeney di Brian Friel, uno spettacolo insolito e rigoroso che ha chiesto il coinvolgimento diretto del pubblico per poi rilanciarlo nel suo ruolo di ‘spettatore’, osservatore non visto della condanna a non riconoscersi più di Molly.

Nella prima parte al buio Valentina Sperlì (Molly Sweeney) racconta la sua esperienza di bambina cieca, la fatica tattile di riconoscere il mondo intorno a lei, la normalità raggiunta, malgrado quel buio che la divide dagli altri. Molly lavora come fisioterapista, si è sposata con Frank (Leonardo Capuano), uomo entusiasta e dalle mille e insolite occupazioni che la fa visitare dal dottor Rice (Umberto Orsini), luminare con una storia di fallimento personale alle spalle che ne ha interrotto la brillante carriera. Più per amore di Frank che per altro, Molly decide di farsi operare per riacquistare quella vista di cui ha più bisogno il marito che lei. Tutti questi elementi si compongono nel buio assoluto del teatro, le voci si accompagnano ai suoni di Hubert Westkemper che torna a collaborare con Andrea De Rosa, il regista dell’allestimento prodotto dall’Ert e dal Teatro Metastasio.

La sensazione è particolare — ma non di angoscia come si potrebbe credere — e l’improvvisa riconquista della luce mostra i tre personaggi in scena, ‘prigionieri’ di uno spazio astratto, minimalista, uno spazio che potrebbe essere spazio ospedaliero. Paradossalmente la situazione visiva rende più estranea la condizione di Molly rispetto al buio assoluto e all’echeggiare delle voci degli attori. La sensazione sullo spettatore è speculare al prosieguo della storia della donna. L’operazione è riuscita, ma Molly finisce con non ritrovarsi più nel mondo. L’apparente successo si traduce in una sconfitta esistenziale per la donna, estranea a se stessa e al mondo, per Frank che l’abbandona, per il dottor Rice che lascia definitivamente la professione.

Molly Sweeney ha la forza di inquietare sottilmente, ma con assoluto rigore, al coinvolgimento sonoro, oppone una distanza visiva che rende i personaggi immagini, figure annebbiate come la realtà che vede Molly, ormai non più cieca. Il lavoro di Andrea De Rosa è intelligente, ben condotto, algido quanto basta per suggerire l’inquietudine esistenziale di chi si ritrova ad aver perso le coordinate del suo mondo, ed è quanto accade a Molly vedente, ma estranea a ciò che la circonda, più di quando il suo contatto con il mondo era il tatto. Valentina Sperlì, Leonardo Capuano e Umberto Orsini sono un corpo unico, sono i tasselli di un racconto di tre estraneità dal mondo. E alla fine lo scendere nella follia di Molly, il suo lievitare nell’aria — legata ad un tavolo — trasforma la donna in un’immagine bidimensionale, in una farfalla dolente che vaga nella sua riconquistata oscurità non più della vista, ma della mente.

Nicola Arrigoni

Patologia della vita quotidiana

Molly Sweeney, lo spettacolo di Andrea De Rosa, è un testo all' ennesima potenza. L' autore della commedia, l' irlandese Brian Friel, nel 1992 va in visita da un oftalmologo, che gli riscontra un principio di cataratta. Pochi mesi prima era cominciata la vicenda di Virgil - un cinquantenne del Kentucky, non vedente dall' età di un anno - narrata dal neurologo Oliver Sacks in «Vedere e non vedere». A Friel la propria esperienza intima appare riflessa in quella di Virgil e prende corpo una commedia che, a giudicare dagli appunti del suo «Diario sporadico», già fermentava. La trasformazione del testo esistenziale, quello di Brian e quello di Virgil, prima nel testo di Sacks, poi in quello del drammaturgo, è straordinaria. Le somiglianze sono notevoli, vi sono sovrapposizioni di frasi e concetti; ma nello stesso tempo la già palpitante storia dello scienziato diventa la drammatica, intensa, poetica storia dello scrittore - un racconto morale. Caratteristica di Friel, quale si rivelò al pubblico italiano nel 1989 attraverso Il guaritore messo in scena da Gianfranco Varetto, è d' essere eminentemente narrativo, vale a dire anti-drammaturgico. Friel nasce come scrittore di racconti e utilizzando la tecnica dei suoi anni Sessanta diventa uno scrittore di teatro: i personaggi non parlano l' uno all' altro, ma narrano a turno la propria storia. Molly Sweeney, una commedia del 1994, è nel titolo un omaggio a due numi tutelari della letteratura anglo-irlandese: Molly a Joyce, Sweeney a Eliot. Si tratta di un omaggio tutto speciale. Tanto disincantati, ironici, smaliziati sono i personaggi di Joyce e di Eliot, quanto comune, umile, fragile è la protagonista del dramma di Friel. Questa donna di mezza età ha la ventura d' incontrare un uomo che s' innamora di lei ma che, ansioso di bene, intende restituirle la vista. Vuole assolutamente che lei veda. A ciò provvederà un altro uomo della Provvidenza, il dottor Rice. Ma sia il marito Frank che l' oftalmologo Rice, proprio a causa della loro ostinazione, falliranno. Peggio: distruggendo la «consolazione delle abitudini» distruggeranno il poco di felicità di cui Molly disponeva. È ammirevole come Sacks e Friel ricostruiscono il disagio prima, il dramma poi del non vedente, ora pseudo-vedente. Clinicamente il cieco torna a vedere. Ma la sua mancanza di familiarità con il senso dello spazio non gli permetterà di vedere realmente. Virgil addirittura si ammalerà. Il destino di Molly resta sospeso. Nel palinsesto, l' ultimo livello linguistico, quello rappresentato dallo spettacolo, manifesta un errore concettuale di fondo. Finché, nel racconto, Molly è cieca, tutti noi spettatori siamo immersi nel buio. Riprendendo una poetica degli anni Sessanta, De Rosa così cade nel peccato riduttivo di annullare il livello simbolico dell' esperienza trasmessa, o rappresentata. Non solo tutto è letterale; tutto lo diventa per tutti, per gli altri due personaggi e per noi, che ciechi non siamo. Se per Molly il problema è la perdita di familiarità con il proprio ambiente, per noi lo è la perdita di familiarità con il vedere, consustanziale alla condizione di spettatori. Volendo essere originale De Rosa separa vista e udito, cioè batte sul chiodo (ora arbitrario) della sua precedente Elettra, Non a caso riusciamo a seguire meglio, al buio, la voce di Umberto Orsini, che ci è familiare, che non quella degli altri due, Valentina Sperlì e Leonardo Capuano: siamo non più agenti di un atto estetico, ma vittime di un evento della vita quotidiana, o meglio di una sua patologia.

Franco Cordelli

Orsini-Sperlì e "Molly Sweeney"
per credere in chi vede con le mani

Umberto Orsini è noto non solo come artista, bensì come segugio di testi, talent scout di autori, insaziabile ricercatore di "novità" da rappresentare. Questa volta ci regala (è in scena al Valle fino al 27 gennaio) un'avventura del cervello che l'irlandese Brian Friel, attingendo a un "caso" descritto dal neurologo Oliver Sacks, ha trasformato in dramma percettivo, qui messo in scena dalla sofisticata mano di Andrea De Rosa.
La storia è quella di Molly (Molly Sweeney il titolo dello spettacolo), una quarantenne cieca ma completamente autonoma nel suo "leggere" e "comprendere" il mondo e le persone attraverso il tatto. Con le mani, la donna vive e gioisce, lavora in un centro benessere, esce a cena con gli amici, tiene in piedi il rapporto coniugale. Convinta a sottoporsi a un'arrischiata operazione chirurgica, riacquista la vista. Ma il trauma che la solo presunta padronanza del "vedere" le procura è enorme: scopre infatti che la Forma della realtà può non essere tàttile, che occorre imparare a nominare gli oggetti, i fiori tanto amati, le persone care e gli estranei facendo riferimento alla loro immagine. E' l'inizio di un percorso dolorosissimo, svuotante, che sfocia nell'alienazione.
De Rosa lascia al buio completo la sala teatrale nella prima mezz'ora di rappresentazione, costringendo il pubblico a far propria, in qualche modo, la tenebra vibratile in cui si muove la Molly della cecità, capace di riconoscere le petunie, e il loro colore, accarezzando le corolle. Le voci del dottore che persuade ad operare, del tiepido consorte, della coscienza stessa, vivamente immersa nella Natura crosciante, si impastano in un unicum sonoro dal quale è un emergere, tutti insieme, dopo l'intervento. Dietro uno spesso velatino, Molly, in rosso scarlatto, inutilmente tormentata dal dottore e dal consorte, percorre allora la via crucis che la condurrà dall'euforia a un limbo afasico, privo di ritorno. Fino al tremendo interrogativo: vedo o immagino di vedere?
Orsini, con la solita classe, è lo scienziato "colpevole", o semplicemente diviso; Valentina Sperlì regala a Molly silenzi e sguardi più forti del dire, più terrifici del morire; Leonardo Capuano fa il semplice marito imbelle.

Rita Sala

Occhi che non sentono

«È talmente buio che non si sente nulla» dicono due personaggi di Edward Gorey in un granaio. È la sensazione che nei primi 25 minuti di Molly Sweeney proviamo noi spettatori. Allo Storchi di Modena abbiamo gli occhi coperti dalla mascherina per trovarci nella condizione di cecità della protagonista. Nelle intenzioni di Andrea De Rosa, che firma la regia del testo di Brian Friel prodotto da Ert e Metastasio di Prato (in tournée), la minorazione della vista dovrebbe acuire le altre percezioni. Ma solo quando Molly riacquista la vista, e noi con lei, sono riuscito a interessarmi alla trama, malgrado la bravura degli interpreti: dall'impeccabile Umberto Orsini a Leonardo Capuano, all'intensa protagonista Valentina Sperlì. Come i personaggi di Gorey, sono abituato a sentire con gli occhi. Non così Molly, che non si riprenderà dal trauma della guarigione e finirà in un ospedale psichiatrico.

Roberto Barbolini

Nella sala buia si consuma l'illusione della felicità

Quello di Molly Sweeney è un caso clinico famoso, raccontato dal genio di Oliver Sacks in un suo saggio. È la vicenda di una donna che dopo 40 anni di cecità riacquista la vista, e deve misurarsi con lo shock che il fatto le procura. Un avvenimento grandioso e tragico, dove la «gioia» prevedibile in realtà si trasforma nel dramma di non riconoscere quello che lei, evoluta e intelligente, con una grandissima forza di volontà, aveva visto, senza l'ausilio degli occhi, fino a quel momento. Tanto che la sua condizione, dopo il miracolo chirurgico finisce col procurarle problemi piuttosto che la sperata «felicità». È una vicenda, quella di Molly Sweneey, paradossale e paradigmatica, che smaschera molte illusioni sul progresso scientifico, e apre contraddizioni non solo per gli scienziati, ma per ogni essere umano. Una storia molto affascinante, da cui il drammaturgo Brian Friel ha tratto qualche anno fa un testo teatrale, che ebbe il battesimo da una lettura «disperata» e parossistica di Lev Dodin.
Ora il debutto italiano di Molly Sweneey (ancora oggi al Donizetti di Bergamo, da metà gennaio al Valle di Roma) avviene con uno spettacolo, prodotto da Emilia Romagna Teatro, per il quale la regia di Andrea De Rosa sonda un procedimento del tutto inusuale per il pubblico. Anche agli spettatori infatti, tocca per quasi metà dello spettacolo condividere la condizione di cecità della protagonista. In una assoluta e totale assenza di luce o di qualsiasi punto luminoso oppure indossando apposite mascherine. In quel vuoto pneumatico della visione, tutti siamo chiamati a condividere l'assenza di immagini e stimoli visivi di Molly. La ascoltiamo muoversi per la sala e nel buio attorno a noi, mentre suo marito e il medico la convincono a sottoporsi all'intervento risolutore, che davvero cambierà radicalmente la sua vita. Ma è un cambiamento che subito scopre il proprio «fastidio», come per lo spettatore il crescere delle luci. E per lei le conseguenze sono certo più drammatiche, perché nulla le sembrerà più «riconoscibile». Un testo duro, eppure delicato, che attraverso la scelta di De Rosa fa entrare anche il pubblico in quello stato doloroso, seppure per «finzione». E che nel successo di un intervento chirurgico lascia una ferita profonda, tra la voragine in cui va a cadere la protagonista Valentina Sperlì, e l'autorevolezza sconfessata del suo chirurgo magico Umberto Orsini (il marito è Leonardo Capuano).

Gianfranco Capitta

Ultima modifica il Venerdì, 11 Ottobre 2013 11:44

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