lunedì, 09 dicembre, 2019
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MISERY - regia Filippo Dini

"Misery", regia Filippo Dini "Misery", regia Filippo Dini

di William Goldman
tratto dal romanzo di Stephen King
traduzione Francesco Bianchi
con Filippo Dini, Arianna Scommegna, Carlo Orlando
musiche Arturo Annecchino
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari
regia Filippo Dini
assistente alla regia Carlo Orlando
produzione Fondazione Teatro Due, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale,
al Teatro Due di Parma, 30 ottobre 2019

www.Sipario.it, 5 novembre 2019

Il teatro è pieno di studenti e un brivido di scetticismo corre dietro la schiena: «Vedrò lo spettacolo comme il faut?». Partecipare a una scolastica instilla sempre il dubbio di ritrovarsi ad assistere a una replica al risparmio. L'incognita adolescenti deportati è pesante, può mettere a dura prova gli attori, la messinscena e lo spettatore che vi si imbatte con ormai alle spalle l'età di brufoli e tempeste ormonali, da almeno tre decenni. Così non è stato per Misery di William Goldman propinato a un esercito di studenti: sala rapita, cellulari spenti e una partecipazione emotiva che – è sembrato – abbia dato forza e autenticità espressiva agli attori.
Il ricordo del film Misery non deve morire è legato al volto arcigno di Kathy Bates – forse in locandina – e alla mazza con cui l'infermiera spezza le caviglie al romanziere in ostaggio perché non fugga e riporti in vita il personaggio di Misery in cui si rispecchia l'infermiera, fan numero uno del malcapitato romanziere. In queste due immagini si sintetizza la memoria del film: il fatto che la vittima fosse un romanziere è un'informazione che la memoria selettiva non ha trattenuto. In un certo qual modo, allora, ci si ritrova ad assistere a Misery con la strana sensazione di un déjà vu e con la piacevolezza della scoperta, piacevolezza acuita dal respiro ora sospeso, ora atterrito della sala di ragazzi. Tutto ciò fornisce il primo elemento di giudizio: la trasposizione teatrale del romanzo di Stephen King funziona, la regia di Filippo Dini ha saputo con cura e attenzione ai particolari condurre con mano gli spettatori all'interno del mondo di Annie. Ci si ritrova ad essere delle specie di guardoni: la scenografia rotante di Laura Benzi costruisce un mondo, ci mostra la prigione in cui il romanziere Paul Sheldon è costretto a stare, uno spazio angusto, uno spazio reale e realistico in cui non possiamo entrare, ma che spiamo dall'esterno. La vicenda si segue bene: si salta sulla poltrona al crescere delle angherie di Annie, si vorrebbe che lo sceriffo si accorgesse prima che la donna tiene sotto sequestro il romanziere; ma la storia non lo concede.
Misery funziona, ha i tempi giusti, si fa godere e lo spettatore si ritrova a stare al gioco, entra in sintonia con quanto accade. Su tutto domina con grande potenza espressiva con grezzezza e infantilismo disarmanti una bravissima Arianna Scommegna che non fa il verso alla sua omologa cinematografica, ma riesce a trovare un registro proprio per la sua Annie. Il personaggio tratteggiato sa essere a tratti dolce e inquietante, crudele e amorosa, determinata nel possesso totale del suo romanziere così come nella malata empatia col personaggio Misery. Filippo Dini non è da meno, sa dare al suo romanziere la patina della vittima, ma anche dell'uomo che non s'arrende, tenace e fragile al tempo stesso, in balia di quella donna che in fondo ne esalta la creatività, forse lo porta a considerare come Misery realmente non debba morire perché è il motivo del suo essere scrittore di successo. Filippo Dini realizza tutto questo con correttezza formale e convinzione d'interprete, questo dal punto di vista attoriale. Registicamente Dini cerca di fare mergere il sottotesto del romanzo di Stephen King: ovvero una riflessione potente sulla creatività, sulla capacità della scrittura di essere mondo, sul come l'atto creativo possa diventare una sorta di condanna, una sorta di tirannia, una droga in grado di condizionare ogni momento della vita reale di uno scrittore. Sono queste eco che si percepiscono, non detto che arriva nella costruzione della messinscena che aspira a dire altro, a suggerire una riflessione sulla tirannia della creatività e la ricerca spasmodica di fiction, fino a soccombere per overdose. Questo in fondo è quanto ci confessa il romanziere nel talk show finale... miracolosamente sopravvissuto alle attenzione dell'infermiera Annie. E alla fine è un fragoroso applauso, tanto più prezioso perché regalato dalla platea di ragazzi.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Novembre 2019 05:28

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