mercoledì, 29 gennaio, 2020
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LIOLA' - regia Gigi Proietti

Liolà Liolà Regia Gigi Proietti

di Luigi Pirandello
regia: Gigi Proietti
scene: Alessandro Chiti
costumi: Sabrina Chiocchio
musiche: Pippo Caruso
interpreti: Gianfranco Jannuzzo, Manuela Arcuri, Guja Jelo, Turi Catanzaro, Lucia Guzzardi, Nellina Laganà, Giovanna Centamore, Veronica Milaneschi, Aurora Peres, Antonella Scimeni
Prod. Teatro Brancaccio 2006 (in tournèe)

Giornale di Sicilia, 7 aprile 2006
www.Sipario.it, 2007

MESSINA (gi.gi.).- Gigi Proietti aveva interpretato e messo in scena il Liolà di Pirandello nell'edizione di Taormina Arte del 1988. Una grande zolla di terra girgentina, artefice lo scenogafo Uberto Bertacca, adagiata sul palcoscenico del Teatro greco era la novità di quello spettacolo che si richiamava a criteri naturalistici. Nell'allestimento che ha transitato adesso dal Vittorio Emanuele, dove resterà in scena sino a domenica pomeriggio, Proietti ha scelto il simpatico Gianfranco Jannuzzo nel ruolo del titolo e vi ha infilato una svanita Manuela Arcuri nei panni di Mita, badando che almeno gli altri ruoli femminili potessero rappresentare la vera ossatura dello spettacolo. Ci si riferisce alla brava Guia Ielo che sfodera negli abiti neri della Zia Croce tutto il suo repertorio mimetico e linguistico di "donna della civita etnea", affiancata da Nellina Laganà che colorisce con tinte pastello la sua comare Gesa, dalla pimpante madre di Liolà, Zia Ninfa, di Lucia Guzzardi con i suoi tre nipotini e dalla Moscardina di Giovanna Centamore buona a fare scenate, attorniate da una terna di ragazze di continuo colte a cicaleggiare ( Veronica Milaneschi, Aurora Peres, Antonella Scimemi). E se diciotto anni fa Proietti aveva evitato il folklore e i carretti siciliani, adesso gli piace agghindare la scena a mo' di presepe, con quelle casette in pietra costruite da Alessandro Chiti, cui danno man forte i costumi stereotipati di Sabrina Chiocchio e i canti e le musiche d'antan di Pippo Caruso che ricalcano stilemi d'una Sicilia buona per turisti svedesi. Forse il Liolà è l'opera meno pirandelliana di Pirandello, senza più quei cervellotici ragionamenti dei suoi drammi borghesi, più vicina al mitico mondo rupestre e dionisiaco, in cui si rischia d'incontrare satiri e minotauri sprizzanti energia sismica e gioia allo stato nascente e in cui si intrecciano storielle campagnole di corna che hanno come fulcro i valori della roba, dell'amore, del sesso, dei figli, della famiglia. E Jannuzzo come il dio Pan non fa molta fatica a somigliare ad un bucolico sciupafemmine ingravidando chi lo vuole solo per cinque minuti e niente più, anzi col suo modo esuberante e canterino riuscirà a mettere d'accordo le sue due ultime conquiste: la Tuzza di Karin Proia, prima rancorosa, poi felice per aver adescato il vecchio e ricco zio Simone (Turi Catanzaro) e poi ancora all'inferno e la Mita di Manuela Arcuri, solo un richiamo per allodole la sua presenza, che tramite quel dispensatore di polline che è Liolà, avrà la meglio sulla giovane concorrente. Teatro pieno come raramente è dato da vedere e lunghissimi gli applausi finali.

Gigi Giacobbe

Convenzione vuole che Liolà sia un'opera solare, panteista, forte inno alla vita ludica e campestre. Va anche detto che di Liolà, prevale l'edizione in "italiano sporco", comunque denso di allocuzioni ed inflessioni dialettali. Ma è indubbio - come diede prova Turi Ferro negli anni Sessanta - che la stesura più intensa, intrigante, più elaborata e poetica, resta quella in lingua siciliana. Solo apparentemente Liolà è un testo abbordabile, fescennino, nazional-popolare: piattaforma sicura per vari attori (ricordo Modugno, Pagliai, Ranieri) in vena di esibizionismo "corposo". Rischio certamente evitato da Gianfranco Jannuzzo, professionista divertente ma ostico alla platea, intimamente smanioso e perfezionista (è un suo merito), sino alle soglie di un recitativo quasi sempre allertato di nervosismo e interiore tensione, su un sorriso d'inquietudine o rivelatore d'umana timidezza. Qualità tutte che affiorano, nella loro potenzialità, all'interno di una rappresentazione tirata invece alla spicciolata, non tanto per negligenza di Proietti (qui solo regista), quanto per la seduzione di una traccia narrativa che sembra poter procedere "motu proprio" e senza troppe elucubrazioni: a maggior gloria di una oleografia scenica che delizia se stessa in una ipotesi di "divertimento sicuro", di puro bozzetto d'ambiente (tramite utilizzo di canzoni corrette e musiche appropriate, a firma di Pippo Caruso). Il quale, come è noto, fa perno sull'equivoco di un contadino anarcoide, "juculano" che ingravida (per puro altruismo demografico?) le contadinelle del Kaos, con la gioia di una paternità generosa ed espansiva, affidata (per la cura della prole) al "manto di misericordia" - malcelato orgoglio materno - dell'anziana genitrice. Possibile che tale senso di Arcadia, di panteismo sessuale, di Sicilia felix possa resistere, oggi, alle brutture della Storia nazionale e insulare? Possibile che questa età dell'oro non sia da trattare con le pinze o inscenare come puro sogno di una mitologia mai esistita? Fuor di dubbio, se ci si attiene al ruspante gusto della messinscena, lo spettacolo resta scorrevole, godibilissimo e distraente, come il suono del maranzano o il folklore delle quartare su cui si suona dentro, nelle cene notturne di Taormina. Elogio complessivo alla compattezza e alla omogeneità di un cast su cui spicca il temperato-temperamento della sempre intensa Guja Jelo e la sapiente regressione ad una senilità da babbeo di Turi Catanzaro. Alla presenza ornamentale di Manuela Arcuri, danno compensazione altre attrici di razza quali Nellina Laganà e Lucia Guzzardi.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Domenica, 22 Settembre 2013 08:19

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