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LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE - regia Piero Maccarinelli

Lunga giornata verso la notte Lunga giornata verso la notte Regia Piero Maccarinelli

di Eugene O'Neill
traduzione di Masolino D'amico
con Remo Girone, Annamaria Guarnieri, Luca Lazzareschi e Daniele Salvo
scene di Gianni Carluccio, costumi di Nanà Cecchi, musiche di Antonio Di Pofi
regia di Piero Maccarinelli
Roma, Teatro Eliseo, dal 16 ottobre al 4 novembre 2007

www.Sipario.it, 1 febbraio 2008
Avanti, 28 ottobre 2007
Il Manifesto, 4 novembre 2007
Avvenire, 30 ottobre 2007
La Stampa, 21 ottobre 2007
Il Messaggero, 20 ottobre 2007

La lunga giornata verso la notte di Eugene O'Neill è una sorta di metronomo del dolore che nell'arco di una giornata scandisce la crisi della famiglia Tyrone. Interno borghese, di fronte madre, padre e due figli: sullo sfondo quattro diversi fallimenti esistenziali: questa in estrema sintesi il nucleo della lunga e verbosa pièce messa in scena dal regista Piero Maccarinelli con Remo Girone, Anna Maria Guarnieri, Luca Lazzareschi e Daniele Salvo. La lunga giornata verso la notte è uno spettacolo contraddittorio. Gli attori mostrano un'apprezzabile unità recitativa che utilizza tutti i canoni della grammatica accademica, la regia di Maccarinelli è corretta, chiara nel suo rispetto assoluto del testo, nello sforzo di delineare con essenziale semplicità i meccanismi di scontro e crisi che muovono i quattro personaggi in un continuo e feroce procedere verso l'abisso del dolore. Malgrado ciò la messinscena si dimostra faticosa, ridondante nell'accumulo di dolore e angoscia, unica soluzione praticabile per un disagio borghese palese fin dalle prime battute. Tutto si svolge nell'arco di una giornata. A confrontarsi sono James Tyrone (Remo Girone), vecchio attore di teatro – si scoprirà nel procedere dell'azione – che ha vissuto errabondo, sacrificando al successo ormai passato moglie e figli, costringendo tutti ad un'austerità di vita di cui è incolpato dai figli e dalla moglie. La consorte Mary (Anna Maria Guarnieri) nasconde un segreto che si svela quasi subito: è una morfinomane, nella droga ha consumato la sua vita, gli affetti e alla fine l'esito è quello di un delirio in abito nuziale, anelito ultimo di una consolazione nella fede che sa di rifugio fanciullesco.

I due figli risentono degli squilibri di mamma e papà. Il più grande Jamie (Luca Lazzareschi) fa l'attore, è uno sbruffone che si consuma fra alcool e puttane e nutre una certa invidia nei confronti di Edmund (Daniele Salvo), il piccolo di casa, malato di tubercolosi, colui che fa scatenare in fondo il senso di quella Lunga giornata verso la notte.

Il testo di O'Neill risente della natura eclettica di tutta la drammaturgia statunitense, contiene un po' di tutto: c'è il dramma naturalista, ci sono riferimenti a Ibsen e Strindberg – ovvero alla crisi del nucleo familiare -, c'è l'incombere di una tragedia che ha alla sua origine l'egoismo del capo famiglia. In questo mix drammaturgico l'esito per un regista come Piero Maccarinelli è quello di mettere in fila la storia, di raccontarla senza troppe forzature, tutt'al più cercando di sforbiciare qua e là l'eccesso verboso di quel contrasto che si vorrebbe titanico ed invece è un po' naïf e basta.

Remo Girone colora col tono caldo della sua voce l'egoistica tranquillità e cecità del protagonista, Anna Maria Guarnieri è invece una Mary che alterna momenti di apparente lucidità e amore materno al delirio finale in abito nuziale, in un procedere recitativo che usa tutti i gesti, i toni della sintassi attorale. Luca Lazzareschi e Daniele Salvo non sfigurano al confronto dei due protagonisti, sanno essere corretti e precisi nel delineare la disperazione di due giovinezze destinate al baratro dell'esistenza. In La lunga giornata verso la notte Maccarinelli ha confezionato uno spettacolo corretto, ma che nell'anteprima del Bellini, non va oltre la correttezza, non emoziona, anzi a volte rischia la monotonia, pur nel ben dosato equilibrio di tutte le sue parti: recitative, sceniche e registiche.

Nicola Arrigoni

Scheletri di famiglia

Remo Girone e Annamaria Guarnieri sono stati protagonisti in questi giorni del dramma di Eugene O' Neill "Lunga giornata verso la notte", un testo di forte impegno che ha inaugurato la stagione del Teatro Eliseo di Roma. L'autore, premio Nobel nel 1936, volle che questo testo autobiografico scritto nel 1941 venisse messo in scena solo a venticinque anni dalla sua morte. Il regista Piero Maccarinelli che ne ha curato la regia, ponendo da parte il naturalismo della vicenda per esaltarne invece il realismo, ha fatto sì che la storia cominciasse quasi in un chiarore solare, per poi evidenziare nello scorrere del tempo i tormenti e le lacerazioni dei singoli protagonisti d'una famiglia in disfacimento, fino al sopraggiungere delle tenebre. I temi che l'autore qui affronta sono ancora oggi forti e sconvolgenti, rappresentando di per se stessi la crisi dell'epoca in cui viviamo. L'ambizione e la sete di denaro si raffrontano, entrando in crisi con l'affetto, i sentimenti, i legami di sangue. Va detto che Remo Girone ha ben centrato la figura del padre, ponendo nella sua interpretazione tutte quelle stizze e quelle avversità di un uomo insoddisfatto della propria carriera come della sua famiglia e Annamaria Guarnieri, un'attrice ricca di gestualità che ha lasciato trasparire a pieno i suoi più riposti stati d'animo. Il ruolo dei figli viene ricoperto in maniera egregia da Luca Lazzareschi e Daniele Salvo. Due giovani attori che ben completano con la loro professionalità il cast artistico. Che questo sia un dramma autobiografico di Eugene 'O Neill, è più che noto. La fa miglia Tyrone, altri non è che la famiglia O' Neill. Il padre dello scrittore, proprio come James Tyrone era americano di origine irlandese. Fu attore d'una certa notorietà, dapprima impegnato nel repertorio shakespeariano, per poi tradirlo con i più facili successi della così detta commedia di cassetta. Si sa pure che la madre di O' Neill, Ella Quinlan, era morfinomane come la Mary Tyrone del dramma, e che suo fratello maggiore fu anche lui attore come James Tyrone junior. Non ci vuole poi molto ad identificare nel figlio minore Edmund, lo scrittore stesso, là dove si apprende che il ragazzo ama il mare, i porti di mare e quel vento di mare che schiaffeggia il viso e penetra nelle ossa. Quando il testo del suo lavoro teatrale fu stampato, O' Neill dichiarò a sua moglie di aver scritto questo dramma "con lacrime e sangue". Nel raccontarne la storia egli aveva in certo qual modo aperto l'armadio dov'erano racchiusi gli scheletri di famiglia. James Tyrone, il protagonista, è ricco ma avaro come lo è un avaro della più classica commedia. Per avarizia affidò la moglie nelle mani di un medicastro, quando stava per dare alla luce Edmund. Soffriva molto: le dettero la morfina e da qui le prese il vizio. Quando il dramma comincia, Mary Tyrone è da poco tornata a casa da una clinica per disintossicati. Sempre per avarizia, il vecchio attore aveva intanto persuaso il figlio maggiore a non impegnarsi troppo, sbarcando il lunario in una compagnia teatrale di second'ordine, facendo altresì di lui uno scontento e peggio ancora un fallito e un alcolizzato. Quanto a Edmund probabilmente egli sarebbe guarito dal male che prese a insidiare i suoi polmoni, se solo fosse stato affidato a più bravi medici. Ma il vecchio non faceva che ripetere all'ossesso che non poteva permettersi il lusso di clinici e cliniche di lusso. Ci si accorge qui però che il racconto come il dramma dei Tyrone, rischia di venire scambiato per un dramma naturalista, ma c'è da fare attenzione al fatto che l'avarizia di James Tyrone è solo una delle serpi che formano quel groviglio di vipere in cui i quattro componenti la famiglia si spiano l'un l'altro, e l'uno attraverso parole dell'altro, ne evidenzia l'orrore e la condanna. Le altre serpi sono la morfina, di cui la madre sarà di nuovo preda; l'alcool di cui sono soggiogati i tre maschi; la tubercolosi che cova nei polmoni di Edmund. La famiglia Tyrone trascorre così la lunga giornata di un caldo agosto del 1912 nella sua dimora di campagna del Connecticut, stando in attesa del parere del medico e nello spavento che la madre sia stata ripresa dal vizio. Il peggio accade tra interminabili scene di reciproche, spietate accuse, di improvvisi sviscerati perdoni reciproci, di nuove esplosioni di ira, e quindi di rinnovata pietà, di parole estreme di odio e di amore, mentre il livello inevitabilmente cala nelle bottiglie di whisky. Il diagramma di quest'opera resta complesso: alla linea ondeggiante che rappresenta il va e vieni di rancore e di affetto, un'altra se ne intreccia, che rappresenta il continuo allontanarsi e alienarsi dei personaggi, specialmente la madre, che fugge dalla sordida realtà per rifugiarsi in un passato ideale o caparbiamente idealizzato.

Renato Ribaud

Come una bevuta andata a male

La «Lunga giornata verso la notte» di una vera famiglia americana

Testo mitico e un po' maledetto, Lunga giornata verso la notte fu quasi lo psicanalitico testamento del suo autore Eugene O'Neill, scritto all'inizio della seconda guerra mondiale poco dopo aver vinto il Nobel nel 1936. Solo nel '56 andò in scena, subito dopo la sua morte, anche se l'autore avrebbe voluto che passassero 25 anni. Forse perché quello storia lo riguardava direttamente, disperante fotografia della propria famiglia, teatranti alcolisti e drogati. In Italia se ne ricordano poche edizioni, ma si è vista quella, folgorante nella sua oscurità chilometrica, di Ingmar Bergman, meravigliosa e sporca, cavernosa eppure lineare. È il contrario esatto la versione che all'Eliseo (fino all'11, poi in tournée) porta ora Piero Maccarinelli, sua ennesima regia di quest'anno ipertrofico, e solo alla vigilia, dopodomani, di quella che dovrebbe essere la sua più impegnativa, Ritter Dene Voss.

Prodotta da Teatro e Società, Lunga giornata verso la notte è una sorta di carrellata, aristotelicamente unitaria per tema tempo e luogo, su una famiglia Usa che somiglia tanto a quella del suo autore. Il padre è un popolare vecchio attore, rincoglionito dentro il proprio successo; sua moglie, ansiosa madre, è preda della morfina; il figlio maggiore è attore anch'egli, già perso dietro all'alcool e al gioco e il figlio minore, intellettuale di belle speranze è minato dalla tbc, ove O'Neill adombra se stesso.

Una vera famiglia americana, ritratta da un grande drammaturgo come un losco affresco spettacolare, in cui le ipocrisie e i luoghi comuni fanno trasparire la disperazione e il dolore veri, impossibili da cancellare. Un grumo sempre più sanguinolento tanto più cerca di essere glamour. La regia di Maccarinelli, per scelta o costrizione, lascia gli attori a se stessi, così che ognuno infila la propria strada, e la propria lettura. Forse consapevole, il regista, di avere in palcoscenico quattro attori bravissimi, tutti, si concentra solo sul resto, forse esagerando. La casa (disegnata da Giovanni Carluccio) è quasi un modello di modernismo; i costumi di Nanà Cecchi, cambiati in continuazione nonostante il pugno di ore in cui si svolge l'azione, sembrano usciti dal Grande Gatsby.

A restituirci la grandezza torbida di O'Neill restano solo gli attori. Che non è poco ovviamente, ma non può essere tutto. Remo Girone suscita perfino affetto in quel padre incapace e vanesio; Anna Maria Guarnieri gioca tutte le sfumature di una carriera grandiosa; Luca Lazzareschi e Daniele Salvo, sobri in tutti i sensi meno che in quello alcolico, fanno un bel duello di sensibilità. Lo spettatore sente in bocca il sapore di una bevuta andata a male.

Gianfranco Capitta

Nella «Lunga giornata» di O'Neill Girone e Guarnieri genitori accerchiati

Il Novecento ha partorito un vero, grande tragediografo: Eugene O'Neill. Si offre ora l'occasione di ribadire (o contestare) il giudizio, con la riproposizione, all'Eliseo di Roma, di Lunga giornata verso la notte, l'opera che riepiloga la tematica di tutta la sua produzione calandola nell'inferno autobiografico della famiglia. I quattro atti della Lunga giornata, che nell'originale suonano come «lungo viaggio del giorno verso la notte», sono appunto un cammino di passione dei coniugi Tyrone e dei loro due figli, ricalcati sulla vera famiglia di O'Neill, collocati in un tempo e luogo precisi della loro esistenza, con l'intento suo di farne il paradigma di un rapporto malsano, condito di rancori, alcol e morfina. Appunto Eugene vi raffigura la 'sua' verità identificandosi nel figlio Edmund, raffigurando gli altri, con lampi di ironia, nell'ottica di un atto d'accusa per il male e il dolore sofferti anche dopo aver intrapreso l'avventura di scrittore. Il nucleo tragico di questo cammino fra la mattina e la notte di un giorno, che trasfigura il caso personale, è però nell'incapacità e nella non volontà di recidere comunque il legame familiare di antico ceppo irlandese. Per continuare dopo tutto a vivere stendendo sul male un velo di pietà. È la 'catarsi' che O'Neill aveva appreso dai tragici greci e dagli elisabettiani. Nel cast eccellente composto da Remo Girone e Anna Maria Guarnieri per gli anziani, e da Daniele Salvo e Luca Lazzareschi per i figli, nell'amalgama ben concertata dalla regia di Piero Maccarinelli, che lascia sottotono l'ironia, la Guarnieri si ritaglia una prestazione maiuscola nel grido di disperata solitudine fino all'afasia, o nella rarefazione poetica del finale.

Toni Colotta

La Guarnieri nel lungo viaggio

verso la follia

L'attrice a Roma interprete di O'Neill. Con lei, nel dramma di una famiglia, un solido Giron

Possiamo tranquillamente definirla angoscia. E' la stretta che afferra lo spettatore via via che procedono i quattro atti di Lunga giornata verso la notte, dramma complesso e quasi insondabile che Eugene O'Neill scrisse nel 1940, in un periodo per lui frenetico, nel quale, leggiamo nel suo diario, progettava 'di scrivere cinque lavori, poi sette, poi otto, poi nove, e ora undici! Non vivrò mai tanto da arrivarci'. Ed è il dramma più scopertamente autobiografico, così legato alle radici dello scrittore da indurlo a vietarne la pubblicazione e la rappresentazione finché lui fosse stato in vita. Evidentemente non bastava attribuire le vicende della Lunga giornata all'ipotetica famiglia Tyrone per annullare le storture e le 'vecchie pene': gli O'Neill restavano graniticamente sullo sfondo, visibili anche ai distratti.

Il fosforo di un simile calco torna a brillare ogni volta che il dramma va in scena. Anche in quest'ultima edizione, Al teatro Eliseo fino al 4 novembre con la regia di Piero Maccarinelli e nella nuova, sensibilissima traduzione di Masolino d'Amico, l'opera va incontro allo spettatore con tutto il suo carico di conflitti irrisolti, con il peso di un ménage segnato da avarizia, fede religiosa, malattia fisica e mentale, alcol, morfina. La casa di campagna dei Tyrone è il luogo in cui convergono tutte le tensioni fra un padre attore mediocre, una madre fluttuante in un mondo immateriale e i due figli: uno, attore a sua volta, ma disoccupato cronico; l'altro, tisico, mosso da velleità letterarie. Tutti costoro vanno alla ricerca di una motivazione, e sono quasi convinti del valore della 'crisi', dell'importanza di arrivare al cuore del notte per riuscire a scorgere il brillare di una luce. Tuttavia è il tema del fallimento ciò che emerge dallo squallore delle piccole abiezioni quotidiane, in un crocevia terribile nel quale 'la bellezza del passato' non fa che esasperare la miseria del presente.

O'Neill conduce il gioco con maestria suprema, percorrendo il doppio binario dell'analista e del teatrante. Quest'ultimo si preoccupa di fornire ai propri attori solide occasioni interpretative, a ciascuno assegna il proprio momento. Il quart'atto, per esempio, sembra obbedire a questo principio, con i lunghi monologhi che, a turno, il vecchio Tyrone, sua moglie Mary, i figli Edmund e Jamie snocciolano nel tentativo di tirar via 'il maledetto velo' che copre l'immagine delle cose.

Nel salotto disegnato da Gianni Carluccio e che pare ricalcato - in grigio - su un dipinto di Mondrian, Maccarinelli cerca innanzi tutto di comprimere la vicenda della Lunga notte in una durata accettabile. Elimina il personaggio della domestica, sfronda dove può, ma, pur con tutta la buona volontà, non riesce ad evitare le tre ore con intervallo. Dopo di che, quasi nascondendosi e preoccupandosi di garantire la correttezza del racconto scenico, affida la materia a un eccellente quartetto d'attori: Remo Girone, solido e plausibile nel tratteggiare la figura quasi contadinesca del capofamiglia; Luca Lazzareschi e Daniele Salvo, davvero molto bravi nella parte dei figli; Annamaria Guarnieri, nel ruolo complesso di Mary. Alla recita cui abbiamo assistito la Guarnieri era un po' sottotono, tuttavia con i suoi fremiti, le sue nevrotiche spezzature di gesto e di voce, restava straordinaria nell'incarnare il lungo viaggio di una donna verso la follia.

Osvaldo Guerrieri

Il dramma di O'Neill

in scena all'Eliseo, regia di Maccarinelli

con Guarnieri e Girone

Un "Lungo viaggio" di amore disperato

Sta vivendo, il nostro Teatro, una stagione particolare: da una parte riscopre i "drammoni", spesso grandi testi, due o tre atti, vere e proprie saghe di impatto estetico e morale; dall'altra, ritrova l'impegno civile, la vocazione alla denuncia. In entrambi i casi, la gente ci sta. Spettatori abituati all'estrema rapidità televisiva, viziati da un cinema troppe volte ridotto a una concatenazione di spot, li ritroviamo, pazientissimi (anzi, coinvolti) davanti a un palcoscenico che fa fluire davanti a loro storie emblematiche, problemi universali, scontri tra figure-simbolo; oppure, con uguale efficacia, la vita minimale, il giorno per giorno capace di diventare Storia.

Mentre le Tre sorelle di Cechov sono ancora in scena all'Argentina, ecco, all'Eliseo, l'opera più dolorosa e forte di Eugene O'Neill, Lungo viaggio verso la Notte , scritto fra il 1939 e il 1941 e messo in scena solo nel 1956. Uno spettacolo da non perdere. Piero Maccarinelli, il regista, si avvale della traduzione felice di Masolino D'Amico, qui particolarmente giusta e partecipe della materia originale, sempre emotiva, acuta e dolce nella scelta di termini a volte aulici, a volte desueti, per rendere al meglio in italiano i modi, i climi e la disfatta della famiglia Tyrone.

Si sa che O'Neill versa in questo dramma una confessione e un'analisi: i Tyrone rappresentano il complicato nucleo dal quale egli stesso proviene. Il padre, attore di successo ormai in pensione, ha esasperato negli anni l'avarizia che gli viene da un'infanzia infelice, ai limiti dell'indigenza. La madre è una povera donna vibratile e scossa: a causa di un'infermità curata con la morfina, non riesce più a liberarsi dalla schiavitù della droga. Dei due figli, Jamie e Edmund, il primo ha forzatamente seguito le orme paterne, ma recita senza talento e senza voglia; il secondo, fragile come colei che lo ha partorito (il drammaturgo descrive se stesso in questo personaggio), si ritrova tisico dopo un brano di vita avventurosa speso sulle navi come marinaio, alla ricerca di un irraggiungibile equilibrio. Quattro figure simbolo. Le unisce uno sfrenato amore reciproco, tanto più crudele quanto più contrastato. Rivendicazioni, accuse, frustrazioni mai sublimate diventano arma di distruzione e insieme collante di una copresenza terribile, ma "necessaria". Fino all'epilogo, che sancisce la simbiosi del tragico gruppo come ineluttabile.

Maccarinelli non forza nulla e nessuno. Accetta, anzi esalta, una drammaturgia d'attore che richiede agli interpreti sforzi fisici e mentali quasi irripetibili. Remo Girone (il capofamiglia), Anna Maria Guarnieri (la morfinomane), Luca Lazzareschi (Jamie) e Daniele Salvo (Edmund) lo ripagano rendendo credibile una materia che continua a valere, e a "mordere", proprio grazie a questo stile e a questa abnegazione. All'Eliseo fino al 4 novembre.

Rita Sala

Ultima modifica il Domenica, 22 Settembre 2013 06:22

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