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LINA, QUELLA CHE FA BRUTTI SOGNI - regia Pierpaolo Sepe

Lina, quella che fa brutti sogni Lina, quella che fa brutti sogni Regia Pierpaolo Sepe

di Massimo Salvianti
regia: Pierpaolo Sepe
scene Daniele Spisa
costumi Giuliana Colzi
luci Vincenzo Alterini
con Fulvia Carotenuto, Irma Ciaramella, Emanuela Lumare, Andrea Manzalini, Marco Natalucci
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, dal 4 al 9 novembre 2008

Il Mattino, 6 novembre 2008
La pazzia secondo Salvianti, sulle orme della Ortese

Per inquadrare, analizzare e valutare «Lina, quella che fa brutti sogni» - il testo di Massimo Salvianti che ha aperto la stagione del Nuovo - possiamo assumere come termine di paragone «Si può fare», il film di Giulio Manfredonia accolto con successo al recente Festival Internazionale di Roma. Il tema è comune: la malattia mentale e il modo di fronteggiarla e curarla. Ché qui si tratta di una donna napoletana, ormai sessantacinquenne, chiusa da trent'anni in manicomio perché uccise, apparentemente senza motivo, il maresciallo presso il quale era stata a servizio una vita intera, per giunta crescendogli con dedizione assoluta una bambina, Giulia, dopo la morte prematura della moglie. Ma, lo dico subito, tanto è leggero, agile e spontaneo il film di Manfredonia quanto pesante, macchinoso e premeditato è quest'atto unico di Salvianti. Il suo schematismo si dimostra lampante fin dalla dichiarata contrapposizione fra i medici toccati a Lina: quello di prima, esponente pernicioso di una psichiatria retrograda, e quello di adesso, basagliano buono come si deve. E da un lato i proverbiali elettroshock e le pastiglie per intontire, dall'altro il colloquio aperto con i malati e il vitto genuino e salutare. Tutto scontato, tutto banalizzato come in un politicamente correttissimo «Reader's Digest» delle dinamiche sentimental-sanitarie. Del resto, rimane alla superficie anche la riproduzione del dialetto napoletano, fatta di termini e frasi scelti male e scritti peggio; mentre risulta evidentissimo, tanto per fare un esempio sul piano della narrazione, che l'episodio di Serafina, la sorella di Lina presa dal vomito quando inforca le lenti che le ha regalato zia Teresa, è un ricalco preciso (per quanto, stavolta, non dichiarato) del racconto «Un paio di occhiali», quello che apre «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese. Non lo conoscono i giurati che hanno assegnato a «Lina, quella che fa brutti sogni» prima, nel 2006, il Premio Vallecorsi e poi, nel 2007, il Premio ExtraCandoni? Non lo conoscono i direttori dei teatri che hanno deciso di coprodurre e distribuire lo spettacolo in questione? Dal canto suo, Fulvia Carotenuto dona a Lina (anche troppo, fino a un parimenti scontato bozzetto naturalistico) tutto il suo appassionato temperamento; mentre non più che scolastici risultano gli altri: Irma Ciaramella (l'infermiera Lucia), Emanuela Lumare (Giulia), Andrea Manzalini (il dottore) e Marco Natalucci (il maresciallo). E della regia di Pierpaolo Sepe, infine, davvero non c'è molto da dire, salvo annotare le solite luci livide e i soliti fragori pseudoespressionistici.

Enrico Fiore

Ultima modifica il Domenica, 22 Settembre 2013 06:24

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