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INTERVENTO (UN) - regia Fabrizio Arcuri

Gabriele Benedetti e Rita Maffei in "Un intervento", regia Fabrizio Arcuri. Foto Daniele Fona Gabriele Benedetti e Rita Maffei in "Un intervento", regia Fabrizio Arcuri. Foto Daniele Fona

di Mike Bartlett
traduzione Jacopo Gassman
regia di Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scene e luci di Luigina Tusini
foto di scena di Daniele Fona
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
auditorium di Sospiro (Cremona), 12 ottobre 2019

www.Sipario.it, 21 ottobre 2019

Due corpi distesi e contraddistinti dalle lettere A e B, un sipario chiuso, un uomo e una donna, al secolo Gabriele Benedetti e Rita Maffei. Come sulla scena di un delitto, gli spettatori di Sospiro a teatro hanno assistito a Un intervento di Mike Bartlett, drammaturgo inglese, classe 1980,  pièce portata in scena da Fabrizio Arcuri. I due sono amici: A, la donna, tende a bere un po' troppo, B è fidanzato con la donna sbagliata; A partecipa a una marcia contro l'intervento militare del Governo in un altro paese e B si dichiara d'accordo con l'intervento. Da qui scaturisce il duello verbale fra i due, da qui ha inizio una partitura dialogica che non lascia tregua, che appare un gioco al massacro, un continuo tira e molla, un lasciarsi per riprendersi. Nel loro agitarsi sulla scena e nel loro mettersi alla prova con le parole si delineano due vite colte nel loro quotidiano con tutte le loro debolezze, A e B sono legati da amicizia, forse potrebbe esserci qualcosa di più, ma i silenzi, il non detto hanno la meglio. Si assiste a un perpetuato assalto dell'uno all'altra e viceversa: per entrambi c'è il bisogno di sostegno, di sorreggersi vicendevolmente fino all'epilogo.
La regia di Arcuri costruisce il duello dialogico fra A e B con divertita crudeltà, con un certo livore, chiedendo alla recitazione degli attori di tenersi in equilibrio fra possibile dramma e una comicità che sfocia in ghigno. Cinque micro/atti, cinque cambi d'abito: inizialmente A e B sono vestiti di rosso e giallo, poi portano abiti in tono con la tappezzeria o ancora vestiti che riprendono la foto di Tony Blair mentre si fa un selfie con dietro un'esplosione. L'intervento non è solo quello bellico approvato dall'uomo e condannato dalla donna, l'intervento è quello che i due pongono nei confronti l'uno dell'altra, l'una a sostegno dell'altro, in guerra fra loro e con sè stessi, lei alle prese con l'alcool, lui con la donna sbagliata, almeno a sentire A.
Ci si ritrova ad assistere a quelle che sono confidenze che arrivano da lontano, forse da due morti. Tutto accade con un distacco voluto, non entriamo, non partecipiamo a quello che dicono e neppure nell'intervento finale sul tentato suicidio di A non scatta alcun tipo di partecipazione emotiva. È come se ci si trovasse anestetizzati davanti a una incapacità di correre in aiuto ai segnali di solitudine e aridità d'un mondo e di relazioni destinate a esaurirsi in un silenzio assordante.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Lunedì, 21 Ottobre 2019 12:11

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