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GRIGIO PARIGINO - regia Gianni Scuto

"Grigio Parigino", regia Gianni Scuto. Foto Antonio Parrinello "Grigio Parigino", regia Gianni Scuto. Foto Antonio Parrinello

Il bell'indifferente
di Jean Cocteau

traduzione Marisa Zini
La voce umana
di Jean Cocteau

traduzione Carlo Fruttero

regia Gianni Scuto

costumi Concetta Maccarone

musiche composte ed eseguite dal vivo dal M° Alberto Alibrandi

luci Franco Buzzanca

con Nellina Laganà, Valentina Ferrante, Cettina Bonaffini, Azzurra Drago, Federico Fiorenza, Luigi Nicotra
produzione Teatro Stabile di Catania

Catania, Teatro Musco, dall'1 al 6 marzo 2016

www.Sipario.it, 4 marzo 2016

Ciò che mi accomuna a Gianni Scuto, regista teatrale di Catania, che conosco da più di 40 anni, è il grande amore per Parigi, per questa luminosa città sempre all'avanguardia in tutte le forme d'arte. Alcuni mesi fa, sentendolo al telefono, mi ha confessato che suo grande desiderio, dopo che l'eterna nemica svolgerà il suo compito, sarebbe quello d'essere sepolto nel cimitero Pere Lachaise di Menilmontant, nel colorito 20° arrondissement di Belleville, accanto a tantissimi personaggi celebri. Intanto, nel ricordo di ciò che è accaduto nella scoppiettante Parigi della prima metà del '900, Gianni Scuto mette in scena nel Teatro Musco di Catania due chicche teatrali di Jean Cocteau: Il bell'indifferente e La voce umana, unendole sotto l'unico titolo di Grigio parigino. Quel tipico colore autunnale, reso celebre dai pittori della rive gauche o di Montmartre, i cui alberi dei vari boulevard si spogliano delle foglie, non facilmente riproducibili sulla piccola scena del teatro, carica piuttosto di vari oggetti come l'insegna d'un Hotel illuminata da una lucetta rossa, una vecchia radio, un orologio come quello della Gare Saint Lazare, un telefono accanto ad un letto sopra il quale, quasi come in un sogno magrittiano sono dipinte varie nuvolette con luna centrale. E poi loro, les femmes (Azzurra Drago e Valentina Ferrante), agghindate di tulle bianco con boa colorati al collo ( i costumi erano di Concetta Maccarone) in compagnia dei due gaga (Luigi Nicotra e Federico Fiorenza) assieme all'Edith (un po' Piaf) di Cettina Bonaffini che canta La vie en rose o Les feuilles mortes di Prevert, accompagnata al piano dal maestro Alberto Alibrandi situato al centro sotto il proscenio. Un modo per entrare nel vivo della prima pièce de Il bell'indifferente scritto da Cocteau nel 1940 per la Piaf e il suo compagno di quell'epoca, l'attore Paul Meurisse, noto per la sua maniera molto distaccata di recitare, appunto indifferente. Lo veste qui lo stesso Nicotra, che ha il nome di Emile, che se ne sta per tutto il tempo muto a leggere Le Figaro, un po' come farà il Willie nei Giorni felici di Beckett, mentre lei Edith, cui dà vita la stessa Bonaffini, urla e sbraita perché il suo uomo la trascura, preferendole una donna che ha il doppio degli anni del suo uomo. Il quale ad un tratto, stanco di ascoltare ciance e predicozzi e non volendo più sentirla inveire contro di lui, si vestirà di tutto punto e se ne andrà via, mentre lei canterà la straziante Ne me quitte pas (Non andare via) di Jaques Brel. Il secondo pezzo, certamente più noto e vero cavallo di battaglia di tante attrici di rango, a cominciare da Anna Magnani e finire con Adriana Asti nella Spoleto di qualche anno fa, è La voce umana. Un monologo di una donna sola nella sua camera da letto che si corrode la vita al telefono, aggrappata alla flebile voce dell'uomo che l'ha lasciata per un'altra, cui dà voce corpo e anima una splendida Nellina Laganà in grado di esaltare un amore giunto ormai alla frutta, cantando all'inizio Et maintenant, que vais-je faire / De tout ce temps que sera ma vie/ De tous ces gens qui m'indiffèrent/ Maintenant que tu es partie... resa celebre da Gilbert Becaud, dilaniandosi le carni per ri-agguantare qualcuno che non ne vuole più sapere di lei. Il telefono diventa un totem, un oggetto mitico, una scappatoia per sfogare la sua incalzante acredine verso chi è diventato assente e astratto, perché è sempre lei a profferire verbo attraverso quel filo che la unisce e la separerà per sempre dal suo amore. Qui Scuto inserisce accanto alla Laganà una ragazza (la stessa Ferrante) vestita di bianco, un angelo forse o un ermafrodito con baffetti con le sembianze del poeta Raymond Radigurt, che se ne sta beata su un'altalena a dondolarsi seraficamente. Mi pare opportuno ricordare che quando Cocteau scrisse nel 1930 questo monologo s'ispirò a se stesso al tempo in cui era innamorato di un giovane poeta - tale Jean Desbordes che morirà da eroe il 16 luglio del 1944 in seguito alle torture inferte dai tedeschi perché si rifiutò di dare i nomi dei suoi compagni francesi della Resistenza - e per il quale due anni prima aveva firmato la prefazione di J'adore, trasfigurando quell'amore infelice nella disperazione telefonica di una donna. In qualche modo, attraverso il personaggio femminile, Cocteau aveva messo se stesso sul palcoscenico e la propria disperazione.-

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Venerdì, 04 Marzo 2016 23:08

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