lunedì, 23 settembre, 2019
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GIULIO CESARE - regia Daniele Salvo

Giulio Cesare Giulio Cesare Regia Daniele Salvo

di William Shakespeare
regia: Daniele Salvo
traduzione: Masolino D'Amico
scene e costumi: Barbara Tomaia e Marco Calandra
musiche originali: Marco Podda
canti dal vivo Melania Giglio
movimenti coreografici Yoko Wakabayashi
con Massimiliano Sbarsi, Alfonso Generoso, Gianluigi Fogacci, Giacinto Palmarini, Virgilio Zernitz, Melania Giglio
Roma, Globe Theatre, dal 25 agosto al 6 settembre 2007

Il Tempo, 29 agosto 2007
Corriere della Sera, 29 agosto 2007
La Repubblica, 2 settembre 2007
Il Giornale, 4 settembre 2007
Shakespeare e l’anima di lattice

Un impianto tradizionale, denso di suggestioni scenografiche e interventi corali, caratterizza il «Giulio Cesare» shakespeariano diretto da Daniele Salvo al Silvano Toti Globe Theatre con un’agile, incisiva e aggiornata traduzione di Masolino d’Amico.

Le notti buie delle congiure rischiarate soltanto da fiaccole e torce accese, le inquietanti epifanie dei sogni premonitori di sciagura, le concitate persuasioni, a male compiere il male in nome di un ideale più alto sono ambientate in atmosfere livide e visionarie garantite da giochi cromatici e illuminotecnica e da fumi di ghiaccio secco. Massimiliano Sbarsi è un Cesare ormai rassegnato al sacrificio, restituito con spersonalizzante maschera in lattice, poi eliminata per incarnare Ottaviano.

Energico e convincente è il Bruto di Gianluigi Fogacci, mentre fin troppo «sparuto» e senza nerbo appare il Cassio di Giacinto Palmarini. Un’ostentata sicurezza guida Alfonso Generoso per Marc’Antonio e un’autentica credibilità raggiunta con misurata compostezza si può riconoscere nel Casca di Virgilio Zernitz.

Tiberia De Matteis

Quando Shakespeare guarda i film peplum

Nonostante il caldo e, oserei dire, nonostante Shakespeare, mi sono divertito. Il «nonostante Shakespeare» è relativo allo scetticismo con il quale assisto alle regie italiane del grande drammaturgo. Ma Daniele Salvo, operando al Globe (piuttosto pieno; ancora una volta: nonostante il caldo e la città ancora deserta), ha avuto un’astuzia notevole: ha affrontato la più romana delle tragedie scespiriane, il «Giulio Cesare», strizzando l’occhio ai film, del tipo peplum, meglio ancora ad un film come «Il gladiatore», che ai mantelli colorati sostituisce le colorate battaglie. Non a caso, la battaglia di Filippi viene portata in scena, il che di solito non avviene, o non avviene più. Pure, il tema dominante dello spettacolo di Salvo non è la spettacolarità. Nelle intenzioni del regista è il Potere (sempre con la maiuscola) e, in modo più specifico, il rapporto delle masse con il Potere. Delle masse, Salvo sottolinea la fungibilità, la mollezza, la plasmabilità: bisogna vedere chi è l’ultimo a parlare, costui avrà la meglio. Il problema del Potere è dunque un problema di linguaggio, di retorica, di sapienza nel dosaggio dei veleni. Poiché Bruto non è un politico, ma solo un uomo d’onore, un po’ rigido, e poiché l’ultimo a parlare è Antonio, al quale Bruto ha concesso la parola e che a parlare dopo la morte del tiranno sia proprio lui, ad avere la meglio (sulle masse) sarà proprio Antonio. A Bruto, ai miei occhi, è riservata una fortuna superiore, che egli non sa cogliere, l’amore della moglie Porzia. Non la coglie perché è appunto tutto d’un pezzo, sia nella cosa pubblica che nell’elaborazione dei suoi stessi sentimenti. Tra l’altro la scena la più bella dello spettacolo è il colloquio tra Porzia e Bruto, interpretati dai due attori migliori che vi siano tra i tanti, Gianluigi Fogacci e Melania Giglio. A Cesare è riservato un altro destino, che travalica Shakespeare e le intenzioni consapevoli del regista. Daniele Salvo è un allievo di Luca Ronconi. Dunque, tracce del maestro qua e là si avvertono con una certa chiarezza. Ma dove precisamente si avvertono? Guarda caso, nell’eloquio straniato di Cesare e dei potenti in generale, per esempio Cicerone. A costoro, egli ha fatto indossare una maschera di lattice, sia per deformare il volto sia per indicarne la menzogna del Potere. A produrre l’eloquio straniato e menzognero, perfino nel tono, è dunque chi parla come si parla negli spettacoli di Ronconi. Ma chi è infine che così parla? È la vittima. O meglio: è il tiranno che viene ucciso. Meglio ancora (nel «Giulio Cesare»): il tiranno-padre che viene ucciso dallo schiavo-figlio, da Bruto. Altro non è, insomma, questo «Giulio Cesare» tutto effetti speciali, suoni profondi e suggestivi, movimento e rapidità, altro non è che una messa in scena del rituale assassino del padre, ovvero la messa a morte del maestro. Tra gli altri interpreti ricordo l’eccellente Cassio di Giacinto Palmarini (un attore di Ronconi!), il Casca di Virgilio Zernitz; e poi Stefano Alessandroni, Andrea Fazzari, Andrea Romero, Massimiliano Sbarsi, Giulio Scarpinato e Alfonso Veneroso. Scene e costumi di Barbara Tomada.

Franco Cordelli

Giulio Cesare, il potere ha un volto mostruoso

C’è un bellissimo buio interiore, e scenico, e un balenare di fiaccole e bracieri, e un fuggevole tramestio, e una debita infelicità e imperturbabilità di energie attorali (molto in sintonia) nella messinscena esemplare, fuori dai canoni, compattamente giovane e matura, del Giulio Cesare di Shakespeare al Globe Theatre, firmata Daniele Salvo. Le maschere usate da alcuni interpreti servono a favorire il disimpegno in più personaggi ma si rivelano anche perfetti sintomi della rivalità mimetica, dell’indiffirenziazione, del “volto mostruoso” delle demagogie (del potere, della congiura). E se pure c’è un minimo esubero di spettacolarità (fumi, squarci cromatici, tormento canoro), questo lavoro è tagliente e serio per i concorsi non comuni di Gianluigi Fogacci (Bruto), Giacinto Palmarini (Cassio), Massimiliano Sbarsi (Cesare e altri), Melania Giglio (Calpurnia e Porzia), Virgilio Zernitz (Casca) e di tutti.

Rodolfo Di Giammarco

Difficile rileggere Shakespeare

Questo «Cesare» non emoziona

Uno dei biografi più accreditati di Shakespeare ha scritto che Giulio Cesare non è particolarmente amato dal pubblico moderno. È forse vero, ma è certo che da molti anni sui nostri palcoscenici non si riesce a vederne un'edizione dignitosa.
È davvero un peccato perché Giulio Cesare, in scena al Globe Theatre di Roma fino a domenica, è una tragedia che meriterebbe la massima attenzione e attori in grado di interpretare personaggi della statura di Giulio Cesare, Bruto, Marc'Antonio, Ottaviano. Non bisogna dimenticare che Giulio Cesare, che inaugurò nel 1599 il Globe Theatre, rappresenta un'opera di passaggio fra lo Shakespeare ancora fiducioso nell'uomo e quello tormentato e pessimista dei suoi massimi capolavori. Northrop Frye l'ha definita «la tragedia dell'ordine», che viene sconvolto e addirittura capovolto. In realtà Bruto non è né un rivoluzionario né un traditore dell'ordine costituito, ma un uomo che si batte per le libertà della Repubblica contro colui che è, ai suoi occhi, un tiranno. Il problema è che Cesare non solo è il suo padre adottivo, ma un uomo che egli ama e ammira. Per di più Bruto è nobile e generoso e, quindi, l'assassinio di Cesare è qualcosa che coinvolge profondamente la sua coscienza. La critica ha sottolineato che Bruto, con i suoi dubbi e i suoi tormenti, è un'anticipazione di Amleto, anche se di quest'ultimo non ha l'ironia e il carisma.
D'altra parte, è strano che Shakespeare non abbia fatto di lui, seguendo Plutarco, il figlio naturale di Cesare. Una possibilità straordinaria che avrebbe aggiunto al regicidio il parricidio. Ma forse Shakespeare voleva solo scrivere la tragedia non tanto dell'ordine, quanto del potere, passato dal grande Cesare a due politici scaltri e opportunisti come Marc'Antonio e Ottaviano.
Il regista Daniele Salvo scrive che i personaggi del Giulio Cesare sono accostabili «al nostro mondo politico», ma non si rende conto che se lì siamo nella tragedia, oggi siamo piuttosto nella Commedia dell'Arte. Lo spettacolo, nell'agile traduzione di Masolino D'Amico, è modesto. Massimiliano Sbarsi, Cesare con la maschera di lattice, diventa senza maschera Ottaviano, ma non per questo è più credibile. Gianluigi Fogacci è un Bruto senza risvolti, Alfonso Veneroso un Marc'Antonio a una sola dimensione e Giacinto Palmarini un Cassio senza nerbo. Splendido Casca è, invece, Virgilio Zernitz, uno di quegli attori che danno ai loro personaggi un rilievo maggiore di quello che hanno.

Giovanni Antonucci

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:46

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