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GIARDINO DEI CILIEGI (IL) - regia Ferdinando Bruni

Il giardino dei ciliegi Il giardino dei ciliegi Regia Ferdinando Bruni

di Anton Cechov
con Ida Marinelli, Elio De Capitani, Ferdinando Bruni
adattamento e regia: Ferdinando Bruni
Teatro Quirino, Roma 2008

Avanti, 24 aprile 2008
Il Manifesto, 27 aprile 2008
Il Messaggero, 26 aprile 2008
Un passaggio dalla realtà alla verità

Non ci stancheremo mai di vedere quella suggestiva commedia di Anton Cechov che è il "Giardino dei ciliegi". Cosicché, non siamo mancati all'appuntamento dato al Quirino, là dove a proporla con attenta lettura e intenso rigore è stato il regista Ferdinando Bruni che, curando pure le scene e i costumi, s'è affidato a tre protagonisti di tutto rispetto: Ida Marinelli, Elio De Capitani e Paolo Pierobon. Quale ultimo testo scritto dal drammaturgo russo, si evidenzia qui la purezza della parola, e il regista Bruni ha fatto sì che la voce di Cechov trovasse ancora nuova linfa, là dove la storia che si narra è anzitutto metafora di una società in trasformazione. Lo spettatore percepisce, inoltre, a pieno l'ascolto di sussurri, le passioni dei suoi personaggi e, quindi, i rumori della vita con tutto quanto accade intorno: dal canto degli uccelli alle sonagliere dei cavalli, l'avanzare della pioggia, il rintocco delle campane, ogni cosa concorre a segnare e guidare il doloroso e necessario passaggio dal piano della realtà a quello della verità. A proposito di quest'opera in cui si narra di quanto accade ad un'aristocratica famiglia che, avendo sperperato il proprio patrimonio, si vede mettere all'asta la sua villa e con essa il suo splendido giardino. Malatissimo in Crimea, a tre mesi dalla sua morte, Cechov scriveva alla moglie, prima attrice nella compagnia Stanislavskij: "Una cosa posso dire, ed è che Stanislavskij ha rovinato la mia commedia." Egli racchiudeva nel suo cuore una virtuale, fondamentale gaiezza, una fiducia per il prossimo, una condiscendenza verso la vita che solo pochi poeti hanno avuto prima e dopo di lui. Ma malgrado ciò, lo scrittore s'era fatto la fama di autore mesto, dopo essere stato tra i più acclamati "umoristi" della Russia. E di questo personalmente ne dava la colpa proprio alle messe in scena del summenzionato Stanislavskij. Da tale stato d'animo risentito e polemico nacque l'affermazione che "Il giardino dei ciliegi", lungi dall'essere una tragedia come quelli del teatro d'arte volevano, fosse solo una vaudeville. E in certo senso la definizione si può ritenere esatta, tenendo conto di tutti quegli svagati personaggi che non solo nel "Guardino dei ciliegi", ma anche in "Zio Vania" e nelle "Tre sorelle", errano in palcoscenico incontrandosi e scontrandosi senza mai riuscire a intendersi o intendendosi al rovescio. V'è, però, in aggiunta il miracolo della lirica di Cechov che, proprio da quest'imbrogliarsi e dipanarsi nel discorrere dei singoli personaggi, ci interrompe a metà il sorriso per evidenziare con delicatezza un tessuto sociale che agisce in un continuo musicale. Traspare, allora, quello struggente stile che i critici definirono "correnti sottomarine della poesia di Cechov". Nella vibrante realizzazione il regista Ferdinando Bruni non ha trascurato così i due elementi essenziali di quest'opera: quello della vaudeville e quello della più ardente arte poetica. Inoltre, ha dato ai personaggi un pizzico in più d'ironia. Ed ecco che a vivacizzare sentimenti e passioni, o figure appena disegnate, sono state una valente e ben misurata Ida Marinelli, un efficace Elio De Capitani e un versatile Paolo Pierobon. Con loro, in perfetta sintonia con i ruoli che interpretavano, v'erano pure: Elena Russo Arman, Angelica Leo, Luca Toracca, Vittorio Attene, Cristina Crippa, Laura Ferrari, Alessandro Genovesi, Corinna Agustoni, Fabiano Fantini e Alessandro Federico. Per completare il cast, aggiungeremo che la trama è stata delicatamente trapuntata dalle musiche di Filippo Del Corno eseguite dal complesso dei "Sentieri Selvaggi", con Paola Fre al flauto, Thomas Schrott al violino, Stefano Dall'Ora al contrabbasso. Al disegno luci ha provveduto Nando Frigerio, mentre il suono è stato messo a punto da Jeasn Cristophe Potvin.

Renato Ribaud

Illusioni cadute nel giardino delle coscienze perdute

Un testo fondamentale del novecento, che dopo più di cento anni riesce ancora a parlarci in modo forte e vibrante, coinvolgendo esistenze e sentimenti in un problema che è anche politico e civile: il Giardino dei ciliegi è stato scritto da Anton Cechov ai primi del novecento, ultimo suo testo teatrale prima della morte. Andò in scena al Teatro d'arte di Mosca nel 1904, alla vigilia immediata dei moti rivoluzionari di Odessa, causando anzi grandi discussioni e divisioni tra l'autore e Konstantin Stanislavskji, il maestro russo di attori e regia, e che pure aveva portato alla ribalta le altre opere dello scrittore.
Lo spettacolo che un paio di anni fa ne ha tratto Teatridithalia (al Quirino fino al 4 maggio), ha come interprete e responsabile primo Ferdinando Bruni (che firma regia, scene e costumi), ma vede in scena tutti i «soci» storici dell'Elfo, da Elio De Capitani che è Gaiev, lo svagato fratello della protagonista Ljubov, Ida Marinelli, e non mancano attorno a loro Corinna Agustoni, Cristina Crippa e Luca Toracca ( e poi Fabiano Fantini a Elena Russo Arman del gruppo milanese). Insomma si potrebbe definire quasi una «lettura di famiglia» del capolavoro cechoviano, dentro quel salone chiuso di una casa in decadenza, destinata a implodere e venire distrutta come il Giardino del titolo, per fare posto a lottizzazioni di villette a schiera, per le nuove classi urbane emergenti.
La scelta di chiudere la vicenda in quell'interno claustrofobico e delabré, non è secondaria se si pensa ai segni scenici che legano alla memoria le più importanti edizioni dei Ciliegi: la teoria di alberi «veri» di Visconti; la vela di Strehler che dal fondo arrivava sul palcoscenico; l'accumulo di tappeti di Peter Brook. Qui anche l'aspetto ambientalista, come pure quello esistenziale, è stato fino in fondo interiorizzato. Tutto sembra essere già alle spalle, come lottizzazioni e scempi ambientali ed ecomostri di cui sono piene le nostre cronache. E davanti al disastro ineluttabile, i personaggi di Cechov (belli, ricchi di anima e di sentimenti) sembrano già soli con se stessi, senza più una direzione cui rivolgersi: il segnale del treno che apre e chiude lo spettacolo va verso mete scontate e improbabili, certo non porta verso la felicità. Quei personaggi danno quindi fondo alla loro residua umanità: battute e ricordi, illusioni e beffe, numeri da circo come quelli della governante Charlotte, scene madri presto dismesse), della divina Ljubov, incosciente e scialacquona.
Chi acquista echi inconsueti (grazie anche all'interpretazione di Bruni) è il parvenu Lopachin, di solito un insopportabile volgarone arricchito, che grazie all'amministrazione poco limpida della tenuta, si può permettere di riacquistarla all'asta del giudizio. Qui ha la coscienza amara di essersi inutilmente preparato a dar vita alla nuova classe dirigente: quella che dovrebbe prendere in mano la situazione, tanto da essere aggiornato e colto in economia, dei nuovi bisogni e di prossime organizzazioni sociali. Quella classe che forse lo stesso Cechov agognava, per rendere più moderno il pianeta Russia che gli zar tenevano sprofondato nel passato. E che trovava i più fieri nemici proprio in tipi come il vecchissimo servo Firs, ancora scioccato dalla abolizione della schiavitù della gleba, e che rimarrà alla fine solo e chiuso nella casa da distruggere, mentre cominciano a venire abbattuti i ciliegi. Come certi ingenui che si attardano a osservare i passaggi da un ordinamento ad un altro, mentre il nuovo assume il volto del passato nel mangiarsi il presente.

Gianfranco Capitta

I "Ciliegi" di Bruni danno frutti inebrianti

Ha una vita già lunga, Il giardino dei ciliegi cechoviano di Teatridithalia, per la regia di Ferdinando Bruni, in scena al Quirino fino al 4 maggio. Lunga e meritata, perché difficilmente, oggi, è dato assumere atmosfere di palcoscenico così tangibili, così aderenti a un autore e a un testo; nonché l'interpretazione di attori perfettamente "presi" dai loro ruoli. Visto a fine 2006, per caso, a Milano (assieme a un amico di Bergamo che volle esorcizzare la serata aspettando la nascita del primo figlio), lo spettacolo conserva alla distanza la magia evocatrice di cui era pieno. E strappa chiunque, per un paio d'ore, alla propria quotidianità e alle proprie cure, versandole direttamente nella sonnolenta campagna di Cechov. Se allora il "padre in attesa" fu per un po' dimentico di ogni trepidazione, adesso e qui, al pubblico romano, accade puntualmente lo stesso. Nel cast, un cambio importante: Lopachin non è Paolo Pietrobon, ma Ferdinando Bruni, che ha anche "messo in italiano", benissimo, questo testo-capolavoro. Ma nulla muta nella partitura di una rappresentazione costante e felice: luci calde e russe al tempo stesso, turgori e ferite, scorci immaginati eppure vividi e tridimensionali.
Un aristocratico, incantevole artigianato pervade il contesto. E la storia-non-storia di Ljubov che torna dopo anni al giardino dell'infanzia, culla protettiva ormai minacciata dalla lottizzazione, si dipana rapinosamente come un romanzo d'appendice, ad onta dei tempi ora languidi ora di struggente effervescenza. Ida Marinelli è splendida nel voluto appannarsi progressivo dell'avvenenza, così malvissuta del personaggio. E gli altri, da Anja (Angelica Leo) a Varja (Elena Russo Arman), da Gaev (lo stesso De Capitani) al concreto Lopachin di Bruni, dal magnifico Firs (Fabiano Fantini) alla "dissoluta" Duniasha (Cristina Crippa), dal trepidante, infuocato Trofinov (Vittorio Attene) all'estemporanea, poetica Charlotta (Corinna Agustoni), suonano come lei: con la perizia delle "prime parti" di una grande orchestra. Da non perdere.

Rita Sala

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:04

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