domenica, 20 ottobre, 2019
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GABBIANO (IL)/APOLOGIA - regia Marco Sciaccaluga/Andrea Chiodi

Elisabetta Pozzi in "Apologia", regia Andrea Chiodi. Foto Luca Del Pia Elisabetta Pozzi in "Apologia", regia Andrea Chiodi. Foto Luca Del Pia

Il Gabbiano
di Anton Cechov,
regia di Marco Sciaccaluga
con Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Elsa Bossi, Eva Cambiale,
Andrea Nicolini, Elisabetta Pozzi, Stefano Santospago,
Roberto Serpi, Francesco Sferrazza Papa, Kabir Tavani, Federico Vanni,

versione italiana Danilo Macrì,
scene Catherine Rankl,
costumi Catherine Rankl,
musiche Andrea Nicolini,
luci Marco D'Andrea,
produzione Teatro Stabile di Genova,
visto al Teatro Sociale di Brescia, il 13 marzo 2019

Apologia
di Alexi Kaye Campbell,
traduzione di Monica Capuani,
regia Andrea Chiodi,
con Elisabetta Pozzi, Giovanni Franzoni, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Francesca Porrini, Martina Sammarco,
scene di Matteo Patrucco,
costumi di Ilaria Ariemme,
musiche di Daniele d'Angelo,
luci di Cesare Agoni,
produzione Centro Teatrale Bresciano - Teatro Stabile di Catania,
al teatro Sociale di Brescia, 30 aprile 2019, prima nazionale

www.Sipario.it, 28 maggio 2019

Ci sono attori che con la maturità portano avanti nelle loro scelte – più o meno consapevolmente – un proprio racconto biografico, offerto al pubblico con pudore ed intelligenza, ma che ruolo dopo ruolo li racconta. E' questo il caso di Elisabetta Pozzi che si è avuto modo di apprezzare in due spettacoli diversi eppure simili, Il Gabbiano di Anton Cechov per la regia di Marco Sciaccaluga e Apologia di Alexi Kaye Campbell per la regia di Andrea Chiodi. Entrambi i testi hanno al centro la figura di una donna ambiziosa, intellettualmente affermata che deve fare i conti – più o meno – con il deserto relazionale ed emotivo che ha costruito intorno a sé e soprattutto intorno ai figli. Irina Arkadina ne Il Gabbiano è un'attrice di chiara fama che ha sdato tutto all'arte, anche il suo figlio Konstantin, bruciato dalla medesima passione per il teatro, nella vana speranza di spiccare il volo e dimostrare alla madre il suo talento. Kristin Miller, in Apologia, è una colta sessantenne che riunisce per il suo compleanno i due figli Peter, un banchiere e Simon, un romanziere fallito; quella riunione di famiglia diviene il pretesto per fare una sorta di bilancio esistenziale. I figli la metteranno davanti al suo fallimento di madre, ruolo a cui ha anteposto passione politica e intellettuale.
Si tratta di due figure diverse, ma che nei due allestimenti si richiamano. In Apologia Kristin Miller sembra essere lo sviluppo contemporaneo di Arkadina, così come la pièce di Campbell sembra avere molte similitudini con il Gabbiano cechoviano. Il regista dello Stabile di Genova nel suo Gabbiano cita il Massimo Castri delle Tre sorelle, ma anche un teatro che disvela se stesso e che mette in scena con grande giocosità il dramma di quella società annoiata e in fondo narcisisticamente fallita, strizzando l'occhio anche alle trasposizioni televisive in bianco e nero della Rai del teatro in prima serata.
Il gabbiano di Sciaccaluga vive di una leggera fluidità in cui Elisabetta Pozzi – affiancata da un cast attento e in piena sintonia recitativa grazie alla mano puntuale del regista – costruisce una Irina Arkadina in levare, quasi trattenuta, per cui il suo essere paga di sé si traduce in una distanza e austerità che danno poche speranze di avvicinamenti. E se nel Gabbiano è lo spazio aperto, la ricostruzione fittizia di un lungo lago che dà su una sorta di nebbiosa landa desolata, in Apologia ci troviamo in uno spazio domestico, in cui il guardare alla finestra degli attori sembra suggerire una impossibile via di fuga. Fuga da quella madre: assenza di incombente presenza che ha condizionato le vite dei figli, li ha abbandonati. In tutto questo Elisabetta Pozzi mostra una sensibilità d'interprete che ammalia, costruisce e incarna la maturità di una donna chiamata a fare i conti con sé stessa e la sua vocazione intellettuale e forse accorgersi che il rapporto con i figli è definitivamente concluso e perduto.
Si ha quasi l'impressione – accostando i due ruoli – che sia la stessa Elisabetta Pozzi a voler fare i conti con sè stessa, con la vita dedicata alla passione e forse una maternità a questa sacrificata. Non c'è autocompiacimento, non c'è autocommiserazione, nei due personaggi di Irina e Kristin c'è forse quella consapevolezza più assoluta e feroce di loro stesse che le donne sanno frequentare senza farsi sconti e andando fino in fondo... Elisabetta Pozzi fa lo stesso e si regala due ruoli che dialogano alla distanza e che ne confermano la maturità di interprete e autrice di un teatro che racconta l'anima di una donna alle prese con le scelte e le rinunce fatte. Complimenti per il coraggio e la determinazione di interprete.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Venerdì, 31 Maggio 2019 06:17

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