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GIULIO CESARE - regia Alberto Oliva

"Giulio Cesare", regia Alberto Oliva "Giulio Cesare", regia Alberto Oliva

di William Shakespeare
adattamento di Alberto Oliva e Mino Manni
regia: Alberto Oliva
con Mino Manni, Alessandro Castellucci, Angelo Colombo, Simone Severgnini
scene e costumi: Lucia Giorgio
disegno luci: Marco Meola
assistente alla regia: Serena Piazza
produzione: Teatro de Gli Incamminati in collaborazione con I Demoni
Milano, Teatro Litta dal 9 al 15 novembre 2016

www.Sipario.it, 20 novembre 2016

Non c'è dubbio alcuno che la più fantastica attività umana è quella di pensare, ragionare, riflettere... in assoluta libertà sebbene non sia così facile come potrebbe sembrare a prima vista perché oltre ai condizionamenti palesi e indiscutibili ne esistono molti altri occulti e subdoli: è quindi necessario sapere, imparare, esaminare e non fermarsi alle prime impressioni tanto più che conoscenza non significa onniscienza, ma autocoscienza del fatto che più si sa e più ci si rende conto di non sapere. Il vero sapiente è come il vero signore: non si esibisce dandosi arie! Evviva dunque la proficua umiltà di chi sa, contrapposta alla saccente spocchia di chi illudendosi di essere superiore ad altri ostenta preparazione e competenze peraltro anche vere, ma mal gestite.

Tra i maestri di libertà di pensiero - in un periodo in cui politicamente non c'è una grande libertà: il governo di Elisabetta I, infatti, per quanto all'avanguardia è ben lontano dall'attuale democrazia pur se viziata e corrotta - eccelle William Shakespeare (Stratford-upon-Avon 1564-1616) che nel Giulio Cesare (The tragedy of Julius Caesar), tragedia in cinque atti scritta intorno al 1599, analizza tra l'altro le problematiche legate alla crisi della repubblica romana che dopo il martoriato periodo di una delle più complesse guerre civili (situazione temuta per il dopo-Elisabetta non solo dal Bardo) connotata dall'assassinio di Giulio Casare porterà all'impero con Ottaviano che peraltro salverà le apparenze affermando di governare in nome del senatus populusque Romanus (SPQR).

Premettendo che il concetto di democrazia nella res pubblica romana è diverso dall'attuale, dopo secoli di governo repubblicano la figura di Giulio Cesare che eccelle in intelligenza, prontezza, sagacia e qualità culturali, militari e politiche (a Roma i successi politici sono consequenziali a quelli militari), anche se non sempre così adamantino nei comportamenti, se da una parte esercita un fascino notevole sulla popolazione, dall'altra induce altrettanti timori nei politici e intellettuali dell'epoca, coscienti del 'profumo di libertà' proprio del periodo repubblicano e del fatto che Cesare nel corso delle sue imprese militari in Africa e Medio Oriente abbia sperimentato e guardato con sempre maggiore simpatia alle monarchie assolute.

L'opera - fondata sia sulla storia sia sulla traduzione da parte di Thomas North delle Vite dei nobili greci e romani di Plutarco - riduce a sei giorni eventi svoltisi dal 45 al 42 a.C. (dalla vittoria di Munda del 45 al suicidio di Bruto), analizza varie tematiche connesse al potere tra cui quelle della violenza e della possibile influenza esercitabile tramite la parola sul popolo e sviscera abilmente la psicologia di alcuni dei senatori che guidati da Bruto e Cassio il 15 marzo (Idi di marzo) del 44 a.C. assassinano Cesare (Roma 102/100 a.C – 44 a.C.) con 33 pugnalate.

Una tragedia dalle splendide pennellate rese con incisiva concisione e con chiarezza logica da Alberto Oliva, regista profondamente innamorato di Shakespeare, attraverso un'intelligente riduzione - trasformata in un'originale partita a poker con il Potere e Cesare rappresentato dal 're di cuori' - che se elimina la fuggevole triplice presenza fisica di Cesare (presente nel testo originale), accentua quella viva, pulsante e incombente del suo pensiero e della sua azione palpabile dalle varie reazioni dei congiurati tra cui Bruto, Cassio e Antonio di cui sono delineati vizi e virtù: emblematico Bruto i cui ideali finiranno con l'annientarlo.

In fondo anche il giovane regista milanese come Shakespeare lascia lo spettatore libero di decidere da che parte stare e nella storia si sono creati due schieramenti opposti: quelli favorevoli al pensiero di Bruto tuttavia con molte remore sul finale violento e quelli contrari sia al giudizio su Bruto che avrebbe salvato la patria sia al Cesaricidio: comunque si pensi, risulta palese la tragica contraddizione tra fine e mezzi.

Lo spettacolo è facilmente fruibile anche dai giovani cui forse può piacere quel rendere pseudo truculento l'assassinio imbrattando completamente la carta del re di cuori: una scena più essenziale sarebbe più aderente con le apprezzate chiarezza e linearità.

Wanda Castelnuovo

Ultima modifica il Lunedì, 21 Novembre 2016 06:13

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