sabato, 04 luglio, 2020
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FEDELI D'AMORE - regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

Ermanna Montanari in "Fedeli d'amore", regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto Enrico Fedrigoli Ermanna Montanari in "Fedeli d'amore", regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto Enrico Fedrigoli

polittico in sette quadri per Dante Alighieri 
di Marco Martinelli 
ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari 
spazio e costumi Ermanna Montanari e Anusc Castiglioni 
musica Luigi Ceccarelli, tromba Simone Marzocchi

regia del suono Marco Olivieri
setar persiano in audio Darioush Madani

realizzazione musiche Edisonstudio Roma 
ombre Anusc Castiglioni, disegno luci Enrico Isola 
in scena Ermanna Montanari 
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro in collaborazione
con Fondazione Campania dei Festival - Napoli Teatro Festival Italia 2018 e Teatro Alighieri di Ravenna 

Teatro Elfo Puccini | Sala Fassbinder | 10 - 15 dicembre 2019

www.Sipario.it, 21 novembre 2019

L’asino in croce. Una delle immagini più potenti del testo che Marco Martinelli ha composto per questo “Fedeli d’amore”. Un polittico in sette quadri che parte da Dante sul letto di morte nella Ravenna del 1321, in un settembre nebbioso e umido. Ed è proprio la nebbia a parlare aprendo la scena con la voce sibilante di Ermanna Montanari.  
La prima immagine si profila. Una finestra dimenticata aperta, la nebbia che dilaga, che si innebbia nella stanza. Il morente sul letto corroso dalla febbre. Una specie di genius loci la nebbia, che pervade tutto e taglia come un sipario il mondo, lo vela e svela in continuazione. In realtà qui non si tratta  di raccontare la fine del grande poeta. L’attacco è musicale. Ogni quadro, una musica diversa. Versi brevi, ritmati, incistati di dialetto romagnolo, fino al verso-fonema-raglio di “A so ste me/ me/ me / a so ste me”. Questo di apertura è un movimento lento, esalante, quasi solenne. La nebbia sa anche che i 13 canti del Paradiso sono nascosti in quella stanza, dentro a una nicchia coperta da una stuoia.
La scena della sala Fassbinder è spoglia. Solo un leggio; un fondale-schermo che accoglie le proiezioni; le luci che piovono sulla sagoma salmodiante della Montanari; un alone pallido luminoso che appare-scompare dietro il fondale, dentro al quale Simone Marzocchi urla nella tromba. E la musica di Luigi Ceccarelli. Ora percussiva, ora insinuante, ora disteso mare che avvolge con un pulviscolo d’oro le parole staffilate, scolpite, modellate, scavate, ingolate, sputate dalla voce. Se in apertura il testo ci presenta il poeta morente sul letto, nell’indifferente occhio onnivagante della nebbia, in chiusura ci regala il conforto di una presenza umana: la figlia Antonia, al capezzale del padre, nel penultimo quadro, cui segue “una fine che non è una fine”. In mezzo, una dantesca invettiva in 4 tempi, che Martinelli, traendo spunto da personaggi e temi della Commedia, innesca, in una sorta di transfert col padre della poesia italiana, come una consegna da poeta a poeta, sui temi dello sdegno civile che si intrama fin nel nostro presente, nell’amara constatazione di quanto in fondo l’Italia di oggi non sia così diversa da quella d’allora. Nel libro appena uscito da Ponte alle Grazie “Nel nome di Dante”, il drammaturgo delle Albe approfondisce questo tema, e la lotta prima tra Guelfi e Ghibellini e poi tra Guelfi Bianchi e Neri che insanguina Firenze, e infine tra Bianchi e Bianchi trova malgrado il tempo passato riscontri nella nostra storia nazionale recente. E’ un criminale bisogno di rapina che muove spesso le azioni umane, e che da rapinare ci sia il povero o la terra o la natura la cosa non cambia. E guerra, guerra dappertutto. In questo l’antico animale umano in fondo non è cambiato, viene da pensare. Sempre animale e, nel nostro caso, sempre italiano. Animale italiano, verrebbe da dire. Se non fosse che a una bestia – ma chissà, forse a lei è concessa, per proiezione nostalgica, ciò che all’uomo pare impedito – tocca provare un po’ di compassione. E ritorniamo all’immagine con cui abbiamo aperto: a quel somaro “in croce che ricorda”. Come se si potessero salvare umiltà e compassione solo riconoscendole e proiettandole su un animale proverbialmente ottuso e testardo. Ma questo è un somaro speciale: è lui che ha trasportato Dante su una “groppa fatta a croce”; che ha portato innumerevoli cristiani, e che “am la sento coma na frida”, “la sento come una ferita”; e “ho il segno della croce sulla groppa”. Ed è così che questa bestia ha una straordinaria intuizione: cioè che “il mondo/ è fatto a croce”: “Gli uomini basta che allarghino le braccia/ sono fatti a croce/ gli alberi (…) /pregano con i loro rami/ sono fatti a croce”, “e tutti quegli animalini/ anche i più piccoli/ sono fatti a croce”. Qui la voce di Ermanna Montanari affonda in un’animalità inquietante e luminosa insieme, e riesce a rendere, attraverso la duttilità sonora del verso in dialetto il farsi stesso del raglio, il suo formarsi, risuonare, fuoriuscire, ringolarsi e ribattere per cavernose pareti interne, per sbalzar fuori ancora nell’urlo nel canto somaresco della croce. E’ anche un momento di alta poesia, tutto mosso e scosso dalla percussività espressionista del romagnolo, che richiama certi voli testoriani, o certi passi del meditare straziato di un Turoldo. Un canto che si sia imbestiato in un animale cui la coscienza di sé frana fin quasi alla coscienza del divino: non un lamento in realtà, ma una lode.
E che cos’è politica? Forse queste “violenze e scontri tra i fratelli/ anche tra quelli della stessa parte”? Dante che nel suo tortuoso percorso nella politica fiorentina di colpo rimane solo, in esilio, e si distacca da questa Italia che “scalcia se stessa” – per dirla con il titolo di una delle sezioni –  nella virulenza delle scissioni delle scissioni. A un certo punto c’è un allontanarsi da “questa politica”, fa per sé, il poeta, forse perché capisce che politica è questo “dividere e dividere e dividere/ finché non resta più nulla/(…) /? Ed ecco una torsione concettuale improvvisa, come quella del somaro che vede la croce: “E non c’è più parte/ perché non c’è più Cielo/ là in alto/ SUPERIOR/ un Cielo superiore a te e a me/ (…)/ Un Cielo che non è degli astronauti/ un Cielo dentro di te e di me/ al quale obbedire, lieti/ un Cielo di luce/ che nessuna ombra/ nessun rancore/ nessuna gelosia possa scalfire.” Per finire con un’immagine che ci ricorda il dolore del distacco e la prospettiva del risveglio: come a Tommaso, il suo maestro, che della sua “Summa” disse “mi sembra paglia”, anche a Dante “sembra che il suo poema non sia che paglia”; ma ecco la “gloriosa bambina” novenne, che muove Amore, Beatrice, che gli appare, poco prima della fine: “io Dante/ un cerchio dentro a un cerchio dentro a un cerchio/ e Luce/ Luce.” 

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Sabato, 21 Dicembre 2019 23:16

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