martedì, 12 novembre, 2019
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FINALE DI PARTITA - regia Andrea Baracco

Glauco Mauri e Roberto Sturno in "Finale di partita" regia Andrea Baracco. Foto Manuela Giusti Glauco Mauri e Roberto Sturno in "Finale di partita" regia Andrea Baracco. Foto Manuela Giusti

di Samuel Beckett
Con Glauco Mauri, Roberto Sturno
e con Elisa Di Eusanio, Mauro Mandolini
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Giacomo Vezzani
Regia Andrea Baracco
Produzione Compagnia Glauco Mauri Roberto Sturno
Roma Teatro Eliseo dal 26 settembre al 15 ottobte 2017
Firenze Teatro della Pergola d al 9 al 18 gennaio 2018 (con tournée)

www.Sipario.it, 18 ottobre 2017

OLTRE L'ORIZZONTE DEL NICHILISMO
Inizia dall'Eliseo di Roma la tournée italiana di "Finale di partita" con Glauco Mauri e Roberto Sturno. Regia di Andrea Baracco.

Più che ad una abitazione (comunque infima, da 'postuma' deriva) la scenica "ossatura" di questo ennesimo eppur avvincente, circospetto, persino commovente "Finale di partita" rimanda ad una specie di latomia post-atomica, da "notizie dal diluvio" a destinatari sconosciuti. Hamm (Glauco Mauri), che è vecchio, cieco, collerico (e relegato su una seggiola a rotelle) contrasta e condivide il suo tempo immoto con una sorta di famiglio di nome Clov (Roberto Sturno), fibrillante 'dentro e fuori', caotico nei pensieri e nei gesti: entrambi auto reclusi entro un perimetro palesemente claustrofobico, ma 'degustato' (malmostosi, masochisti) come arresti domiciliari al riparo da qualsiasi insidia o contatto con l'altro-da-sé-stessi.
Azzarderemmo – con tutte le cautele del caso- una sorta di traslazione archetipo- ancestrale, iperbolica di ciò che Joseph Losey ebbe modo di notomizzare, sino alle estreme conseguenze, nel suo "piccolo" indimenticato capolavoro (rivedetelo, se potete) "Il servo", filmico kammerpiel del 1963 sull'antinomia delle relazioni fra sottomesso e padrone (memorabili Dick Bogarde e James Fox), "rammendato" (sceneggiatura, dialoghi) come istruttoria socio-antropologica, ambivalenza di soggezione e mentale crudeltà nella lotta di classe (modello insuperato: "Signorina Giulia" di Strindberg) dal grande Harold Pinter.
Situazioni concentrazionarie e psicotiche che, in Beckett, si ammorbano in esausta reiterazione di movimenti e di tic: con Clov sempre ad passo fuori dalla porta\comune, "sempre in procinto di varcare la soglia e fuggirsene dal reclusorio" – ed un Hamm, affannato, vaticinante, irremovibile che "lo invita costantemente a varcare la soglia...a levarsi di torno" Ovviamente, l'inanità, la rassegnazione funesta, la mancanza di volontà (o diversamente fare? Cosa?) riconduce ogni "particella elementare" al suo originario stato -di -stallo e inedia interiore.
Trattandosi di un dramma tesi, ovvero "allegoria teatrale di una condizione umana condannata a trascinarsi per forza d'inerzia e senza alcun privilegio per gli abbienti" (cito a memoria un'asserzione dell'autore), i minimali accadimenti da cui essa "è afflitta" denotano, al massimo, il tedio del 'dover proseguire', nonostante tutto (e diversamente dal più drastico Thomas Bernhard, teorico del 'suicidio causa stillicidio'), come il più rituale dei diversivi cui si dedica Clov, quando si affaccia alla finestra nominando il mare "ma, al di là, dovrebbe esserci il vuoto" - e, subito dopo, il gusto di riannodare sterili alterchi con Hamm.
V'è anche da precisare che i due personaggi non si "esternano" in totale solitudine. Ai un lati del proscenio, a poca distanza dalla quinte, due comprimari (Elisa Di Eusanio e Mauro Mandolini, eccellenti), piuttosto ignudi, privi di "vestizioni" pirandelliane (che fu, per lui, sentimento di esiziale pietas), ma stesi sui cassonetti dell'immondizia, "dovrebbero dare la minima idea" di essere i due decrepiti padre e madre di Hamm, amputati di gambe e residuali facoltà intellettive.
Fantasmi di un'umanità in deterioramento, "privi di senso vitale, se mai un senso vi fu, irrazionali e interdipendenti", gli inquieti ectoplasmi di "Finale di partita" rivivono, in questo lineare ma non pianeggiante allestimento di Andrea Baracco ben lontani dagli stereotipi consolatori del "teatro dell'assurdo" e "nichilismo esistenziale" di complemento-compiacimento . O meglio, se tale appare la cornice della messinscena (cui si uniformano scene, costumi e musiche di sottofondo), quella che a noi sembra più immediata, intellegibile, intrigante è invece la potenziale interpretazione del costrutto drammatico in chiave inusitatamente etica, politica, non priva di una sua proponibile lettura di "ordinaria" attualità.
Basta solo chiedersi se, oltre quell'esistenza miserrima e vegetativa di cui Mauri e Sturno sono formidabili, compostissimi "esemplari", non esista l'avvistamento di un 'day after', di un azzeramento della dignità umana cui ci espongono (ogni giorno che Dio manda in terra) le strategie della globalizzazione selvatica e sregolata, l'impoverimento morale e materiale di chi (per quanto ancora?) se ne sente al riparo. Più la tremenda profezia di Einstein secondo il quale "per la quarta guerra mondiale (quella in corso è frammentata,n.d.r.) basteranno pietre e clavi".
Staremo a vedere... ?

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Giovedì, 19 Ottobre 2017 22:24

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