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ENRICO IV - regia Franco Branciaroli

"Enrico IV", regia Franco Branciaroli "Enrico IV", regia Franco Branciaroli

di Luigi Pirandello
con Franco Branciaroli, Viola Pornaro, Giorgio Lanza, Antonio Zanoletti, Valentina Violo, Tommaso Cardarelli, Giovanni Battista Storti, e con Sebastiano Bottari, Andrea Carabelli, Mattia Sartoni
regia Franco Branciaroli

scene e costumi Margherita Palli

luci Gigi Saccomandi

CTB Centro Teatrale Bresciano
Teatro de Gli Incamminati
Torino, Teatro Carignano dal 5 al 17 gennaio 2016

www.Sipario.it, 6 gennaio 2016

TORINO - Cos'è la Storia, se non un palcoscenico caotico dove il "povero idiota" di shakespeariana memoria s'illude di determinare il corso degli eventi, mentre invece vi partecipa come una marionetta mossa dai fili della follia e dell'egoismo? Nello scrivere l'Enrico IV, Luigi Pirandello si sofferma su quell'antieroe che sceglie di rifiutare di recitare una parte del genere. Nella Storia si può anche trovare un comodo rifugio, scoprire il piacere di vivere situazioni già determinate dei cui esiti non è necessario preoccuparsi, evitando così l'angoscia dell'ignoto che affligge l'uomo moderno.
La pièce affronta la paradossale vicenda di un ricco gentiluomo senza nome, che, cultore della figura dell'Imperatore Enrico IV di Franconia, durante una rievocazione storica, cade da cavallo battendo violentemente la testa. Da quel momento, occorso vent'anni prima, vive convinto di essere l'Imperatore, isolato nella sua casa di campagna e circondato da uno stuolo di servitori e consiglieri, rigorosamente in costume d'epoca, così come in costume devono vestirsi tutti coloro che vadano a visitarlo. Assecondato dalle persone che lo circondano, questo fittizio Imperatore si ritrova così al centro di una farsa ben orchestrata, che fa di questa pièce un suggestivo e inquietante momento del teatro nel teatro, di finzione della finzione, e al cospetto di Enrico IV, tutti coloro che indossano un costume d'epoca si sentono ridicoli. E con il proposito di causare all'uomo un forte ma benefico choc, si recano da lui, accompagnati del medico alienista Dionisio Genoni, gli amici di un tempo: Matilde Spina, la donna amata da Enrico, e il suo attuale amante, quell'ambiguo Tito Belcredi, antico rivale di Enrico. Dopo un primo approccio, l'idea è quella di mettere davanti Enrico e Frida, figlia di Matilde, che somiglia molto alla madre com'era in gioventù. Da questa visione ci si augura che all'uomo si snebbi la mente.
Così, rigorosamente abbigliati con abiti medievali, vengono intrattenuti dall'Imperatore su questioni storiche relative ai rapporti fra l'Impero e il Papato, e la corruzione del clero. Se non che, alcune allusioni di Enrico al colore dei capelli di Matilde, fanno sospettare alla donna di essere stata riconosciuta nella sua vera identità, al di là della finzione storica. Nel corso della conversazione, condotta con imbarazzo da parte degli ospiti, e con studiato sadismo da parte di Enrico, scopriamo un Franco Branciaroli che, nel ruolo dell'Imperatore si rivolge alla vecchia amante e al suo rivale con tono solenne, declamatorio, ma nasalizzato e pieno di sottaciuta ironia - quasi un novello Tancredi di gattopardesca memoria -, che diviene una sorta di pietà verso tutti coloro che lottano nell'illusione di dominare la realtà.
Matilde Spina è invece l'annoiata aristocratica intrappolata nelle convenzioni e nella vuotezza della vita quotidiana, interpretata da una convincente Viola Pornaro, bella e artisticamente frivola, sensualmente divisa fra il ba-ta-clan e un salotto romano. Specchio della società ambigua, egoista, materialista, è quel Barone Tito Belcredi - cui presta il volto Giorgio Lanza -, che ama Matilde di un amore interessato e viscido. Antonio Zanoletti dà vita a un Dottor Genoni comicamente pedante, a tratti appena un po' isterico, che esercita la professione come fosse un gioco attraverso il quale fare bella mostra di sé, un compiacimento che l'attore lascia intendere nel divertente tono enfatico della sua recitazione. È lo stesso dottore che, curvo su una macchina da cucire, appronta i costumi per la seconda parte del piano, quando anche la giovane Frida dovrà entrare in scena. Simbolicamente, approntato dal medico, il travestimento è l'involucro della psiche umana che è l'oggetto dei suoi studi, a dir poco inconcludenti.
Sul palco, si assiste alle macchinazioni puerili, ai dubbi nei quali sono piombati Matilde e Tito circa la reale pazzia di Enrico, e il timore di Frida di dover fronteggiare quest'uomo enigmatico, sia pure per pochi momenti. Frida, interpretata da Valentina Violo, è una smaliziata adolescente che segue abbastanza fedelmente le orme della madre, cui somiglia molto per aspetto e carattere, e che, al pari di Viola Pornaro, si muove sul palcoscenico con studiata eleganza femminile, propria della donna che sa di piacere.
Lo spettacolo ha una prima epifania quando l'uomo decide di svelare l'inganno ai suoi consiglieri: per tutti questi anni, ha soltanto finto di essere Enrico IV. Sulle prime increduli e sorpresi, subito dopo, ascoltano attentamente la spiegazione che l'ormai ex Enrico dà loro, discettando sulla falsità e l'ipocrisia che avvelenano l'esistenza di chi si reputa "normale". Una scena suggestiva, che si svolge su un azzurro fondale dove si staglia una grande luna piena, che aumenta la solennità del tono di Branciaroli, la cui dizione ricorda Marlon Brando nel Giulio Cesare di Shakespeare. Aggiungendovi però la malinconia di chi avverte l'impossibilità di fuggire dalla "normale follia" dell'esistenza quotidiana. E infine, la resa dei conti: la scenografia diventa un metafisico carnevale addobbato di figure cavalleresche e cornici distorte (a simboleggiare ritratti di persone modificati dal tempo), Frida fa il suo ingresso, e davanti a lei, Enrico svela a tutti l'inganno che ha tenuto in piedi in questi venti anni, abbandonandosi a un lungo, toccante monologo sull'essenza della pazzia, la sua diffusione fra gli individui, la necessità di prenderne coraggiosa coscienza, e il tentativo di arginarla. Perché vincerla, non si può.
Ognuno resta sempre fisso sul concetto che ha di sé stesso, nonostante il trascorrere del tempo e le esperienze della vita modifichino la personalità. È questa la maschera che si assume verso gli altri, una maschera che diviene follia, ma a prima vista la follia sembra essere quella di colui che si finge Enrico IV. Pirandello, invece, ci dà di quest'uomo - che ha scelto d'isolarsi da un mondo che più non lo attrae -, una lettura di eroe positivo, ovvero dell'uomo che rompe con una realtà fittizia, per ritirarsi in un passato storico già vissuto da altri, e quindi senza sorprese. Un personaggio eponimo di un'intera generazione di "refrattari" dell'ultimo Ottocento e del primo Novecento, ribelli e dandy mancati, schiacciati da un eccesso di sensibilità, e che scelgono di appartarsi per non dover subire una realtà a loro ostile. Si scopre così il dramma di un uomo che la società ha da sempre ritenuto pazzo, per quel suo rifiuto dell'ipocrisia, e per la consapevolezza che nessuno sia immune dalla follia. Un pensiero scomodo per la morale borghese, per cui la maschera è il necessario paravento per azioni poco meritevoli, o al di fuori della morale. Ed ecco allora che, velatamente, sfumando il testo originale, Branciaroli/Enrico lascia intendere che a provocare la sua caduta da cavallo sia stato l'infido Barone Belcredi, mosso dalla gelosia della sua relazione con Matilde. La quale, convinta della sua pazzia, si lascia poi tranquillamente sedurre dal Barone. La vendetta di Enrico giungerà nel concitato finale, una vendetta dovuta alla paradossale urgenza di volersi rituffare nella pazzia, disgustato e spaventato dalla realtà che incombe nuovamente su di lui.
La forza di Enrico sta nell'aver scelto di escludersi da un mondo ipocrita, per lanciare contro di esso pacati strali non d'ira ma di benevola condiscendenza, paradossalmente più pungente dell'ira. Impossibile, però, ottenere una vittoria definitiva sugli altri e sulla follia. Ecco perché Pirandello scelse Enrico IV come personaggio nella cui storia si rifugia il protagonista della pièce: pur valoroso e determinato, l'Imperatore non riuscì a piegare il potere papale rappresentato da quel Gregorio VII che gl'impose le "forche caudine" di Canossa, e i cui vescovi simoniaci ben simboleggiano l'ipocrisia e la malvagità, che ancora affliggono il genere umano.
Pur con alcuni brevi tagli al testo originale, Branciaroli ne mantiene intatta la ricchezza concettuale, lasciando sullo sfondo l'aspetto passionale della vicenda, e concentrandosi sulla tematica psicanalitica della follia come condizione dell'individuo.
Uno spettacolo allestito con eleganza, caratterizzato da belle scenografie che ricordano la pittura metafisica di Giorgio De Chirico, sfondi ideali per rappresentare la presenza dell'uomo nella realtà, e la distorta percezione che ha della sua presenza stessa. La regia di Branciaroli ha curata la coralità della vicenda, bilanciando con attenzione la preminenza di Enrico IV con quella dei personaggi che gli ruotano attorno. E i due monologhi sulla follia, che sono il vero cuore dello spettacolo, s'incastonano con grazia in questo perfetto meccanismo teatrale che, con amara lucidità, affronta il paradosso della finzione della pazzia quale chiave per scoprire la falsità di coloro che si ritengono "normali".

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Venerdì, 08 Gennaio 2016 12:45

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