sabato, 18 maggio, 2024
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ERKIN - regia Pino Petruzzelli

"Erkin", Pino Petruzzelli "Erkin", Pino Petruzzelli

Una favola in musica per il Pianeta Terra
testo, interpretazione e regia PINO PETRUZZELLI
Musiche di Claude Debussy, Dmtrij Šostakóvic, Igor Stravinskij, Ennio Morricone, Tomaso Albinoni, Heitor Villa-Lobos,
eseguite dal vivo da Cecilia Oneto, flauto, Giovanni Battista Costa, clarinetto, Angelica Larosa, oboe, Francesco Travi fagotto
Una coproduzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse, GOG e Teatro Ipotesi.
In prima nazionale alla sala Trionfo dei Teatri di S.Agostino di Genova dal 12 al 14 Aprile 2024

www.Sipario.it, 19 aprile 2024

Quando l'Umanità si separa dalla Natura si separa anche da se stessa, e dentro di essa si separano l'uomo dall'uomo e la donna dalla donna e, infine, l'uno dall'altro, incapaci quasi di 'toccarsi' fisicamente e psicologicamente nella loro profonda e condivisa irriducibilità, oltre la barriera trasparente ma insuperabile di una innaturale 'virtualtà' che non usa più la parola come strumento del sentimento ma come desertico segno della propria solitudine.
Erkin è un pesce, ma è anche quell'uomo e quella donna rimasti soli nell'ultima pozza del disseccato orizzonte del Lago d'Aral, metafisico, ultra-storico forse, ma concreto universo gnostico che sconosciuto e inconoscibile ci circonda.
Incapace ormai di respirare ogni suo sentimento vitale, con le sue branchie otturate dal sale della solitudine di una impossibile traversata del deserto dei tempi, resiste però come qualcuno di noi o meglio qualcuno dentro di noi.
Unico veicolo che lo lega alla sua storia e al suo futuro la musica, inesauribile serbatoio di sentimento, la musica dal vivo che in scena circonda il drammaturgo narratore Pino Petruzzeli mentre compone le sue parole come un mosaico ritrovato sotto la cenere della Pompei che stiamo diventando.
Un veicolo melodico per attraversare ed un ascensore linguistico per salire, grotowskianamente forse, al pneuma divino, qualunque senso vogliamo dare a questo aggettivo, e universale che ci sovrasta dentro la profondità non più dicibile del nostro esserci 'perduti' nel labirinto del mondo.
Più che di una fiaba si può parlare di una Parabola che ricorda nei suoi tratti profondi la visione religiosa di Lev Tolstoj, intrisa nel paradosso di un Dio così poco ecclesiale che, in quanto tale, non può essere conosciuto, ma a cui deve comunque tendere una conoscenza che non passa per le parole che lo dicono ma solo nell'esperienza di sé e di Lui.
Vale la pena citare un aforisma del grande scrittore russo, riportata in appendice al suo racconto Padre Sergij e che ci sembra coerente: “In questa coscienza di sé non come d'un essere separato corporeo e mortale, bensì come d'un essere indiviso, spirituale e immortale, consiste appunto l'essenza di quel nuovo essere che nasce nell'uomo al nascere della sua coscienza razionale”.
Protagonista è la parabola di quel pesce senza più pescatore e non più pescatore di se stesso, ma lo scenario è drammaticamente storico e riguarda il progressivo essere disseccato del mare d'Aral, quel grande lago interno tra Uzbekistan e Kasakistan, quasi definitivamente scomparso a partire dalla tarda epoca sovietica a causa di dissennate pratiche irrigatorie delle piantagioni di cotone, e rimasto un buco della memoria e delle vecchie carte geografiche, un buco nero ora al posto di un disegno azzurro e pieno di vita.
In questo c'è la metafora del moderno ed insieme il paradosso di una Umanità che vuole con orgoglio smisurato fare meglio della natura facendo a meno della natura stessa, poiché la causa di un tale disastro ecologico è stata proprio il progetto, in fondo un po' faustiano, di rendere 'produttivi' oltre misura i deserti circostanti, barattando la propria anima e anche la propria eternità per un desiderio di un oggi che non prevede un futuro altro da sé.
Tutto questo è Erkin, ma Erkin è anche 'poesia' capace di fecondare lo sguardo, la poesia che è sentimento della vita che ritornando a sé stessa non si esaurisce e che ci 'tocca', non solo nel senso di toccarci appunto nel nostro corpo, ma anche in quello che la poesia ci è dovuta sempre, per ritornare ad alimentare ancora, come un affluente liquido ed azzurro, il lago della mente e quello del cuore.
Così Petruzzeli molto significativamente scende alla fine della sua narrazione tra noi e letteralmente 'ci tocca', tocca le nostre braccia e le nostre mani per farci capire che c'è, per farci capire che ci siamo.
Intanto il pesce Erkin è diventato un uccello ed è volato via verso i cieli della speranza comune.
Ma se non avessimo compreso fino in fondo, allora il drammaturgo ci ricorda un film del 1986 di Andrej Tarkoskij, anch'egli russo e intriso di quel senso della vita di cui in precedenza, dall'icastico titolo Sacrificio che, all'interno di una tragedia niccianamante 'Umana, troppo umana' di un uomo che, come Abramo ma senza essere fermato da alcun Dio, sacrifica la propria famiglia per salvare un mondo minacciato da una misteriosa catastrofe, contiene la luce di un 'cameo', la narrazione di una antica fiaba che Petruzzelli ci ripropone.
La fiaba di un vecchio che per anni e anni ogni mattina sale la montagna per innaffiare, tra lo scherno 'razionale' dei molti, un albero secco da tempo immemore, fino a che quell'albero, contro tutto e contro tutti, rinasce nelle sue verdi foglie.
Forse l'albero secco dell'Umanità ha ancora speranza se sapremo riaprire i nostri occhi.
Uno spettacolo bello, profondo e singolare sotto molti aspetti, da quello narrativo a quello linguistico, dalla estetica della messa in scena all'approccio latamente metafisico che è capace di dare orizzonte universale a tematiche di purtroppo stringente attualità.
Molto e giustamente appaludito.

Maria Dolores Pesce

Ultima modifica il Venerdì, 19 Aprile 2024 16:25

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