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DUE GEMELLI VENEZIANI (I) - regia Antonio Calenda

I due gemelli Veneziani I due gemelli Veneziani Regia Antonio Calenda

di Carlo Goldoni
con Massimo Dapporto (Tonino-Zanetto)
e con, in ordine di apparizione, Alessandra Raichi (Rosaura), Giovanna Centamore (Colombina), Francesco Gusmitta (Brighella) Umberto Bortolani (Pancrazio), Marianna de Pinto (Beatrice), Carlo Ragone (Florindo), Felice Casciano (Lelio), Adriano Braidotti (Arlecchino), Lamberto Consani (Bargello), e con la partecipazione di Osvaldo Ruggeri (il dott. Balanzoni)
scene: Pier Paolo Bisleri, costumi: Elena Mannini, ideazione luci: Sergio Rossi
musiche di Germano Mazzocchetti
regia: Antonio Calenda
Milano, Teatro Manzoni, gennaio 2008

La Repubblica, 12 gennaio 2008
Il Giorno, 10 gennaio 2008
Il Giornale, 22  gennaio 2008
Corriere della Sera, 13  gennaio 2008
Corriere della Sera, 13  gennaio 2008
Dapporto diviso tra due gemelli simpatici e diversi

Zanetto e Tonino sono identici d'aspetto ma opposti per indole e atteggiamento: quanto è sciocco e legato alla roba il primo, ricco mercante in cerca di moglie, tanto è disinvolto e viveur il secondo, uomo di mondo che le donne le corteggia ma senza volersi impegnare. Sono loro I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni, commedia che il grande veneziano scrisse nel 1747, poco prima della sua riforma, per il celebre Pantalone Cesare d'Arbes e che ora Antonio Calenda mette in scena in un allestimento prodotto dallo Stabile del Friuli Venezia Giulia affidando il doppio ruolo del titolo a Massimo Dapporto. L'attore si dimostra pienamente a suo agio nella divertente girandola di equivoci della pièce, come anche nel dialetto veneziano che sa padroneggiare fin nelle sfumature, dando al goffo Zanetto una parlata lievemente strascicata che si distingue dal piglio più sicuro del mondano Tonino senza forzature, con una naturalezza che convince. Come convincono le prove degli altri attori della compagnia, tra cui le brave "morose" e false rivali Alessandra Raichi e Marianna de Pinto, le scenografie di sobria eleganza di Pier Paolo Bisleri e l'intero insieme dell'allestimento di Calenda, garbato e classico senza risultare polveroso.

Simona Spaventa

Dapporto trasformista esalta la comicità umana dei Gemelli veneziani

La pièce di Goldoni diretta da Calenda è ben interpretata da un ottimo cast

Con "I due gemelli veneziani" di Goldoni, nell'edizione dello Stabile di Trieste, il Teatro Manzoni ha fatto un bel regalo di Capodanno al suo pubblico. Rispetto del testo, regia colta e raffinata di Antonio Calenda, un'interpretazione di classe di Massimo Dapporto che nelle due parti dello zotico Zanetto e dell'incivilito Tonino si tiene lontano dai toni farseschi di precedenti allestimenti (come quello, ancora vivo nella memoria, di Alberto Lionello), per attingere a una comicità "dal volto umano", un cast di qualità in cui primeggia l'acrobatico Arlecchino del giovane Braidotti, la nitida e ingegnosa scenografia di Pierpaolo Bisleri e gli eleganti costumi di Elena Mannini: non manca nulla, allo spettacolo, per figurare tra le migliori produzioni per il trecentesimo della nascita del grande veneziano. Lo spettacolo, insomma, accredita un Goldoni senza la polvere e gli orpelli del tempo, risolutamente moderno come lo sono i capolavori. Ispirato dalle doti trasformistiche del famoso Pantalone dell'epoca Cesare d'Arbes, scritto nel periodo pisano dell'autore, ancora incerto fra l'avvocatura e la tentazione di cedere alla passione teatrale, "I due gemelli" muove dal ceppo antico delle commedie plautine per anticipare la riforma dei caratteri e del "realismo" goldoniani; e quasi sembra che la genialità dell'autore, messa in rilievo dalla regia aggiornata ma ineccepibile di Calenda, avesse dato mano con due secoli di anticipo alla comicità dell'assurdo. Si poteva temere che Dapporto, per certi trascorsi, derivasse verso una comicità a buon mercato. Invece no: la sua doppia prova si basa su un intelligente trasformismo che ignora gli effetti facili per cesellare, in simbiosi con il regista, il prezioso testo. Il contadinesco Zanetto e il "cortesan" Tonino sono non due stereotipi ma belle anticipazioni del "teatro riformato". E la morte di Zanetto, avvelenato dal geloso Pancrazio di Umberto Bortolani, è una magistrale scena di humour noir. Preso dal rapinoso intrigo il pubblico distribuisce applausi a scena aperta a Dapporto e agli altri attori: il Braidotti e il Gusmitta, che è un attorcigliato Brighella, Osvaldo Ruggieri (il dottor Balanzoni), Alessandra Raichi (Rosaura), Marianna de Pinto (Beatrice) e Giovanna Centamore, spettegolante Colombina; Felice Casciano (Lelio) e Carlo Ragone (Florindo).

Ugo Ronfani

Che brutta regia: ma l'eroe Dapporto salva Goldoni

Non è un mistero che I due gemelli veneziani, opera d'incantevole languore e spietata crudeltà del cogidor Carlo Goldoni, riprende il tema del doppio, dell'altro da sé, del diverso che da uno specchio capovolto contempla l'uguale che sta alle origini del teatro moderno. Dai Menecmi di Aristofane, per non parlare di tutti gli Anfitrioni possibili e immaginabili fino alla perversa intuizione del Dottor Jekyll di Stevenson, l'uomo in bilico tra essere e apparire è divenuto una costante inderogabile della nostra vita. Sospesa tra paradiso e inferno in mancanza di quella risposta risolutiva che invano attendiamo dall'alto dei cieli.

E che Goldoni si limita con tagliente eleganza a far trasparire da questo capolavoro mai abbastanza lodato che fornì prima a Lionello nella regia di Squarzina e, in tempi più recenti, a Popolizio nel bellissimo allestimento di Ronconi l'occasione di mostrare per esteso il vocabolario del grande attore. Diciamo questo per ribadire la verità di Lapalisse: ci son testi fatti apposta per il virtuosismo dell'interprete che, in questo caso, fa storia a sé anche quando manca clamorosamente, come avviene nei Due gemelli veneziani firmati da Calenda, qualsiasi indicazione di regia. Cosa accade dunque in questa edizione, che comunque si raccomanda per lo strepitoso virtuosismo di Massimo Dapporto che si prodiga da cima a fondo con risultati quasi insuperabili nel caratterizzare la naiveté assoluta di Zanetto di contro al solido pragmatismo di Tonino?

Non assistiamo - come sarebbe auspicabile - all'assedio della Serenissima da parte di un individuo scisso nelle componenti fondamentali dell'azione e del pensiero, ma al trionfo della Supermarionetta. Qui guidata da un interprete cui non difetta la rara virtù di stupire. Capita infatti a Dapporto quel che a suo tempo accadde a Totò che, al di là della mediocrità dei registi che gli toccavano in sorte, emergeva grazie al suo irresistibile istrionismo. Guardatelo, all'inizio di questo scialbo vaudeville, come esce dalla carrozza, ammiratelo mentre distilla goccia a goccia il veleno che lo ucciderà, applauditelo quando, redivivo nelle vesti di Tonino, conclude il mercato di quel matrimonio che sembrava compromesso e avrete la misura della sua arte. Al punto di precipitarvi a teatro facendo tabula rasa di una regia che non c'è.

Enrico Groppali

Un bravissimo «doppio» Dapporto

Il classico tema teatrale dei gemelli che corre da Plauto a Shakespeare viene rivisitato da Carlo Goldoni in una divertente commedia del 1747 I due gemelli veneziani che introduce la nota «perturbante» della diversità dei caratteri. Uno dei gemelli, separati alla nascita, Zanetto, è infatti uno sciocco, mentre l' altro, Tonino, è un brillante avventuriero. Della girandola di equivoci che la loro simultanea presenza a Verona per prendere moglie alimenta e della diversità di comportamenti che i due hanno nei confronti delle stesse persone, si nutre la commedia che finirà con la morte di Zanetto per mano di un bieco personaggio dall' animo da Tartufo che scoperto si suiciderà. Morti buffonesche che suscitano il riso e non certo la lacrima e permettono al viluppo della trama di sciogliersi. Le vicende dei gemelli e delle loro future spose sono messe in scena, in una Verona piena di uomini opportunisti e pavidi, di serve e di padrone che cercano un marito qualche sia, sul ritmo e sulle tracce di una classicità di tradizione dal regista Antonio Calenda in uno spettacolo elegante e limpido, tra le bianche scene di Pier Paolo Bisleri e con i sobri costumi di Elena Mannini. Scelta una chiave che non vuole sottolineare l' inquietudine nata dal labirinto complesso delle apparenze e delle illusioni, ma che le fa vivere serene nel comporsi del gioco scenico, bravissimo è Massimo Dapporto nel dare ai suoi gemelli toni di naturalezza e misurati tocchi di verità disegnando uno Zanetto tontolone dotato però di spirito pratico, di quella vigliaccheria buffonesca che bada al sodo, e un Tonino «cortesan» bonario, saggio e civile che ha in stima l' onore. In una compagnia di buon livello bravo Osvaldo Ruggeri, un dottor Balanzoni opportunista dal volto umano, e bravi anche Alessandra Raichi, Umberto Bortolani, Francesco Gusmitta e Adriano Baidotti.

Magda Poli

{2jtoolbox_content tabs id:1 title:Corriere della Sera, 13  gennaio 2008}Due gemelli secondo Calenda

Una scenografia tutta bianca, che rappresenta uno spazio emblematico - potrebbe essere la casa, ma anche la "piazza del confronto", dove personaggi vanno e vengono; due pareti laterali con ingressi, senza porta, che collegano con altri ambienti, che si allargano o si restringono, secondo le necessità delle varie scene; pochi elementi (due sedie bianche, una panchina bianca, un tavolo bianco) che di tanto in tanto entrano ad arredare la scenografia; scelta di stampo brechtiano, un fondale che rappresenta un cielo ricco di venature sfumate su cui si staglia all'inizio una carrozza nera, all'arrivo dei personaggi in Verona (luogo scelto da Goldoni per lo svolgimento de "I due gemelli veneziani"); i personaggi presentati ad apertura di sipario in una luce anch'essa bianca, come vuole la scuola dello straniamento, con un tableau suggestivo: questo il segno teatrale che il regista Antonio Calenda offre subito per una giusta lettura del modo in cui ha inteso portare in scena quest'opera, che farà da caposaldo al teatro di Feydeau per le dinamiche degli scambi e degli equivoci, che suggerirà il "doppio" personaggio a Brecht per "L'anima buon di Sezuan". Un segno che ci avvicina anche a quel realismo lirico che Giorgio Strehler aveva portato nella realizzazione degli spettacoli goldoniani.

Calenda, in questo spazio scenico, firmato da Pier Paolo Bisleri, ha portato i personaggi che l'autore coinvolge intorno alla "figura" dell'interprete portante di tutta la "commedia-tragedia", sdoppiato da Goldoni in due personaggi, "Tonino-Zanetto". Personaggi che Goldoni ha creato rispettando i caratteri tipici della Commedia dell'Arte (Brighella, Arlecchino, Colombina) interagiscono con personaggi-caratteri più vicini alla realtà (Rosaura, Pancrazio, Beatrice, e altri), mentre "Tonino-Zanetto" si muove su canoni intepretativi realistici, affidati al bravo Massimo Dapporto, capace di passare da un personaggio all'altro con rapidità e credibilità, conferendo ai due "gemelli" una contiguità giusta per ricondurci ad un unico "Io", come voleva Goldoni. Lo sdoppiamento di questo "Io" è il meccanismo drammaturgico che ci permette di individuare, attraverso una dialettica, i comportamenti degli individui e quindi di una società.

Dapporto è stato equilibrato, dal tono leggero, nell'interpretare i due personaggi; non si è fatto prendere da facili giochi che la commedia, avendo in sé un'eterogenità di personaggi, poteva indurre. Anzi, intorno a Tonino e Zanetto disegnati da Dapporto si ha la possibilità di vedere una gamma di personaggi distinti tra loro da stili interpretativi diversi, ma che danno luogo, come si è detto, alla necessaria dialettica per comprendere la logica di una società in cui il "debole soccombe, il forte resiste". Infatti, Zanetto muore avvelenato perché ingenuo, naif, vittima del disegno di coloro che operano per egoismi personali.

Calenda chiude il suo disegno registico con un carro funebre, al posto della carrozza dell'arrivo, che sul fondo della scena porterà via il cadavere di Zanetto concludendo questo "viaggio", mentre gli altri personaggi si aggiusteranno come vuole la tradizione della commedia per dar luogo a un festoso finale. Commedia, in fondo, "nera" che, anche oggi, farà riflettere lo spettatore.

Veniamo agli attori: di Dapporto abbiamo già detto, della sua bravura misurata. Alessandra Raichi disegna credibilmente la sua Rosaura, Giovanna Centamore offre a Colombina un forte carattere, Francesco Gusmitta ci consegna un malinconico Brighella, Umberto Bertolani un cinico, ma sofferto, Pancrazio, Marianna De Pinto un'aggressiva Beatrice, Felice Casciano un incisivo e caricato Lelio, dai toni alla "glaucomauri", Carlo Ragone un patetico e fragile Florindo, Adriano Braidotti un flessuoso e longilineo Arlecchino, fluido e armonioso nelle movenze, Lamberto Consani un tronfio Bargello, mentre la partecipazione straordinaria di Osvado Ruggeri ci dà un avido e ipocrita dott. Balanzoni.

Le musiche di Germano Mazzocchetti hanno ben sottolineato l'andazzo della rappresentazione.

I costumi di Elena Mannini, anche se troppo nuovi e lindi, erano ben amalgamati tra loro e col contesto scenografico.

Gli applausi non sono mancati né a scena aperta, né nel fi

Un bravissimo «doppio» Dapporto

Il classico tema teatrale dei gemelli che corre da Plauto a Shakespeare viene rivisitato da Carlo Goldoni in una divertente commedia del 1747 I due gemelli veneziani che introduce la nota «perturbante» della diversità dei caratteri. Uno dei gemelli, separati alla nascita, Zanetto, è infatti uno sciocco, mentre l' altro, Tonino, è un brillante avventuriero. Della girandola di equivoci che la loro simultanea presenza a Verona per prendere moglie alimenta e della diversità di comportamenti che i due hanno nei confronti delle stesse persone, si nutre la commedia che finirà con la morte di Zanetto per mano di un bieco personaggio dall' animo da Tartufo che scoperto si suiciderà. Morti buffonesche che suscitano il riso e non certo la lacrima e permettono al viluppo della trama di sciogliersi. Le vicende dei gemelli e delle loro future spose sono messe in scena, in una Verona piena di uomini opportunisti e pavidi, di serve e di padrone che cercano un marito qualche sia, sul ritmo e sulle tracce di una classicità di tradizione dal regista Antonio Calenda in uno spettacolo elegante e limpido, tra le bianche scene di Pier Paolo Bisleri e con i sobri costumi di Elena Mannini. Scelta una chiave che non vuole sottolineare l' inquietudine nata dal labirinto complesso delle apparenze e delle illusioni, ma che le fa vivere serene nel comporsi del gioco scenico, bravissimo è Massimo Dapporto nel dare ai suoi gemelli toni di naturalezza e misurati tocchi di verità disegnando uno Zanetto tontolone dotato però di spirito pratico, di quella vigliaccheria buffonesca che bada al sodo, e un Tonino «cortesan» bonario, saggio e civile che ha in stima l' onore. In una compagnia di buon livello bravo Osvaldo Ruggeri, un dottor Balanzoni opportunista dal volto umano, e bravi anche Alessandra Raichi, Umberto Bortolani, Francesco Gusmitta e Adriano Baidotti.

Magda Poli

{2jtoolbox_content tabs id:1 title:Corriere della Sera, 13  gennaio 2008}Due gemelli secondo Calenda

Una scenografia tutta bianca, che rappresenta uno spazio emblematico - potrebbe essere la casa, ma anche la "piazza del confronto", dove personaggi vanno e vengono; due pareti laterali con ingressi, senza porta, che collegano con altri ambienti, che si allargano o si restringono, secondo le necessità delle varie scene; pochi elementi (due sedie bianche, una panchina bianca, un tavolo bianco) che di tanto in tanto entrano ad arredare la scenografia; scelta di stampo brechtiano, un fondale che rappresenta un cielo ricco di venature sfumate su cui si staglia all'inizio una carrozza nera, all'arrivo dei personaggi in Verona (luogo scelto da Goldoni per lo svolgimento de "I due gemelli veneziani"); i personaggi presentati ad apertura di sipario in una luce anch'essa bianca, come vuole la scuola dello straniamento, con un tableau suggestivo: questo il segno teatrale che il regista Antonio Calenda offre subito per una giusta lettura del modo in cui ha inteso portare in scena quest'opera, che farà da caposaldo al teatro di Feydeau per le dinamiche degli scambi e degli equivoci, che suggerirà il "doppio" personaggio a Brecht per "L'anima buon di Sezuan". Un segno che ci avvicina anche a quel realismo lirico che Giorgio Strehler aveva portato nella realizzazione degli spettacoli goldoniani.

Calenda, in questo spazio scenico, firmato da Pier Paolo Bisleri, ha portato i personaggi che l'autore coinvolge intorno alla "figura" dell'interprete portante di tutta la "commedia-tragedia", sdoppiato da Goldoni in due personaggi, "Tonino-Zanetto". Personaggi che Goldoni ha creato rispettando i caratteri tipici della Commedia dell'Arte (Brighella, Arlecchino, Colombina) interagiscono con personaggi-caratteri più vicini alla realtà (Rosaura, Pancrazio, Beatrice, e altri), mentre "Tonino-Zanetto" si muove su canoni intepretativi realistici, affidati al bravo Massimo Dapporto, capace di passare da un personaggio all'altro con rapidità e credibilità, conferendo ai due "gemelli" una contiguità giusta per ricondurci ad un unico "Io", come voleva Goldoni. Lo sdoppiamento di questo "Io" è il meccanismo drammaturgico che ci permette di individuare, attraverso una dialettica, i comportamenti degli individui e quindi di una società.

Dapporto è stato equilibrato, dal tono leggero, nell'interpretare i due personaggi; non si è fatto prendere da facili giochi che la commedia, avendo in sé un'eterogenità di personaggi, poteva indurre. Anzi, intorno a Tonino e Zanetto disegnati da Dapporto si ha la possibilità di vedere una gamma di personaggi distinti tra loro da stili interpretativi diversi, ma che danno luogo, come si è detto, alla necessaria dialettica per comprendere la logica di una società in cui il "debole soccombe, il forte resiste". Infatti, Zanetto muore avvelenato perché ingenuo, naif, vittima del disegno di coloro che operano per egoismi personali.

Calenda chiude il suo disegno registico con un carro funebre, al posto della carrozza dell'arrivo, che sul fondo della scena porterà via il cadavere di Zanetto concludendo questo "viaggio", mentre gli altri personaggi si aggiusteranno come vuole la tradizione della commedia per dar luogo a un festoso finale. Commedia, in fondo, "nera" che, anche oggi, farà riflettere lo spettatore.

Veniamo agli attori: di Dapporto abbiamo già detto, della sua bravura misurata. Alessandra Raichi disegna credibilmente la sua Rosaura, Giovanna Centamore offre a Colombina un forte carattere, Francesco Gusmitta ci consegna un malinconico Brighella, Umberto Bertolani un cinico, ma sofferto, Pancrazio, Marianna De Pinto un'aggressiva Beatrice, Felice Casciano un incisivo e caricato Lelio, dai toni alla "glaucomauri", Carlo Ragone un patetico e fragile Florindo, Adriano Braidotti un flessuoso e longilineo Arlecchino, fluido e armonioso nelle movenze, Lamberto Consani un tronfio Bargello, mentre la partecipazione straordinaria di Osvado Ruggeri ci dà un avido e ipocrita dott. Balanzoni.

Le musiche di Germano Mazzocchetti hanno ben sottolineato l'andazzo della rappresentazione.

I costumi di Elena Mannini, anche se troppo nuovi e lindi, erano ben amalgamati tra loro e col contesto scenografico.

Gli applausi non sono mancati né a scena aperta, né nel finale.

Mario Mattia Giorgetti

Ultima modifica il Lunedì, 16 Settembre 2013 09:43

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