domenica, 05 aprile, 2020
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DIO DELLA CARNEFICINA (IL) - regia Roberto Andò

Il Dio della carneficina Il Dio della carneficina Regia Roberto Andò

di Yasmina Reza
traduzione: Alessandra Serra
regia: Roberto Andò
scene, costumi, luci: Gianni Carluccio
con Anna Bonaiuto, Alessio Boni, Michela Cescon, Silvio Orlano
Perugia, Teatro Morlacchi, dal 14 al 18 gennaio 2009
Roma, Teatro Argentina, dal 10 al 22 febbraio 2009
Roma, Teatro Eliseo, dal 15 dicembre 2009 al 10 gennaio 2010

Il Messaggero, 19 dicembre 2009
Il Messaggero, 14 febbraio 2009
Corriere della Sera, 18 gennaio 2009
Doppia coppia cercasi per lotta metropolitana

Con ogni probabilità chi ha deciso di mettere in scena nel nostro Paese Il dio della carneficina, di Yasmina Reza (ottima artista, nonché drammaturga efficiente e fortunata) non si è fermato a riflettere su alcune questioni. La prima: la Reza basa il suo apologo tragicomico sulla doppia comunicazione fra quattro persone d'oggi, dimostrando che la civiltà sulla quale tentano di fondare un dialogo scomodo (il figlio di Annette e Alain ha spaccato gli incisivi con un bastone, in un giardino pubblico, al figlio di Véronique e Michel) è solo apparente. In realtà cova propositi bellicosi e oscuri nel substrato delle convenienze. La seconda: in Italia siamo tutti testimoni (quindi esperti) dello stesso meccanismo ai massimi livelli, perché nutriti dalla tradizione, dal carattere e, dialogo politico in testa, dal nuovo costume "democratico". Risultiamo dunque incapaci di lasciarci irretire più di tanto dal reziano esercizio di un'ipocrisia fragile, sfociante nell'aperta aggressività e nella perdita di qualsiasi freno inibitore, che ha invece maieuticamente divertito e bacchettato la borghesia francese e quella londinese. La terza: un ottimo quartetto di attori nostrani come quello impegnato nello spettacolo all'Argentina, con la regia di Roberto Andò (Bonaiuto, Orlando, Cescon, Boni) riesce a far così proprio il testo, da costruirne in scena, su due divani, uno nuovo di zecca, mediterraneo, sanguigno e insieme schizzinoso, più astuto e meno elegante nel gioco di scherma, più disinibito e, alla fine, meno spietato. Super-oliato, alla seconda stagione di repliche, è comunque divertentissimo. Un merito che la regia ha incentivato e messo in piena luce, consentendo alla rappresentazione di farsi, a tratti, lo specchio di italiche riunioni di condominio, eternamente in bilico fra buone maniere e scontro all'arma bianca. La middle class europea, uniformata nei comportamenti e nelle temperature degli stessi è, in fondo, ancora lontana. Non resta che rallegrarci con e dei nostri interpreti. La Bonaiuto e Orlando sono Véronique e Michel Houillé, i genitori del Bruno oltraggiato, con la particolare efficacia delle coppie disomogenee, lui pratico veditore di casalinghi, lei pacifista politicamente impegnata che ama i libri, i fiori, l'arte e si considera frustrata dalla piccole concretezze del marito. Michela Cescon e Alessio Boni sono Annette e Alain Reille, i genitori del bulletto Ferdinand. Lei fantastica nel rendere l'isteria e i disturbi psicosomatici della signoretta-bene; lui giusto rappresentante del rampantismo di certi giovani professionisti cellular-dipendenti. All'Eliseo fino al 10 gennaio. Da vedere.

Rita Sala

Così ride "Il dio della carneficina"

Con ogni probabilità chi ha deciso di mettere in scena nel nostro Paese Il dio della carneficina, di Yasmina Reza, ottima artista, nonché drammaturga efficiente e fortunata, non si è fermato a riflettere su alcune questioni. La prima: la Reza basa il suo apologo tragicomico sulla doppia comunicazione fra quattro persone d'oggi, dimostrando che la civiltà sulla quale tentano di fondare un dialogo scomodo (il figlio di Annette e Alain ha spaccato gli incisivi con un bastone, in un giardino pubblico, al figlio di Véronique e Michel) è solo apparente. In realtà cova propositi bellicosi e oscuri nel substrato delle convenienze. La seconda: in Italia siamo tutti testimoni (quindi esperti) dello stesso meccanismo ai massimi livelli, perché nutriti dalla tradizione, dal carattere e, dialogo politico in testa, dal nuovo costume "democratico". Risultiamo dunque incapaci di lasciarci irretire più di tanto dal reziano esercizio di un'ipocrisia fragile, sfociante nell'aperta aggressività e nella perdita di qualsiasi freno inibitore, che ha invece maieuticamente divertito e bacchettato la borghesia francese e quella londinese. La terza: un ottimo quartetto di attori nostrani come quello impegnato nello spettacolo all'Argentina, con la regia di Roberto Andò (Bonaiuto, Orlando, Cescon, Boni) riesce a far così proprio il testo, da costruirne in scena, su due divani, uno nuovo di zecca, mediterraneo, sanguigno e insieme schizzinoso, più astuto e meno elegante nel gioco di scherma, più disinibito e, alla fine, meno spietato. Un merito che la regia ha incentivato e messo in piena luce, consentendo alla rappresentazione di farsi, a tratti, lo specchio di italiche riunioni di condominio, eternamente in bilico fra buone maniere e scontro all'arma bianca. La middle class europea, uniformata nei comportamenti e nelle temperature degli stessi è, in fondo, ancora lontana.

Non resta che rallegrarci con e dei nostri interpreti. La Bonaiuto e Orlando sono Véronique e Michel Houillé, i genitori del Bruno oltraggiato, con la particolare efficacia delle coppie disomogenee, lui pratico veditore di casalinghi, lei pacifista politicamente impegnata che ama i libri, i fiori, l'arte e si considera frustrata dalla piccole concretezze del marito. Michela Cescon e Alessio Boni sono Annette e Alain Reille, i genitori del bulletto Ferdinand. Lei fantastica nel rendere l'isteria e i disturbi psicosomatici della signoretta-bene; lui giusto rappresentante del rampantismo di certi giovani professionisti cellular-dipendenti.

Rita Sala

Chi ha paura di Yasmina Reza

Yasmina Reza cominciò come attrice; tradusse per Roman Polanski Le metamorfosi di Kafka (lo spettacolo che vedemmo a Spoleto vent' anni fa senza accorgerci di lei); ha vinto mille premi, e quest' ultima sua commedia, Il dio della carneficina, è stata rappresentata a Parigi e a Londra da attori del calibro di Isabelle Huppert e Ralph Fiennes. Come dubitare della Reza, delle sue qualità? Il regista italiano Roberto Andò non ne dubita affatto. Egli sa che Il dio della carneficina si muove «nel perimetro modesto di un intelligente divertissement», eppure crede di aver capito che «questo testo contiene una sfida, compresa tra l' apparente evidenza di ciò che mostra, e l' efferatezza misteriosa che nasconde». Per noi l' espressione in sé, efferatezza misteriosa, basta a sgomentare. Poi, dopo aver assistito allo spettacolo ci si chiede: di che mistero parla Andò? quale efferatezza si nasconde nelle pieghe del testo o nelle lontananze siderali del dio chiamato in causa dall' altisonante, pomposo titolo? Ripieghiamo sull' intelligente divertissement. Il dio della carneficina è davvero intelligente? Oppure: è proprio un divertissement? Sull' intelligenza non mi pronuncio, è una categoria ballerina. In quanto al divertissement c' è la prova del pubblico. Il pubblico ride, non tantissimo, ma di tanto in tanto sì, ride. Divertissement, dunque. Il vero problema è nella mistificazione di cui le note di regia testimoniano, che promuovono. C' è il rischio che la Reza appaia ciò che non è. Su una pedana circolare, notevolmente inclinata, è disposto un salotto borghese: due grandi divani rosso-mattone con, al centro, un tavolino basso ricolmo di libri d' arte, Bacon e Kokoschka, e più avanti due enormi vasi di fiori. Sui due divani sono assise, come in trono, due coppie. Addobbati da «intellettuali di sinistra», pantaloni neri lei e rossi lui, Véronique e Michel, genitori di Bruno, ricevono gli altrimenti addobbati, gonna e squillante giacca gialla lei e vistoso gessato lui, Annette e Alain, genitori di Ferdinando. Costui con una canna di bambù ha spaccato due denti a Bruno, ai giardinetti. I genitori sono lì per risolvere civilmente il malo affare. Questo avverbio, civilmente, è il bersaglio critico di Yasmina Reza. Che cosa vuole ella dimostrare? Niente meno che le civiltà (le buone maniere) sono un' illusione. Ma il passaggio dalla cortesia alla scortesia (all' esplicitezza, alla sgangheratezza) è del tutto prevedibile e, appunto, esplicito e sgangherato. La prima a contraddire se stessa è l' autrice, che nelle buone maniere resta, che non può spaventarci con i suoi giornalistici sarcasmi o con l' attacco di vomito di Annette, in una scena in stile horror. La Reza si muove nei confini di una satira qualunquista in ragione del suo colpire bersagli già tante volte colpiti. Gli scrittori satirici sono moralisti classici; essi colpiscono i vizi che sono eterni. I loro imitatori operano nell' ambito del costume e, che muovano le proprie forze da destra o da sinistra, finiscono con l' essere produttori di surrogati (Il dio della carneficina è un surrogato di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee). A una simile altezza la bravura degli attori, perfino quella eccelsa, è fine a se stessa, ovvero è un' arma a doppio taglio. Più li ammiriamo, più ci chiediamo perché s' impieghi in questo modo il loro talento. La sottigliezza di Silvio Orlando, la padronanza di sé di Anna Bonaiuto, la spavalderia di Alessio Boni, il vigore e i cambi di passo di Michela Cescon, meriterebbero qualcosa di meglio.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Lunedì, 16 Settembre 2013 09:35

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