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DITEGLI SEMPRE DI SI' - regia Geppy Gleijeses

Ditegli sempre di sì Ditegli sempre di sì Regia Geppy Gleijeses

di Eduardo De Filippo
regia: Geppy Gleijeses
scene: Paolo Calafiore, costumi: Gabriella Campagna, luci: Luigi Ascione
musiche: Matteo D'Amico
con Geppy Gleijeses, Gennaro Cannavacciuolo, Lorenzo Gleijeses, Gigi De Luca
Roma, Teatro Quirino, dal 24 marzo al 9 aprile 2009
Messina, Teatro Vittorio Emanuele, dal 21 al 25 aprile 2010

Il Giornale di Sicilia, 25 aprile 2010
Corriere della Sera, 3 maggio 2009
La Stampa, 9 aprile 2009
Il Messaggero, 28 marzo 2009
Se in Pirandello la pazzia è un modo per salvare il proprio pupo, in Eduardo De Filippo è una forma di purezza, un candore virginale che può causare guai veniali, incomprensioni e disguidi sono iniziali. Come quelli che Michele Murri provoca dopo aver trascorso un anno in manicomio ed essere ritornato a casa della sorella Teresina (en-travesti quella di Gennaro Cannavacciuolo). Per Geppy Gleijeses, fine protagonista e regista della pièce Ditegli sempre di si d'un Eduardo 27enne non esistono metafore ironie o allegorie. Qualunque cosa gli altri dicano, perseguendo un'analisi logica infantile o un ragionamento privo di ipocrisie, per lui diventa verità vera. Se la sorella vedova gli confessa che si risposerebbe con un uomo di mezza età, con le caratteristiche del suo vicino di casa Giovanni Altamura, vestito da un Gigi De Luca secondo tradizione eduardiana, Michele Murri sbandiererà queste nozze impossibili a chiunque incontri. Se una ragazza non ha né padre né madre, lui sbotta dicendo: "E chi l'ha fatta?", aggiungendo poi che è solo un'orfana e che bisogna utilizzare le parole adatte, quelle per cui "il ragionamento fila", accompagnando queste parole col movimento sulla fronte dell'indice della mano sinistra che va ad infilarsi tra pollice e indice piegato della mano destra. Chi è più pazzo lui o Luigi Strada, il funambolo Lorenzo Gleijeses ( molto somigliante al padre) un poetastro col pallino del teatro che ama esibirsi in ogni luogo, finendo in chiusura appeso con la testa in giù fra trecce di cipolle agli e granturco e un prato di girasoli, quasi come il duce di Piazza Loreto? Un'indicazione che non c'è nel testo e che Geppy Gleijeses fa sua, rifacendosi a quanto lo stesso Eduardo suggeriva al pubblico a fine spettacolo, di non prendere troppo sul serio quel dittatore: ditegli sempre di sì, piuttosto, è soltanto qualcuno fuori di testa. Si ride e si piange e si vede un mondo capovolto nella scena di Paolo Calafiore, con il panorama delle case sottosopra e con il sole che tramonta alzandosi. Successo per Gleijeses e compagni e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica.

Gigi Giacobbe

L' assurdo di Eduardo domina in famiglia

Ditegli sempre di sì di Eduardo De Filippo É l' assurdo che domina nella messa in scena di Geppy Gleijeses dell' esilarante e caustica commedia di Eduardo De Filippo Ditegli sempre di sì. Non l' «assurdo» nel senso ioneschiano del deprezzamento del linguaggio, dell' azzeramento e derisione della parola, ma all' opposto dell' eccesso di significato e dell' univocità di senso. Così tra gli scorci di un mondo capovolto, le scene sono di Paolo Calafiore, il «pazzo» Michele Murri, interpretato dallo stesso Gleijeses, è ostinatamente attaccato alla parola che è quello che significa e null' altro, se uno dice «sono morto» gli manda un biglietto di condoglianze: per lui non esistono metafore, modi di dire, tutto è verità, rappresentazione di quella realtà che gli sfugge e alla quale si aggrappa con la forza di un' ostinata logica. E questo senso d' assurdo angoscioso, di meccanicità di pensiero figlia di un dolore di vivere è ben reso dall' ottimo Geppy Gleijeses con una recitazione intelligente che ha il ritmo ossessivo e al tempo stesso sincopato dello «sragionatore» ragionante, del «diverso», e come tale pericoloso, a cui dire sempre di sì. Un' interpretazione matura e raffinata. Col ritorno dal manicomio di Michele a casa dalla sorella Teresina, che il bravissimo Gennaro Cannavacciuolo interpreta «en travesti» dandole un sapore di straniata, dolente verità e convalidando l' aria di «diversità» che aleggia in famiglia, la follia di controllo della logica e dell' oggettività della parola di Michele condurranno a equivoci divertenti e amari coinvolgendo parenti e conoscenti come il giovane poeta squattrinato ben interpretato con stralunata stravaganza da Lorenzo Gleijeses. Una compagnia ben amalgamata di bravi attori per dar vita ad uno spettacolo dove, come quasi sempre in Eduardo, la comicità nasconde la miseria umana per la quale si ride, è vero, ma si prova anche una sincera pietà.

Magda Poli

Un Eduardo degli equivoci

per Gleijeses padre e figlio

Strana commedia questo Ditegli sempre di sé, tra le primissime di Eduardo: in parte farsa smaccata, in parte apologo già parapirandelliano (1927!) sull'identità. Il protagonista, recentemente dimesso dal manicomio, sembra normale ma in realtà è rimasto pazzo, e la sua follia consiste nel prendere di petto la lingua senza concessioni per le sfumature - un amico gli dice "sono morto", e lui ne annuncia il decesso provocando condoglianze e corone di fiori ma anche il risanamento di un vecchio contrasto tra costui e un suo fratello.

Il principale comprimario è invece un pazzo per posa, poetastro e attore dilettante chiassosamente esibizionista. Non c'è storia, solo due lunghi atti di equivoci incrociati, la comicità venendo prodotta dall'imperturbabilità maniacale del pazzo vero e dai lazzi del pazzo finto. Il finale però è inquietante, anche se Eduardo dopo averlo scritto lo esorcizzava in burletta: il pazzo vero tenta di tagliare la testa a quello finto, per "guarirlo", e una volta smascherato si rassegna a farsi rinchiudere definitivamente.

Su questa cupa conclusione la regia di Geppy Gleijeses non fa sconti: Michele Murri (Gleijeses stesso) rinuncia molto a malincuore a decapitare Luigi Strada (Lorenzo Gleijeses), che il sipario chiudendosi lascia raccapricciantemente appeso a testa in giù. Per il resto, felice allestimento con un ricco cast di ben quattordici esperti del genere, tra cui spiccano, oltre a Gleijeses padre, britannicamente composto, e figlio, scatenato in virtuosismi assai applauditi, le consumate volpi Gigi De Luca e Gianni Cannavacciuolo, quest'ultimo "en travesti".

Masolino d'Amico

Eduardo-Gleijeses d'amore e d'accordo

Lo scorso anno, a giugno, ha debuttato al Festival di Napoli. Ora è al Quirino di Roma, dove replica fino al 9 aprile. Ditegli sempre di si è spettacolo sicuro. Scritto da Eduardo De Filippo nel 1927, esalta oggi la duttilità di un interprete (qui protagonista e anche regista) quale Geppy Gleijeses, che fa della poetica eduardiana una propria bandiera, fra culto del surreal-grottesco e pratica della buona recitazione. Due atti, una storia credibile e incredibile al tempo stesso, pensata per Vincenzo Scarpetta e dipanata, nell'amarezza di fondoche la motiva, in un clima da grand pochade memore del frizzante palcoscenico alla francese al quale si dedicò, appunto, il padre dei De Filippo.

Con Gennaro Cannavacciuolo en travesti, Lorenzo Gleijeses e la partecipazione di Gigi De Luca. La trama: Michele Murri è stato rivocerato in manicomio, ne esce e appare normale. Si distingue dagli altri esseri umani per una caratteristica: prende tutto sul serio, le utopie della sorella zitella che sogna di sposare il vicino di casa, ad esempio, tanto da affrettarsi a comunicare a tutti le nozze impossibili, oppure la paradossale affermazione di un amico cui piace affermare di non volersi riappacificare con il proprio fratello se non dopo la di lui morte, eccetera. I qui pro quo si accavallano l'uno sull'altro; le scenette comiche sprizzano humour, satira e disamina sociale ben masticata. E quando il corteggiatore della figlia minaccia di fare sul serio, lo ritiene folle, e medita di tagliargli la testa in quanto sede della pazzia. Come giudicare questo Michele troppo ligio alla coerenza? Un malato cui comminare nuovamente il manicomio o un pericoloso saggio da non lasciare in libertà?

Rita Sala

Ultima modifica il Lunedì, 16 Settembre 2013 07:27

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