lunedì, 23 settembre, 2019
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DIECI STORIE PROPRIO COSÌ. TERZO ATTO - regia Emanuela Giordano

"Dieci storie proprio così. Terzo atto", regia Emanuela Giordano "Dieci storie proprio così. Terzo atto", regia Emanuela Giordano

da un'idea di Giulia Minoli
drammaturgia Emanuela Giordano e Giulia Minoli
regia Emanuela Giordano
musiche originali Tommaso di Giulio
aiuto regia Tania Ciletti
con Daria D'Aloia, Vincenzo d'Amato, Tania Garribba, Valentina Minzoni, Alessio Vassallo
e con Tommaso Di Giulio, chitarre e Paolo Volpini, batteria
una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con The Co2 Crisis Opportunity Onlus
Pordenone, Teatro Verdi, 12 aprile 2018

www.Sipario.it, 16 aprile 2018

Dieci storie proprio così. Terzo atto costituisce la terza parte di una trilogia i cui primi due spettacoli si sono occupati di mafia rispettivamente nel sud e nel centro Italia. Nello spettacolo visto al Teatro Verdi di Pordenone ci si concentra sul Nord del nostro paese sebbene non manchino inserti riferiti alla Sicilia, Napoli e Roma capitale. L'intera trilogia fa parte di un progetto più ampio, varato nel 2012, che prevede la collaborazione tra teatri, scuole, istituti penitenziari minorili e società civile, nell'intento complessivo di sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del fenomeno mafioso e indurre i cittadini di oggi e di domani ad un'assunzione di responsabilità che si traduca in concreta volontà di cambiamento. Dieci storie proprio così. Terzo atto ha quindi una natura laboratoriale e di work in progress che vorrebbe andare oltre l'occasione dell'evento rappresentativo: la drammaturgia e la performance degli attori si alimentano continuamente di nuove storie raccolte nei territori visitati dalla compagnia, testando al tempo stesso la reattività del pubblico alle tematiche affrontate.
Dieci storie proprio così presenta il fenomeno mafioso nei suoi molteplici aspetti e protagonisti: dalle vittime della sopraffazione criminale (parenti di magistrati integerrimi uccisi nell'adempimento del loro dovere o semplici cittadini che non si sono piegati a minacce e violenze) ai complici delle organizzazioni criminali (consulenti finanziari in veste di liberi professionisti o di figure intermedie forzatamente inserite all'interno delle aziende, politici o amministratori collusi), ai giornalisti (professionisti e non) che hanno perseverato a loro rischio e pericolo nell'attività di inchiesta e di denuncia; dai collaboratori di giustizia a coloro che hanno cercato di ricostruire all'interno della società civile un sano tessuto di associazionismo ricreativo e lavorativo (ad es. la "pizzeria etica" a Bologna, un'orchestra a Napoli ecc.). Lo spettacolo fornisce un quadro allarmante del fenomeno mafioso dando conto della pervasività della sua influenza e della rete delle sue ramificazioni, ma al tempo stesso testimonia in modo altrettanto vivido e incisivo della necessità di reagire all'impietosa violenza messa in atto da un apparato non sempre alternativo e parallelo alla società e alle istituzioni. Il filo conduttore non è solo tematico ed è dato dalla volontà di restituire una viva testimonianza raccolta dalla voce dei reali protagonisti, di fornire un'informazione esauriente senza alimentare ulteriormente il mito negativo del "mostro mafioso", individuando piuttosto le cause contestuali ("ciò che sta fuori dalla mafia dà vita alla mafia", si legge in un'acuta didascalia proiettata, tra le altre, sul grande schermo collocato nel fondo scena) e responsabilizzando il pubblico sull'impellente necessità di combattere una piaga così diffusa.
I cinque attori-narratori in costume neutro (un completo scuro con camicia bianca) hanno interpretato i numerosi personaggi con piglio sicuro e deciso lasciando trasparire l'indignazione e l'impegno etico-civile alla base della loro presenza scenica, riuscendo anche, nel breve tempo concesso dalle microsequenze regolate spesso su un ritmo da videoclip, a calarsi nei panni di persone le cui esistenze sono state segnate tragicamente da fatti di mafia. L'incalzante susseguirsi delle scene ha reso a volte la recitazione un po' frettolosa, impedendo di soffermarsi con la dovuta attenzione su avvenimenti significativi o di elaborare la ricchezza di informazioni e di dati analitici messi in campo. D'altronde credo che l'aspetto formale ed estetico, nella regia di Emanuela Giordano, sia volutamente passato in secondo piano in favore della resa didascalica e provocatoria dei contenuti, capaci di attivare nel pubblico un atteggiamento partecipativo e critico sia durante lo spettacolo, che, potenzialmente, nella vita quotidiana.

Lorenzo Mucci

Ultima modifica il Giovedì, 19 Aprile 2018 08:12

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