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CELESTINA LAGGIÙ VICINO ALLE CONCERIE IN RIVA AL FIUME - regia di Luca Ronconi

Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume - regia Luca Ronconi Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume - regia Luca Ronconi

di Michel Garneau
da La Celestina di Fernando de Rojas, traduzione Davide Verga
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca; luci A.J. Weissbard, suono Hubert Westkemper, melodie Peppe Servillo e Flavio D'Ancona, trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine di apparizione) Giovanni Crippa, Paolo Pierobon, Lucrezia Guidone, Fausto Russo Alesi, Maria Paiato, Licia Lanera, Fabrizio Falco, Lucia Marinsalta, Bruna Rossi, Lucia Lavia, Gabriele Falsetta, Riccardo Bini, Pierluigi Corallo, Angelo De Maco
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa
Milano, al Teatro Strehler, 16 febbraio 2014

www.Sipario.it, 18 febbraio 2014

«Laggiù vicino alle concerie in riva al fiume», ovvero ai margini della città è questo lo spazio in cui vive Celestina, puttana, fattucchiera, mezzana che ricuce le fanciulle della verginità perduta, esaudisce i desideri con infusi magici, arraffa denaro che si pone nella borsa che ha fra le gambe. Il sottotitolo della riscrittura di Michel Garneau de La Celestina di Fernando de Rojas: «laggiù fra le concerie in riva al fiume» dice di uno spazio della marginalità, di un luogo di confine in cui tutto è lecito, in cui si fa commercio del corpo per sostenere i sogni dell'anima, in cui la miseria e la vecchiaia fanno a pugni con la brama di denaro e l'urgente desiderare della giovinezza. In mezzo, punto di riferimento c'è lei la Celestina (titanica, terribile, urtante, crudele, orrenda eppure di straziante verità Maria Paiato) vecchia prostituta che sa il fatto suo, che aiuterà Calisto (Paolo Pierobon, eccitato, drogato di sesso, sopralerighe fino a perder l'equilibrio) a conquistare Melibea (Lucrezia Guidone, corpo statuario, bellezza assoluta, strazio d'amore sfracellato). Da quell'accoppiamento – eh sì perché c'è poco spazio per l'amore e anche per la felicità nel mondo di Celestina – la mezzana otterrà denaro, ma per quello stesso denaro sarà uccisa dai servi Sempronio (Fausto Russo Alesi, corpulento e soverchiante servitore d'ascendenza plautina) e Parmeno (Fabrizio Falco, magro e scaltro, innocenza perduta di una gioventù consumata dalla mezzana), servi che se la fanno con le sue figlie. Celestina è donna che traffica, accolta nei palazzi dell'aristocrazia come nei postriboli, perché è colei che cura le ferite inguinali dell'amore bruciante, del sesso che divora l'anima, della spossatezza dopo l'orgasmo, della violenza del possedere.
Luca Ronconi ambienta la sua Celestina in uno spazio inclinato, un tappeto di porte che immettono in un luogo infero, da cui emergono i personaggi, luogo che si fa teatro di una serie di incontri e scontri, di appuntamenti e inseguimenti che fanno della Celestina una commedia in itinere, un viaggio in cui il soddisfacimento dell'amore, la sete di denaro confluiscono nella morte come fine ultimo e senza appello di un divenire violento e inesorabile.
Alto e basso, spirito e corpo, bramosia e desiderio, amore e sesso sono il risvolto di quella medaglia che si chiama vita e che Celestina conosce per averla praticata con assoluta e spietata determinatezza. Luca Ronconi tende fino allo spasimo la monumentale commedia di Royas andando in cerca di quel senso di inappagato cupio dissolvi che muove tutti i personaggi. La morte è il naturale approdo, un approdo violento: l'uccisione da parte dei servi plautini di Celestina, il suicidio di Melibea che si lancia da una torre, inutilmente protetta dal padre nel palazzo/giardino che Calisto riesce a violare come viola la verginità di Melibea dopo inutili dinieghi. Quelle porte che si aprono e si chiudono come botole, le scale che salgono, la passerella sullo sfondo che dà su un vuoto che inghiotte traducono visivamente la Celestina quale una sorta di labirinto compresso in cui ci si muove con la sensazione che da un momento all'altro la morte possa cogliere chiunque, come accade a Calisto che cade a terra dalla scala dopo aver posseduto Melibea sfracellandosi la testa. Ciò che emerge dalla lettura ronconiana è un mondo che non può permettersi neppure la disperazione, in cui tutto accade indipendentemente dalla nostra volontà, in cui le azioni sono il riflesso di un bisogno, di un'urgenza istintuale, in cui a dominare è la bramosia di sesso e denaro. In tutto ciò è esemplare la consapevolezza che anche una volta posseduta Melibea Calisto debba dichiarare la sua infelicità. È un mondo livido, senza speranza e senza orizzonte, non c'è redenzione nella città di Celestina, perché non c'è neppure un'idea di salvezza a cui tendere nella Tragicommedia di Calisto e Melibea, titolo originale della pièce cinquecentesca. In questo contesto di disperata urgenza di vitalità – ma neppure la disperazione è concessa in un mondo che è pura contingenza – domina possente e terribile la fattucchiera che in Maria Paiato ha un'interprete tremenda, senza pietà, mostruosa nel suo essere attrice sublime nel raccontare il buio dell'anima, l'orrido di un mondo che puzza di pelle conciate, di acque putride, di vagine ricucite, di sangue rappreso. Al cospetto di Maria Paiato tutta la compagnia appare schiacciata, grottesca e tesa nel suo assolvere ai compiti di una storia senza futuro e redenzione, a tal punto che dopo l'uscita di scena della fattucchiera lo spettacolo ha una sua flessione di tensione e tenuta che lo fa procedere stancamente verso l'epilogo di una trama lasciata al naturale e amorale svolgersi di quella vita e di quel divenire che non può concedersi il lusso di credere nell'amore, nello spirito, nell'ideale, ma è pura semplice naturalità del vivere.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 19 Febbraio 2014 10:39

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