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CENA (LA) - regia Walter Manfrè

Stefano Skakkotos, Chiara Condrò e dietro Andrea Tidona in "La Cena", regia Walter Manfrè Stefano Skakkotos, Chiara Condrò e dietro Andrea Tidona in "La Cena", regia Walter Manfrè

di Giuseppe Manfridi
Regia e progetto teatrale di Walter Manfrè
Interpreti: Andrea Tidona, Chiara Condrò
e Stefano Skalkotos e Cristiano Marzio Perna
Produzione: Teatro della Città- Catania

al Teatro Vittorio Emanuele di Messina dal 14 al 22 maggio 2019

www.Sipario.it, 15 maggio 2019

A Walter Manfrè, attore-regista settantino di Messina, non piaceva che lo spettatore se ne stesse lì mummificato nella sua poltrona. Così un giorno (era il 1989) cercando il bagno in una cantina romana (era il Teatro Cenacolo) sbaglia porta e si infila in un corridoio buio tappezzato da sei porte con rispettive stanzette piene di materiali più disparati. A Manfrè gli si accende la famosa lampadina e mette in scena in questo luogo Visita ai parenti di Aldo Nicolaj. Spettacolo di grande successo, durante il quale gli spettatori a gruppetti diventano i congiunti che vanno a trovare i propri cari nei loro loculi manicomiali. Qualche anno dopo Valeria Moretti scrive per Manfrè Il vizio del cielo rappresentato al Teatro dell'Orologio di Roma tramutato in una sorta di convento di clausura. Intanto Giuseppe Manfridi, uno dei drammaturghi più interessanti di quel periodo e non solo, scrive per il nostro Walter La cena che tanti ricorderanno (si spera) per essere andata in scena nel gennaio del 1993 al Palacongressi di Taormina Arte e poi in tante location italiane e internazionali. Sono molti i critici che s'interessano al lavoro di Manfrè, in particolare Ugo Ronfani de Il Giorno di Milano, che dopo aver assistito a La confessione con mini-testi d'una ventina di scrittori e drammaturghi italiani, recitati da venti attori (penitenti) per venti spettatori (confessori), anche questo sdoganato nell'edizione del '93 di Taormina Arte, s'inventa il termine Teatro della persona, scrivendo un libro pubblicato, soltanto dopo la sua scomparsa, con questo titolo. Manfridi ancora nel 1996 è al centro d'un altro lavoro, Il viaggio che Manfrè, nel gennaio dello stesso anno, sceglierà come palcoscenico gli scompartimenti d'un vagone ferroviario giacente su un binario morto della stazione di Taormina-Giardini Naxos. Il successo giunge nel 1999 pure al Festival d'Avignone dove La confessione entra dalla porta principale attraverso il programma ufficiale, il cosiddetto "Teatro In" non quello "Off" e sarà ancora Taormina Arte nel luglio del 2000 a battezzare La cerimonia sempre di Manfridi, in cui venti spettatori dietro venti tavolini, quasi come in un torneo di bridge, diventano i testimoni d'una furibonda lite fra due amanti, in tutto venti coppie di attori, che affogherà nel suicidio. Nello stesso anno va in scena a Catania Il letto, sempre di Manfridi, in cui pochi spettatori divideranno ciò che avviene attorno ad un lettone, cui farà seguito nel settembre del 2005 Le voci umane, tratto dal famoso monologo La voix humaine (1930) di Jean di Cocteau, incentrato sul disperato sfogo sentimentale al telefono d'una donna abbandonata, presentato per la prima volta in francese al Festival di Ginevra. È opinione comune che La confessione e La cerimonia rappresentino il punto più alto della ricerca teatrale di Manfrè, per l'originalità della messa in scena e per l'emozione che riescono a suscitare negli spettatori. Adesso mi pare sia la prima volta che un suo spettacolo giunge nella sua città e lo si deve a Simona Celi, direttore artistico del settore prosa del Vittorio Emanuele, che ha invitato Manfrè a mettere in scena in un salone del Teatro, La cena, come summa del suo mirabolante e visionario teatro. E se a Taormina i quattro attori erano Pino Colizzi (il padre), Filippo Dionisi (il maggiordomo), Enrica Rosso (la figlia Giovanna), Lorenzo Gioielli (Francesco) adesso a dirigere le danze c'è un autorevole Andrea Tidona, quasi un padrino tipo Marlon Brando, ad accogliere i 27 spettatori dietro una grande tavola imbandita, dove l'elegante Cristiano Marzio Penna mesce del vino rosso ai convitati e dove giungono per La cena la figlia Chiara Condrò assente da anni con il compagno Stefano Skalkotos. Sembra d'essere dentro una pièce di Strindberg dove i protagonisti giocano al massacro dilaniandosi le carni e l'anima. L'atmosfera è glaciale e la tensione gonfia in ogni istante, Nessuna parola viene rivolta agli invitati-spettatori. Il padre versa la minestra nei piatti, poi un intingolo di carne e patate che i tre mangiano senza voglia. Viene fuori che i due giovani si sono sposati. Il padre aveva pensato come regalo di nozze ad un sevizio di piatti, quello stesso dove adesso stanno mangiando. Il gioco lo tiene sempre Tidona che firma cinque assegni che il genero potrà tenere se nel dialogo con lui non dirà mai la parola "insomma". Un gioco già perso in partenza dove prevale un padre padrone pure geloso della figlia quando chiede al genero se con lei ha già "consumato". Un gioco di sottintesi e frasi dette a metà enunciate con raffinata crudeltà col solo obiettivo di denudare moralmente e fisicamente quel novello sposo, per potere lui come un falco possedere intellettualmente e forse anche incestuosamente quella figlia che nel passato era stata goduta dal maggiordomo. Finirà che Giovanna e Francesco fuggiranno insieme da quella casa in mutande lui e con i vestiti in mano.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Sabato, 18 Maggio 2019 06:33

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