venerdì, 06 dicembre, 2019
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CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO (LA) - regia Claudio Longhi

Lino Guanciale in "La classe operaia va in paradiso", regia Claudio Longhi. Foto Giuseppe Distefano Lino Guanciale in "La classe operaia va in paradiso", regia Claudio Longhi. Foto Giuseppe Distefano

di Elio Petri
scritto da Paolo Di Paolo
regia Claudio Longhi
con Lino Guanciale e con (in ordine alfabetico) Donatella Allegro,
Nicola Bortolotti, Michele Dell'Utri, Simone Francia,
Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini

scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
musiche e arrangiamenti Filippo Zattini
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
Al Teatro Bellini di Napoli, dal 9 al 14 aprile 2019

www.Sipario.it, 11 aprile 2019

Il film, per la sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, uscì nel 1971, dopo i movimenti e i fervori del Sessantotto, ma nonostante il grande cast tra cui spiccavano Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone, non ebbe molto successo. Riadattandolo alle scene, Claudio Longhi non porta solo sulle tavole del palcoscenico la storia raccontata dalla pellicola, ma anche la stessa realizzazione del film col regista e lo sceneggiatore che dialogano con i personaggi che loro stessi stanno creando e poi anche spettatori che danno i propri pareri, tutto intervallato da scene del grande schermo e sottolineato dalla musica del film, di Ennio Morricone, che invade con forza la rappresentazione. Il racconto dell'Italia dal punto di vista del lavoro attraverso la storia dell'operaio di fabbrica Lulù Massa, nel cognome la condizione del popolo di quegli anni e dei giorni nostri, stakanovista sfruttato e che si fa sfruttare quasi volontariamente da quel padrone di cui, secondo tutti i suoi colleghi, è servo, ci mostra quello che accade un po' anche nella contemporaneità, magari non in una fabbrica, ma per la rete Internet o per l'alienazione dell' uomo o per la perdita dei rapporti personali. Una storia triste, ma molto significativa, di un uomo che si crede ormai una macchina, che pensa che si debba sempre lavorare in continuazione nel minor tempo possibile, anche se questo significa non vedere mai la luce del sole, tra le mura di una grigia fabbrica. Un incidente sul lavoro lo porterà a capire che il senso della sua vita, così frustrata anche in famiglia, è ancora tutto da cercare e che l'infinita catena di montaggio lo ha portato a mettere da parte dignità, sentimenti e la vita stessa. Assorbito sempre di più dalla sua fabbrica, Massa si renderà conto di avere una coscienza di classe che fino ad allora non aveva fatto emergere, mentre gli studenti e i contestatori nella platea del teatro divenuta piazza delle loro rivendicazioni, si infervorano contro i padroni. I riferimenti ai giorni nostri sono molti e si coglie tutto quello che una storia degli anni Settanta ha ancora da dirci, perché ancora, ora come allora, la velocità della vita ci porta ad essere macchine sottoposte a tempi senza scrupoli e a incarnare un'ideologia ripetitiva che mette in scena i disagi che ancora sentiamo. Forse oggi siamo disincantati e individualisti e quella classe operaia con la sua coscienza non esiste più, ma ne esistono i contorni e le eredità lasciate da quegli anni. Tra politica ed economia vediamo il racconto di quello che è stato e che forse è ancora, ma capiamo che a questo punto dipende anche da noi stessi ciò che vogliamo essere nella società che troppe volte ci ha costretto a ciò che nemmeno sapevamo di non volere.
Una menzione speciale a un Lino Guanciale versatile e preparato e a tutto il cast per le oltre due ore di una recitazione difficile, ma di grande spessore.

Francesca Myriam Chiatto

Ultima modifica il Sabato, 13 Aprile 2019 07:43

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