martedì, 21 gennaio, 2020
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ALDO MORTO - regia Daniele Timpano

Daniele Timpano in "Aldo morto", regia Daniele Timpano Daniele Timpano in "Aldo morto", regia Daniele Timpano

Tragedia, drammaturgia, regia, interpretazione Daniele Timpano
collaborazione artistica Elvira Frosini
aiuto regia, aiuto drammaturgia Alessandra Di Lernia
oggetti di scena Francesco Givone; luci Dario Aggioli e Marco Fumarola, editing audio Marzio Venuti Mazzi
produzione Amnesia Vivace/Kataklisma
visto al teatro Ponchielli di Cremona il 17 febbraio 2015

www.Sipario.it, 5 marzo 2015

Daniele Timpano prende a pugni la storia, la massacra a colpi di parole, di cambi di prospettiva, di verità taciute e di falsità prese per verità, di utopie rincorse e di una disillusione che fa male. Il palcoscenico spoglio è riempito dal fisico dinoccolato e dalla gestualità fluida di Timpano, attore esile, classe 1974, ma potentissimo nel raccontare il suo punto di vista su Aldo Moro: il punto di vista di chi nel 1978 aveva solo poco più di tre anni e stava all'asilo. Timpano non cede un attimo, è ora il figlio di Aldo Moro, ora è narratore di un clima e di un mondo, recupera canzoni e infila stoccate ai falsi storici e ai giornalisti conniventi, ora è un possente Renato Curcio con maschera da Mazinga Z, un narciso risolto, un non pentito, un non dissociato, alla fin fine un integrato al sistema, lui il rivoluzionario. Timpano è feroce nei confronti dei comunisti, lo è nei confronti di Moro santino, lo è nei confronti di uno Stato che fa schifo e che 'se non funziona bisognerebbe abbatterlo', afferma come dicevano i brigatisti. L'attore veste su di sé i punti di vista di quella storia che lui non ha vissuto perché troppo piccolo e lo fa inanellando una serie di dati e citazioni, ma senza mai cadere nel didattico e nel modello di certo teatro civile e a tesi. Pasolini entra scomodo come citazione ed è avvertito come nemico... o portatore di opportunismo e perbenismo borghese. Così in Aldo Morto i punti di vista si accavallano, si intrecciano e con essi la consapevolezza di fare solo teatro, uno spettacolo... Anche questo è un modo di tenere la distanza da una materia che scotta, ma al tempo stesso è frequentare la volontà di scottarsi mani, corpo, faccia come fa Daniele Timpano inarrestabile, fisico che freme e dice. Timpano, nel denunciare il gioco teatrale, si guarda e sfida lo sguardo degli spettatori, gioca e costruisce sul serio la sua visione di Moro: Moro come Nathan Never, l'eroe dai capelli grigi e un ciuffo bianco, un eroe immortale. Eh sì perché la morte di Aldo Moro, il suo sacrificio, o la sua uccisione di Stato — questione di punti di vista — lo hanno reso immortale, lo hanno reso icona, immagine di un Paese che non è troppo diverso dal Paese di oggi. La riflessione offerta da Daniele Timpano è intelligente e sfuggente, è documentata eppure condotta con il cuore e la rabbia di chi quei dati di realtà li ha subiti, di chi vorrebbe essere immesso in una mezza verità e invece a oltre trent'anni di distanza il caso Moro non è ancora risolto. Insomma Aldo Morto è un bel modo di guardare con disincanto, rabbia e voglia di non soccombere a un Paese mai cresciuto e che si illude di potersi rialzare grazie ai supereroi, grazie ai suoi santi laici, grazie ai martiri, vittime di un sistema impantanato, in cui siamo tutti un po' Zombi.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Giovedì, 05 Marzo 2015 11:34

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