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ANGELO DELLA GRAVITA' - regia Domenico Ammendola

Angelo della gravità - regia Domenico Ammendola Angelo della gravità - regia Domenico Ammendola

di Massimo Sgorbani
regia, scene e costumi Domenico Ammendola
con Leonardo Lidi
assistente alla regia Eva Martucci
luci e fonica Lorenzo Savi
Produzione NoveTeatro
Milano, Teatro Oscar dal 21 al 26 gennaio 2014

www.Sipario.it, 25 gennaio 2014

Vincitore del Premio Speciale della Giuria Riccione 2001 "Bignami-Quondamatteo", il testo di Massimo Sgorbani nasce da un fatto di cronaca realmente accaduto: negli Stati Uniti, qualche anno fa, si dovette sospendere la condanna a morte di un detenuto tramite impiccagione perché era grasso al punto che avrebbe potuto spezzare la corda. Da qui Sgorbani prende il via per creare un personaggio che – italiano, trasferitosi in America - vive in una dimensione alterata, tragicamente sospesa tra il disturbo alimentare e il ritardo mentale.

La messa in scena, per la regia di Domenico Ammendola e l'interpretazione di Leonardo Lidi, pone l'accento sulla fragilità di questo individuo, solo in un mondo che lo sovrasta e di cui non capisce le dinamiche, finendo tragicamente per fraintenderle. Vittima di una società materialista e di una situazione familiare infelice, sfoga le proprie sofferenze nel cibo. E mentre il suo corpo cresce senza sosta, ingurgitando ogni cosa commestibile, lui vi si rinchiude dentro, allontanandosi sempre di più dalla realtà e da ogni sano rapporto con gli altri. Persino la religione viene filtrata da quella ossessione, includendo l'eucarestia nella smania del fagocitare e l'assenza di Dio nel morso della fame, in un crescendo eretico che denuncia una società ormai alterata e deformata, priva di ogni baluardo contro il consumismo imperante.

Le musiche e le luci creano una dimensione di straniamento, rimandando qua e là all'influenza dei media. La scenografia crea una dimensione non realistica: tutto è bianco come la panna – ma anche come lo sperma - e morbido come la ciccia, protezione contro la cattiveria del mondo esterno. La scena è dominata da grossi palloncini bianchi, ingombranti e al tempo stesso leggeri, protesi verso l'aria, la sospensione, l'etereo, quasi fosse un limbo sospeso tra cielo e terra. La narrazione si svolge su due piani, abitando due spazi scenici differenti, quello sussurrato al microfono, nell'intimità della propria cella, e quello dei ricordi, resi vivi dai movimenti e dalla mimica di Lidi (notevole la simulazione del cannibalismo, resa a tal punto bene da suscitare reale disgusto).

E alla fine – con profonda pena per quella figura che, pur essendo un assassino, non può che apparirci anche vittima – realizziamo coscientemente che il tutto non è che una parentesi nell'attesa della morte, per poter finalmente volare via, leggero, lontano da questo "mondo merdoso".

Serena Lietti

Ultima modifica il Sabato, 25 Gennaio 2014 14:49

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