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ANNA CAPPELLI-UNO STUDIO - regia Pierpaolo Sepe

Maria Paiato in Anna Cappelli-Uno studio Maria Paiato in Anna Cappelli-Uno studio Regia Pierpaolo Sepe. Foto Pepe Russo

di Annibale Ruccello
con Maria Paiato
?scene Francesco Ghisu, costumi Gianluca Falaschi?, luci Carmine Pierri, ?trucco Vincenzo Cucchiara,
?regia Pierpaolo Sepe
?produzione Fondazione Salerno Contemporanea
Fondazione Teatro Due, Parma, 23 e 24 aprile 2013

www.Sipario.it, 29 aprile 2013
Anna Cappelli, impiegata piccoloborghese in un polveroso archivio comunale, votata ad un'esilarante quanto subita emancipazione che la condurrà alla follia omicida, è dotata di cinica ed ingenua coscienza monologante sdoppiata su due registri che si svolgono paralleli nel frastornato teatro della sua mente. Le voci che s'alternano nel torrenziale monologo tragicomico e singolarmente dialogico di Ruccello, meravigliosamente intonato da una straordinaria e bestiale Paiato, sono emissioni delle opposte polarità che convivono nervose nella protagonista senza che una riesca a prevalere sull'altra, fino all'epilogo. Una voce è civile, decente, costumata, da brava ragazza che ha lasciato la famiglia per lavorare in ufficio e consuma una grigia esistenza impiegatizia in una camera ammobiliata presso la signora Rosa Tavernini e i suoi molti felini; l'altra invece è un rombo che tuona dal profondo e rompe la sintassi cucita su luoghi comuni e ipocrisie bigotte dell'anima "buona", un ruggito gutturale che s'insinua nel discorso e rovescia un cinico disprezzo sul vissuto, vi riversa una genuina e graffiante cattiveria che glossa di continuo gli sproloqui grettamente perbenistico-progressisti del controcanto.
Ed infondo la tragedia ridicola di Anna è così banalmente quotidiana e feroce: lo struggimento del desiderio di qualcosa e di qualcuno tutto per sé, dalla cameretta d'infanzia usurpata dalla sorella Giuliana (quella bella, e fidanzata con uno studente di medicina), all'appartamento di dodici stanze del ragionier Tonino Scarpa, per cui la donna s'accende d'amore indotto, d'un'affezione maniacale e morbosa ugualmente rivolta all'uomo e alle cose che egli possiede. Per amore d'un uomo che non ama, la piccola segretaria d'Orvieto, il cui nome svetta massiccio e pesante su un brechtiano fondale, con una grafica da industria pesante, sacrifica le sue agili mani di dattilografa al ragioniere, che la convince e condanna a rinunciare all'adesione allo stereotipo borghese della donna. Così in un Italia in pieno boom, dove il possesso materiale rimette in gioco i rapporti di coppia, i due convivono "nel peccato", spiati e vessati dalla vecchia cameriera: niente matrimonio, niente figli, niente progetti strutturati per la coppia.
La povera Anna che tenta l'inorgoglimento e l'avanzamento sul territorio avanguardistico del riscatto femminile – particolarmente attraverso l'infrazione di tutti i taboo in materia di condotta sessuale -, dello scavalcamento azzoppato e grottesco dei pregiudizi borghesi (incarnati di volta in volta dalla Tavernini, dalla cameriera e da Tonino), miseramente si vede sconfitta quando Tonino, dopo due anni di sua docile sopportazione e rinuncia a qualsivoglia riconoscimento come compagna e/o moglie, la pianta. Allora l'Anna Cappelli di Sepe, che custodisce tutto il poco che possiede in una valigia – unico e solo oggetto presente in scena - e veste e sveste sé stessa nel tentativo goffo di trattenere qualcosa, s'abbandona al delirio sussurrato in un balbettio convulso: con una lama ed una gestualità alla Norman Bates s'accanisce a più non posso sull'amante traditore che di tutto l'ha privata. E lo fa per il di lui bene, ovviamente.
La decisione, sofferta nella sua follia, culmina con un atto mancato di cannibalismo, l'ennesimo fallimento d'un'appropriazione che sia definitiva, totale, di un possesso finalmente pieno, di un riconoscimento finalmente compiuto. L'amara mediocre vicenda di questo studio su Anna Cappelli, quasi una Medea piccoloborghese negli intenti, figlia delle temperie culturali "cannibalistiche" attraversate dal suo autore, soffre forse solo di un raccordo un po' troppo brusco tra i primi tre quadri ed il finale quasi mefistofelico, che esplode feroce senza preavviso, senza essere debitamente introdotto nei toni e nelle atmosfere. Riscatta questo brusco salto, del resto, l'accortezza di una regia perfettamente ritmata e accesa di guizzi geniali, come la scelta luministica del dialogo "manuale" tra la dattilografa e il ragioniere. La Paiato attraversa con possente forza animalesca l'interezza della pièce, offrendo una varietà di sfumature, intonazioni, attitudini e raffinatezza vocali stupefacenti, restituendo la giusta misura di disperazione, solitudine ed abbandono che rendono Anna Cappelli un classico "cattivo" del repertorio contemporaneo.

Giulia Morelli

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 08:42

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