venerdì, 25 settembre, 2020
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AMORE (2 ATTI) - regia Luigi de Angelis

Amore (2 atti) Amore (2 atti) Marco Cavalcoli

tratto da alcuni testi di Tommaso Landolfi
ideazione Chiara Lagani e Luigi de Angelis
regia, scene, luci, colonna sonora Luigi de Angelis

drammaturgia Chiara Lagani
con Marco Cavalcoli e Chiara Lagani
Ravenna Festival 2007

Corriere della Sera, 2 settembre 2007
La Repubblica, 9 luglio 2007
Corriere della Sera, 27 giugno 2007
Il Corriere della Romagna, 27 giugno 2007
Il Resto del Carlino, 28 giugno 2007

Lo spettacolo di Fanny & Alexander da «La piccola apocalisse» di Landolfi

L' uomo e la donna, senza una realtà

Il racconto «La piccola apocalisse» è compreso nel primo libro di Tommaso Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi del 1935. Ad esso danno poetica forma teatrale e centralità di significazione nell' universo landolfiano il regista Luigi De Angelis e la sua drammaturga Chiara Lagani, in altri termini il duo ravennate Fanny & Alexander. Ciò accade nello spettacolo intitolato AMORE (2 atti). Perché proprio la parola «amore» nel titolo, tutte maiuscole, non ho capito. Sospetto una punta di infantilismo. Perché «2 atti» proverò a dirlo. Non già, in ogni caso, perché lo spettacolo sia diviso in due tempi, perché vi sia un intervallo. Ma perché, credo, la questione del due, della dualità, è cruciale nella poetica di Fanny & Alexander. Questo binomio, trascritto con una «e» commerciale, ironicamente designa una ditta e invero, perfino graficamente, rimanda a un che di avviluppante, agglutinante. Per anni De Angelis-Lagani hanno inseguito il fantasma della Ada di Nabokov, cioè dell' incesto. Poi è venuto l' Heliogabalus da Artaud, ovvero il fantasma dell' ermafrodito, dell' androgino. In AMORE (2 atti), cioè ne «La piccola apocalisse», la dualità è più evidente, o più sottile. Un uomo, D., comincia dalla «gelidità dei simulacri» - «nippies» suona il titolo della prima parte del racconto. Constata cioè che la realtà si può nominare ma mai toccare, tanto meno possedere. Allora egli si lascia guidare da una donna, P., lungo una via filosofica. Tale via è, nello spettacolo, una specie di galleria, per figure allegorico-concettuali (mai spettacolo, negli anni Settanta, fu più concettuale di questo nell' abolizione di ciò che chiamiamo corpo e, al limite, nella cancellazione di ciò che pensiamo come immagine, o figura, mai spettacolo fu così estremistico, fino a rischiare appunto l' infantilismo). Sulla soglia della stanza nella quale siedono 48 spettatori, su doppie file che si fronteggiano, vi è un paio di scarpine bianche, di vetro, o cristallo. Le ritroveremo alla fine, tutto ciò che resta all' uomo D., seduto dietro un tavolino, in fondo alla stanza. Dapprima parla costui. Racconta, carezzando un agnellino che gli è assiso in braccio, simbolo forse della sua innocenza, o insipienza. Racconta e, col dito, ammonisce. Poi entra in scena, ovvero in aenigmate, la donna P. La vediamo riflessa, come ombra colorata, in un tondo di luce, sulla stessa parete davanti alla quale era seduto l' uomo D. L' uomo, ci dice un giovane studioso di Landolfi, Rodolfo Sacchettini, quando parla di ciò che vede, il caffè, le camerierine, la misteriosa città, il Poeta, sta parlando di Sant' Apollinare Nuovo, del Corteo delle Vergini e dei Santi, di Ravenna, di Dante. La P. che designa la donna sta per Pena e il tema delle sue indicazioni - Tristezza e Dolore, Amore Fraterno, Amore Infelice, Ricchezza, Purezza, Amore Felice, Odio e Protervia - è un tema iniziatico, ai limiti dell' esoterismo (qualcosa che è in Landolfi a dir poco insolito e, a mio parere, improbabile). Sarebbe in ogni caso, come in Dante, un tema di salvazione o, almeno, di conoscenza: se non fosse che, così in Landolfi, a rivelarsi impossibile è proprio la conoscenza. La donna P. pronuncia quelle poche parole-stemma, e ciò che noi leggiamo, o ascoltiamo, non è che l' almeno apparente contrario (stando ai brevi esempi che ci vengono trasmessi) oppure l' indistinguibile, l' impercepibile, l' inarrivabile. Tutto sprofonda in un buio irredento. I flash che lo perforano non arrivano a modificare alcunché. Alla fine, la donna P. è risucchiata da una pozzanghera-palude. Della sua misteriosa persona non restano che le piccole, fragili scarpine, da Cenerentola invano sapiente. I due interpreti sono in carne e ossa Marco Cavalcoli e, fantasmatica, Chiara Lagani.

Franco Cordelli


Quell'amore impossibile per colpa della parola

Già dalle storie di bambini dei suoi esordi, Fanny & Alexander viaggiava con un margine d'inconscio nei misteri dell'esistere, che, dopo il top dell'Ada da Nabokov, hanno toccato i problemi di una lingua tesa a esprimersi attraverso il corpo nel sublime exploit di Heliogabalus.

Ora il tema della comunicazione impossibile esplode in AMORE (2 atti), curato e montato da Chiara Lagani e Luigi de Angelis per Ravenna Festival sulla suggestione di una serie di brevi testi di Tommaso Landolfi. Nella purezza di questo lavoro, che non aspira a raccontare situazioni, ma a vivere stati d'animo, colpisce la possibilità di una lettura emozionale che scavalca il possibile intellettualismo dello spunto nel passare dai dialoghi di Marco Cavalcoli con un agnello al celeste monologare della Dama Bionda di Chiara, nel segno di un mancato contatto nel grande spazio che si apre in alto davanti agli spettatori, disposti lateralmente nella sala. La parola, vittima della finzione di un linguaggio che non riesce a farla comunicare, si appaga allora di essere suono e gioca a confrontarsi coi rumori ma anche col buio, con l'irrompere delle luci e la danza cangiante dei colori. E chi assiste può vivere a sua volta l'altalena visiva come un gioco di rivelazioni o di blocchi che toccano il suo rapporto col mutare dell'ambiente e degli altri spettatori tutt'intorno.

Franco Quadri


Amore e morte allo specchio, magico racconto di Landolfi

Quale lingua è più impossibile di quelle dell'amore e della morte? Due assoluti romanticamente a specchio, negati dalla nostra società mediocre, disgregata, Babele senza comunicazione. Fanny & Alexander torna ad affascinare con uno spettacolo arduo, magico, concettuale e sensoriale, unione di opposti, di parola rigogliosa svelata nella sua inefficacia, di suoni, ombre, colori, flash che feriscono che si accendono nel buio assoluto. AMORE (2 atti), in scena per Ravenna Festival, è tratto da un racconto di Tommaso Landolfi, uno dei nostri scrittori più originali. Da una soglia funebre, lo spettatore viene introdotto davanti a un poeta che accarezza un'agnella recitando un'apocalisse della società e dell'arte. Una misteriosa sconosciuta lo rapirà in un vortice di immagini e suoni, verso una nuova lingua della sensazione, della sinestesia, dell'emozione, per poi dissolversi. Rimarranno solo due scarpette di cristallo da favola, sogno di un mondo come poteva essere per rinascere.

Massimo Marino

Eccola, l'Apocalisse. Figlio dell'incontro tra il genio lucido, cinico e sfaccettato di Chiara Lagani e Luigi de Angelis e la ricchezza senza pari delle risorse verbali di Tommaso Landolfi, AMORE (2 atti) è lo spettacolo con cui Fanny & Alexander sublimano in massimo grado il tema di quest'anno del Ravenna Festival, le Apocalissi appunto, arrivando a un'opera fantasiosamente visionaria, complessa ma non complicata, profondamente coinvolgente, seppur da punti di fuga del tutto inaspettati.

In una sorta di angusta wunderkammer sensoriale - inizialmente evocativa di un affollato ristorante -, il personaggio D. (Marco Cavalcoli) declama solennemente una descrizione di cui sembra poco convinto, tanto che solo rimarcandola punto per punto con la sua interlocutrice - un'agnella che ne interrompe la pregevole ricchezza del vocabolario e, alla fine, il flusso poetico - riesce a controllarla e a impadronirsene.

Questa prima storia sprofonda quindi, in un effetto matrioska caro a Landolfi, in un secondo livello narrativo, in cui il personaggio femminile P. (Lagani) fa il suo ingresso per accompagnare D. in una passeggiata metaforica nella sua lingua impossibile fatta di colori e resa ancor più scollegata dal reale (o semplicemente dalla superficie del reale?) per l'incongruente accostamento dei colori a suoni e concetti (ad esempio, al bianco di gioia e serenità annunciati da P. si scatena un frastuono di oggetti infranti e luci ossessivamente pulsanti); è questa la pretesa che Landolfi attribuiva alla scrittura autentica, ossia di afferrare un'esistenza in atto presupponendo la possibilità di un linguaggio in grado di esprimere la singola individualità delle cose reali.

La "passeggiata" quindi, fino a questo momento comunque inquietante, sfocia in un finale agghiacciante e di potenza inaudita, uno scarto netto rispetto al testo di riferimento - "La piccola apocalisse" - che ne diventa però un formidabile valore aggiunto. La capacità landolfiana di trasformare la realtà in simboli, la sconfinata fantasia, la padronanza della parola per descrivere un mondo nascosto, il sarcasmo, il gusto di disvelare gli aspetti celati e paradossali delle cose e degli uomini sono magistralmente resi in AMORE (2 atti) tramite un puntuale lavoro di autoironia e di esame introspettivo, di tecnica scenografica e puro approccio ludico.

E se l'opera di Tommaso Landolfi, per la complessità dei temi che ha trattato e delle forme in cui si è espressa, non può che essere refrattaria a qualsivoglia schema o interpretazione di natura lineare, a livello drammaturgico Fanny & Alexander ne hanno però trovato la chiave di lettura, una chiave estetica e tesa a focalizzare in tutti i modi il problema fondamentale: l'assolutezza dell'arte.

Alessandro Fogli


Una nebulosa nel teatro impossibile di Fanny & Alexander

Per quanto poco corposa, la sezione teatro del Ravenna Festival di quest'anno offre due appuntamenti di rilievo (oltre alle varie letture e cantate dantesche, o alle Apocalissi con Cacciari): l'"Ubu sotto tiro" già visto, diretto da Marco Martinelli delle Albe con i ragazzi di Scampia per il magnifico progetto "Arrevuoto", e il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander. La bottega teatrale giovane, d'eccellenza, di Chiara Lagani, Luigi de Angelis e compagni ha chiuso brillantemente la grande sciarada nabokoviana di "Ada" in più puntate, e aggiunto poi nuovi capitoli d'avventura a un lavoro sempre ricco d'immaginazione. Che indaga soprattutto nell'area estrema di confine tra creazione artistica e linguaggio, forme e traduzione in spazio-immagine-suono.

Logico che dentro a un simile percorso ad incastri apparisse prima o poi al gruppo ravennate la nebulosa di Tommaso Landolfi: il disegno di perfetta riduzione al nulla che traspare dalle pagine di questo cantore di mondi lontani (bellissimo sarebbe riuscire a portare in teatro il suo "Racconto d'autunno") risulta perfettamente intonato alla diagonale arcana, al teatro impossibile di Fanny & Alexander. Primo risultato dell'incontro è il debutto al Rasi di "AMORE (2 atti)", basato su una fusione di testi landolfiani che sa quasi d'alchimia. Per toccarla con l'immaginazione dei sensi si entra nella finta protezione di una specie di casa della letteratura, ricavata nella platea del teatro, dove gli spettatori disposti frontalmente su due ordini di file ascoltano prima nella penombra i monologhi (anzi, i dialoghi con un agnello in grembo) di D. che si inerpicano fin sui piani alti della creazione artistica. Mentre in sottofondo il ronzio-frastuono di un caffè serale con canzoni d'epoca toglie attenzione a quelle spirali che vorrebbero farsi poesia a loro volta. Nessuno ascolta, o quasi. Perché, e qui entriamo nel secondo movimento della Piccola Apocalisse, l'ingresso della bionda P. chiama l'uomo ad una passeggiata notturna rivelatrice. Durante la quale lei, tramite con l'invisibile e musa dell'altrove, cercherà di insegnare a D. la lingua ignota, dimenticata e senza convenzioni che parla con le luci e i colori. Impossibile da tradurre e da apprendere.

Il tema caro al gruppo si sviluppa in uno spettacolo dilatato in potenzialità ma rappreso nella pratica, dove galleggiano e affascinano le consuete suggestioni son-lumière di casa (l'alba color perla del gridellino con i suoi rumori, le accensioni, le voci in lingua P. con colori e onde elettroniche, più meccaniche che evocative di vuoti da riempire). E dove la presenza silvestre, praticamente un sussurro fisico, di Chiara Lagani con la voce resa stridula dall'elio, lascia una traccia d'emozione. Ma non tutto si può dire riuscito, nella prima gittata di quello che sarà un grande lavoro.

Sergio Colomba

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 09:01

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