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ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE - regia Guglielmo Ferro

"Assassinio nella cattedrale", regia Guglielmo Ferro "Assassinio nella cattedrale", regia Guglielmo Ferro

CTB Centro Teatrale Bresciano
Progetto Teatrando presentano
MONI OVADIA
MARIANELLA BARGILLI
ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE
(Murder in the Cathedral)
di Thomas Stearns Eliot
regia GUGLIEMO FERRO
Roma – Teatro Quirino Vittorio Gassman 13.18 febbraio 2024

www.Sipario.it, 15 febbraio 2024

L’Assassinio nella cattedrale in scena al Quirino è stato un assassinio in tutti i sensi: letterale, di regia, di recitazione. Come è stato possibile mancare l’occasione offerta da un classico, per altro indiscusso capolavoro di Eliot, per regalare al pubblico una riflessione sul rapporto fra individuo, potere e società al giorno d’oggi? Si dirà: bella scoperta! Il tema non è poi così originale. Ma lo sarebbe diventato se i ruoli fossero stati riletti in modo più sfumato, meno netto, in maniera da non capire fino in fondo chi tiene le redini, quali le sue intenzioni, quali gli scopi che si vogliono raggiungere.

Sotto un profilo di idea di regia, su carta, Guglielmo Ferro ha centrato la questione: “l’ambiguità del Potere e del suo Sistema nel rapporto con gli individui: manipolatorio, ricattatorio, inafferrabile”. A simili presupposti, avrebbe dovuto seguire una messinscena meno netta e semplicistica di quella alla quale abbiamo assistito. 

E invece: un Arcivescovo tutto vestito di bianco, quasi a indicare la sua purezza, il suo essere candido rispetto al mondo nel quale egli vive ed opera. Quale ingenuità! Se poi è lo stesso Eliot a rendere il suo Thomas Becket meno banale e ingenuo di come appare, alludendo a un suo possibile velo di opportunismo posto in atto nei confronti del re per ottenere la carica di capo della chiesa d’Inghilterra.

Dall’altro lato, gli scherani di Enrico II, il potere in tutta la sua arroganza: vestiti di nero, così minacciosi e aggressivi, tutt’altro che allusivi, addirittura prepotenti e baldanzosi, qui e lì smargiassi.

I buoni da un lato, i cattivi dall’altro. Come in una partita a scacchi. Una visione manichea, nella quale nessuno spazio vi è per una visione pervasiva del potere. Per una visione, diciamolo pure senza indugi, dove Thomas Becket, l’Arcivescovo, non è più del tutto certamente l’eroe immacolato dal quale prendere esempio perché, forse, anche lui non immune da certe contropartite non dette apertis verbis, ma sottintese. 

Ci si può chiedere, e forse Ferro avrebbe fatto bene a porsi questa domanda: bagnare Assassinio nella cattedrale nella Senna della biopolitica di Foucault a cosa avrebbe portato? A un Eliot più complesso e, forse, più eloquente per i tempi che viviamo?

Venendo alla recitazione: che dire? Di fronte a uno spettacolo da Giudizio universale così semplificato, l’interpretazione di Moni Ovadia nei panni dell’Arcivescovo è risultata priva di sfumature, di coloriture, di complessità psicologica del personaggio. A tratti, Ovadia ha persino dato l’idea di essere scontento di interpretare Thomas Becket, scegliendo quindi una chiave più declamatoria che recitativa: ora urlando con aggressività, ora parlando con toni più dimessi benché decisi, tipici di un uomo che è consapevole del potere che ricopre e che rappresenta.

E la scena della morte: così scolastica, così priva di pathos.

Un Assassinio nella cattedrale debole, un Eliot drammaturgo privo di mordente. Un vero peccato. Un’occasione ingenuamente mancata.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Lunedì, 19 Febbraio 2024 04:31

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