martedì, 19 novembre, 2019
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ANIMALI DA BAR - regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti

"Animali da bar", regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti. Foto Laila Pozzo "Animali da bar", regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti. Foto Laila Pozzo

uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia di Gabriele Di Luca
regia di Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
con Beatrice Schiros, Gabiele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Poalo Li Volsi
voce fuori campo, Alessandro Haber
musiche originali Massimiliano setti
progettazione scene Maria Spazzi, assistente scenografo Aurelio Colombo
costumi di Erika Carretta, luci di Giovanni Berti, allestimento di Leonardo Bonechi,
produzione Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con Festival Internazionale di Andria/ Castel dei Mondi,
al teatro comunale Filodrammatici, Piacenza, 3 ottobre 2016

www.Sipario.it, 7 ottobre 2016

Assistendo ad Animali da bar di Gabriele Di Luca vengono in mente Stefano Benni di Bar Sport o Il bar sotto il mare, ma anche i nuovi arrabbiati della drammaturgia anglosassone e irlandese... In Animali da bar si ride e si piange insieme, la comicità a cui Carrozzeria Orfeo ha abituato il suo pubblico è una comicità crudele, spietata, come il linguaggio diretto, senza peli sulla lingua. Carrozzeria Orfeo sa far propria una modalità di scrittura drammaturgica di matrice anglosassone che con incisività e spietatezza mette alla berlina vizi e stereotipi di un presente che si esprime in una risata sarcastica e bruciante. In Animali da bar Di Luca racconta di un mondo sospeso fra un dentro e un fuori che assomiglia a una tana in cui gli avventori possono mostrare a consimili le proprie debolezze e sconfitte. Il bar è una sorta di rifugio per una serie di strani figuri, dei disperati, talmente tragici e allo sbando da suscitare una catartica risata non priva di amarezza. C'è il vecchio razzista che smadonna dalla sua stanza e che tiene in scacco la barista ucraina che per arrotondare affitta il suo utero a una coppia italiana. C'è un imprenditore di pompe funebri per animali in cerca di successo e che alla fine confessa che il suo sogno è quello di avere una casa, una moglie e dei figli e la sua condanna è la solitudine. C'è il buddista inetto che si fa maltrattare dalla moglie e che alla fine avrà modo di liberarsi da quella tirannia. C'è lo zoppo bipolare che svaligia le case e ha il complesso di avercelo piccolo, c'è uno scrittore alcolizzato che deve scrivere un romanzo sulla Grande Guerra... Sono questi i caratteri, gli stereotipi di una umanità disperata che Gabriele Di Luca – nei panni dell'esilarante impresario di pompe funebri – orchestra con convincente e rassicurante scrittura drammaturgica. Intorno a quel bancone da bar i personaggi si raccontano, si confessano, si svelano, complice la potente e aggressiva barista di Beatrice Schiros che con la sua faccia e la sua presenza scenica è un portento, dà credibilità e verità a qualsiasi cosa. Intorno a questa figura di disperata che attacca per non essere mangiata e per essere stata troppe volte 'violentata' si muove un'umanità allo sbando, una serie di caratteri che pian piano si svelano, o meglio svelano quell'umanità che la vita e le sfighe hanno sommerso e annichilito. Animali da bar funziona, ci si affeziona quasi ai personaggi, ci si ritrova a ridere di loro e un momento dopo ad essere solidali con le loro sofferenze e angoscia. Gabriele Di Luca e tutta la compagnia Beatrice Schiros, Paolo Li Volsi (lo scrittore), Pier Luigi Pasino (lo zoppo), Massimiliano Setti (il buddista) sono gli ingranaggi di un meccanismo scenico e drammaturgico che si porta via il pubblico, lo diverte e lo fa riflettere, gli butta in faccia una disperazione esistenziale che solo apparentemente è lenita dalla comicità. Alla fin fine quei tipi umani pur nella loro follia sono rassicuranti e destinati ad un finale se non positivo, perlomeno carico di speranza, finale chiuso dallo scrittore che confida alla platea di non aver scritto il romanzo sulla Grande Guerra ma un'altra storia dal titolo: Animali da bar. Forse la pièce rischia di avere due o tre finali, ad un certo momento sembra procedere sotto la necessità di chiudere ogni singola storia, quasi a non voler lasciare insoluta quella narrazione, quella storia che nel meccanismo del racconto si compie e si giustifica. Il pubblico si gode dalla prima all'ultima battuta, partecipa, si diverte, si gela davanti al dolore: insomma Animali da bar arriva e si conquista il consenso plaudente della platea.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Venerdì, 07 Ottobre 2016 00:48

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