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VEDOVA ALLEGRA (LA) - regia Pier Luigi Pizzi

La vedova allegra La vedova allegra Regia Pier Luigi Pizzi

di Franz Lehár
direttore: Asher Fisch
regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi
coreografia: Gheorghe Iancu, narrazione: Tom Stoppard
con Wolfgang Bankl, Nino Surguladze / Ana Maria Labin, Will Hartmann / Mathias Hausmann
Milano, Teatro alla Scala, dal 29 ottobre al 23 novembre 2008

Corriere della Sera, 29 ottobre 2008
Questa «Vedova» è davvero grande

Mille volte abbiamo discorso, in relazione alle arti generalmente parlando, sull' impossibilità, prima ancora che sull' inutilità, della distinzione fra arti cosiddette maggiori e cosiddette minori. Non occorre rienunciare il concetto teoreticamente poiché alla sua dimostrazione ha dedicato cospicua parte della sua vita e della sua attività il grande Mario Praz. Per quanto concerne un esempio relativo alla musica, basta confrontare l' arrogante elefantiasi inanemente «avanguardistica» di un Luigi Nono (nelle intenzioni, arte maggiore) con una canzonetta dei Beatles, per definizione «arte minore». Così s' è esclusa dalla «musica maggiore» molto ch' è sic et simpliciter grande musica, se non per dimensioni per qualità: e l' esempio, che per il nostro discorso non potrebbe essere più calzante, è quello dei Valzer di Strauss. Maurice Ravel, nel distinguere Johann da Richard Strauss, chiamava il primo, con misogermanismo tipicamente francese, «Strauss le grand», senza immaginare che il Doktor Strauss sarebbe probabilmente stato d' accordo con lui; ma il Doktor, che dalla Vedova Allegra di Franz Lehar si fa amabilmente influenzare (Il cavaliere della rosa, atto II, Annina: «Von der bewusste»), aveva saputo scoprire anche la terribilità infera di questo ritmo ternario, facendo morire Elettra in un Valzer che la mostra solo natura e senso della vendetta. Su codesto Valzer i cretini hanno ironizzato: senza comprender che la vendetta di Oreste, liturgicamente regolata, significa la nascita del Diritto rispetto alla Natura bruta. Non a caso parlo tanto di Valzer. Dobbiamo occuparci di un grande giorno per la Scala. Sembra incredibile, ma solo oggi viene allestita per la prima volta Die lustige Witwe, La vedova allegra (1905), di Franz Lehar, uno dei massimi successi musicali del Novecento e partitura di altissimo valore: e questo in parte per il prevalere del pregiudizio sull' Operetta intesa quale arte «minore». D' altro canto, la ragione di quest' esclusione va trovata nel «genere» al quale l' Operetta appartiene, una successione di «numeri» musicali e vero teatro di prosa. Il successo mondiale della Vedova allegra presuppone il fatto che, in ogni Paese si desse, si traduceva nella lingua locale, sicché l' intreccio della commedia poteva agevolmente seguirsi. Se alla Scala si vuol darla nella lingua originale, il Tedesco con forte accento danubiano in alcuni personaggi, alla commedia si è costretti a rinunciare poiché il pubblico non senza ragione non sopporterebbe lunghe tirate e dialoghi in una lingua che non capisce. Io resto per la traduzione italiana. Si è costretti a sostituire la commedia con un riassunto in prosa letto da un narratore esterno. Ci si trova a diretto confronto con la musica. Lehar è una geniale natura aristocratica che dell' Operetta sa infallibilmente evitare il difetto tipico, il sentimentalismo. La sua musica è frizzante e comica e si rifà addirittura al modello di Rossini nell' affidare spesso ai cantanti una linea su di una sola nota mentre i motivi musicali risiedono in orchestra. Nel Valzer veloce ed elettrizzante è pari solo a Strauss, e così nella mazurka e nella polca ch' egli introduce insieme con eleganti melodie finto-popolari. Come autore di melodie cantate è di una feracità e una distinzione superiori a quelle del grande predecessore. Ma: nel rapporto fra i due principali personaggi, Danilo e Hanna, egli introduce gradualmente un sentimento, o, se si vuole, la sua perfetta ricreazione artificiale, nella sua arte tutto essendo artificio. E questo si manifesta sublimemente nel Valzer lento, l' ultimo, che non posso ascoltare senza commozione. Per questo capolavoro ci si rifà ai clichés della finis Austriae e dell' «Europa che inavvertita precipita nella fine a ritmo di Valzer». Non è vero niente: questo pathos si percepisce in due altre composizioni antagoniste e parallele. Un piccolo Poema Sinfonico su ritmo di Valzer dello stesso Lehar intitolato Oro e argento, d' indicibile melancolia: e l' apocalittico Poema Sinfonico di Ravel intitolato La Valse.

Paolo Isotta

Ultima modifica il Martedì, 16 Luglio 2013 16:59
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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