martedì, 05 marzo, 2024
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TABARRO (IL) / IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ – regia Johannes Erath

"Il castello del Principe Barbablù", regia Johannes Erath "Il castello del Principe Barbablù", regia Johannes Erath

Trittico ricomposto
Il “Trittico ricomposto” è un progetto triennale realizzato in collaborazione con il Festival Puccini di Torre del Lago
in occasione del centenario della morte del compositore
DIRETTORE Michele Mariotti
REGIA Johannes Erath
MAESTRO DEL CORO Ciro Visco
SCENE Katrin Connan
COSTUMI Noëlle Blancpain
LIGHT DESIGNER Alessandro Carletti
VIDEO Bibi Abel
Il tabarro
Musica di Giacomo Puccini
Opera in un atto
Libretto di Giuseppe Adami tratto da La Houppelande di Didier Gold
Prima rappresentazione assoluta Metropolitan, New York 14 dicembre 1918
Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 11 gennaio 1919 (prima italiana)
PERSONAGGI E INTERPRETI
MICHELE, PADRONE DEL BARCONE Luca Salsi / Sebastian Catana (18)
LUIGI, SCARICATORE Gregory Kunde
GIORGETTA, MOGLIE DI MICHELE Maria Agresta
IL TINCA Didier Pieri
IL TALPA Roberto Lorenzi
LA FRUGOLA, MOGLIE DEL TALPA Enkelejda Shkoza
UN VENDITORE DI CANZONETTE Marco Miglietta
DUE AMANTI Valentina Gargano*, Eduardo Niave*
*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Il castello del Principe Barbablù (A KÉKSZAKÁLLÚ HERCEG VÁRA)
Musica di Béla Bartók
Opera in un atto
Libretto di Béla Balázs
Prima rappresentazione assoluta Teatro dell’Opera di Budapest 24 maggio 1918
Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 10 gennaio 1962 (Il castello del Duca Barbablù)
PERSONAGGI E INTERPRETI
JUDIT Szilvia Vörös 
BARBABLÙ Mikhail Petrenko
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
con la partecipazione della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Roma – Teatro dell’Opera dal 6 al 18 aprile 2023

www.Sipario.it, 20 aprile 2023

Del Tabarro di Puccini e del Castello del Principe Barbablù di Bartók, andati in scena all’Opera di Roma, l’aspetto più bello è stato certamente lo stile di conduzione di Michele Mariotti. Perché la regia di Johannes Erath: dio mio! Tutta improntata ad una tragicità condotta alle sue estreme e strenue conseguenze. Ci sta che le passioni dolorose sono difficili da rappresentare con la dovuta leggerezza; ma tra questo e il fatto di non provarci neppure ce ne vuole davvero. Anche perché come si fa a non cogliere la sottile ironia nel finale del Tabarro quando Michele invita la moglie adultera ad accomodarsi sotto il suo mantello? Le sta praticamente dicendo che la ucciderà pur pentendosene. Ma il tutto avviene con una leggerezza che, da sola, basta a riscattare un’opera che di per sé non brilla per bellezza della storia né per certe soluzioni sceniche. Erath che fa fare a Sebastian Catana (Michele)? Gli fa mettere sul suo volto pingue e massiccio un’espressione truce, spaventosa, che non lascia presagire nulla di buono. In questo modo ci si concentra sul lato umano del personaggio ignorando, però, che trattandosi di opera lirica, è dalla musica che la chiave interpretativa dell’umanità dei vari ruoli andrebbe ricercata. Così, almeno, Visconti sosteneva. E come dargli torto? Le note conclusive del Tabarro sono solenni, ma sovradimensionate alla piccineria della storia rappresentata. E qui sta l’ironia pucciniana che Erath avrebbe dovuto notare e invece gli è sfuggita. 

Stessa mancanza per Il castello del Principe Barbablù di Bartók: un duetto canoro dove Judit non fa che pressare Barbablù per scoprire i suoi segreti mentre questi cerca di opporle resistenza. Ma l’assedio della donna è troppo aggressivo e persistente. E quando Barbablù svela tutti gli arcani del suo regno, non resta anche a Judit che affrontare la stessa fine delle precedenti mogli del leggendario sovrano ispirato alla reale figura di Enrico VIII. Anche in questo caso Erath ha premuto solo il tasto del tragico e del patetico, tranne quando Judit scaraventa a terra Barbablù e lo colpisce e strattona pur di convincerlo ad aprire la settima porta: quella che conduce al luogo dove si trovano le donne precedenti che hanno abitato ed abitano il castello del nostro sovrano.

Erath crea, così facendo, regie il cui impianto è totalmente separato dal libretto e dalla partitura sul piano rappresentativo: ha visto Bartók in Puccini e viceversa. Ma così facendo s’è perduta tutta la carica poetica originaria di questi lavori.

Gli interpreti sul piano tecnico e vocale sono stati bravissimi. Soprattutto Catana (Michele) e Gregory Kunde (Luigi), dalle voci possenti e limpide. Meno brillanti, sebbene dalle voci ben sostenute, Szilvia Vörös e (Judit) e Mikhail Petrenko (Barbablù), che sembrava si trascinassero nel ruolo invece che interpretarlo con un certo mordente.

Mariotti è stato possente, wagneriano, teutonico nella sua direzione. Un’interpretazione delle partiture di grande maturità e raffinatezza.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 23 Aprile 2023 18:57

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