lunedì, 24 giugno, 2024
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RACCONTI DI HOFFMANN (I) – regia Marco Isidori

Libretto di Jules Barbier
Musica di Jacques Offenbach
Direttore: Frederic Chaslin
Regia: Damiano Michieletto
Hoffmann: Ivan Ayron Rivas
La Musa: Paola Gardina
Nicklausse: Giuseppina Bridelli
Lindorf-Coppelius-Miracle-Dappertutto: Alex Esposito  
Andres-Cocenille-Frantz- Pitichinaccio: Didier Pieri
Olympia: Rocio Perez
Antonia: Carmela Remigio
Giulietta: Veronique Gens
La Voce: Federica Giansante
Spalanzani: Francois Piolino
Hermann- Schlemil: Yoann Dubruque
Luther-Crespel : Francesco Milanese
Venezia, Teatro La Fenice dal 24 novembre al 2 dicembre 2023

www.Sipario.it, 5 dicembre 2023

Questi Racconti di Michieletto sono arrivati da Sidney carichi di gloria e di premi. Ad attenderli alla Fenice c’era niente meno che Mattarella, con corte romana e veneziana al seguito. E nel guscio incantato della Fenice, i Racconti hanno trovato degna accoglienza. La musica di Hoffenbach (il “Mozart (?) degli Champs Elysee”) è cantabile, effervescente. Forse un po’ evanescente. Pura evasione, puro divertimento. Wagner, comprensibilmente, la detestava. E detestava i Racconti, che considerava opera frivola, inconcludente, amori e passioni in formato ridotto, svago di una borghesia bottegaia e senza più ideali che Wagner detestava. Oggi diremmo che - pur nella abissale differenza di valori - musica e libretto dei Racconti anticipano, forse più delle opere di Wagner, quella che chiamiamo “modernita’”: storie esili, grottesche (l’amante meccanica Olympia), surreali (la morte per canto di Antonia), tutte (come in Becket, in Musil, Gadda e tanti altri) prive di un coronamento o di una qualche ragionevole conclusione. Stella, la diva tanto amata da Hoffmann e compagnia (la protagonista, in effetti, dell’Opera), non compare mai. Perché in realtà non esiste. I fragili sogni di amore che il protagonista riesce a concepire vengono puntualmente frantumati da Lindorf-Coppelius-Miracle-Dappertutto (mirabilmente interpretati dal basso Alex Esposito), presenza satanica ma senza grandezza, quindi un povero diavolo. Insomma tutta la storia (ma anche la musica: la celebre Barcarola è costruita su tre sole note) mancano di quella sostanza etica, musicale, teatrale che Wagner tanto amava. Michieletto ha capito tutto questo e ha usato con mano leggera tutto l’armamentario del “Grand’Opera”: frequentissimi balletti, costumi sgargianti, scene affollate, dipinte in mille colori, personaggi quasi da circo, con persino un trampoliere che si aggira tra cantanti e ballerini. I cantanti hanno avuto il loro bel da fare, ruoli movimentati, balzi e piroette con la voce sempre sotto controllo. Chi più si è distinto, a mio parere, in questa sarabanda è stato Esposito, un bel baritono che ha interpretato i quattro personaggi diabolici con intensità e senza cedimenti. Gran lavoro. Bravo anche Rivas nei panni del protagonista, ma come molti tenori a volte sull’orlo dell’eccesso. Brave le donne, tutte, con la Perez mirabilmente meccanica nei movimenti e nella voce, Antonia sufficientemente languida e Giulietta (prostituta veneziana) amabilmente sfrontata. Un’ultima nota su Michieletto: lui, veneziano, avrebbe potuto cedere alla tentazione di mettere in scena una gondola, come altri amano esibire macchine. Ma non lo ha fatto. E gliene siamo grati.

Attilio Moro

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Dicembre 2023 08:55

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